Come fare coming out?

Non sai come fare coming out con la tua famiglia o con i tuoi amici? Ecco alcuni consigli.

4 APR 2018 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

Come fare coming out?

«Noi abbiamo lottato contro l'apartheid perché soffrivamo e venivamo maledetti per qualcosa riguardo alla quale non potevamo farci niente. È lo stesso per l'omosessualità. L'orientamento è qualcosa che è in noi, non una questione di scelte. Sarebbe folle per qualcuno lo scegliere di essere gay, considerando l'omofobia che esiste», Desmond Tutu.

La comunità scientifica si è espressa molto chiaramente riguardo all'omosessualità che, fin dagli anni '70, non è più considerata una patologia ed è stata eliminata dal Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM). Nonostante ciò, attualmente in Italia l'omosessualità (così come la bisessualità) non è ancora un tema facile da affrontare. Lo è ancor meno per tutti quegli omosessuali che stanno decidendo di fare coming out (dall'inglese "uscir fuori", ossia dichiarare il proprio orientamento sessuale).

Raccontarlo alla famiglia o agli amici non sempre è facile. Il timore di interfacciarsi con una mentalità ‘chiusa’, di essere oggetto di pregiudizi o giudizi feroci, di ripercussioni legate a "cosa dirà la gente" costituisce ancora 

Senza dubbio, quella del coming out è una fase delicata, dono di se stessi e della propria intimità, a volte ritardata dalla paura di far soffrire i familiari, di deluderli, di perdere la loro stima e il loro affetto. È un momento importante, che può avere ripercussioni sia sulla propria autostima, sia sull’accettazione di sé, toccando la sfera delle relazioni e del modo di affrontarle

Il procrastinare questo momento può celare la paura delle conseguenze, ammantata dalla necessità di trovare la maniera migliore per spiegare quella che non è una scelta bensì una propensione personale, o dalla giustificazione che la sfera affettivo-sessuale è una questione privata senza alcuna necessità di  disvelamento, mentre il desiderio può andare nella direzione opposta.

Certamente non esiste un momento "giusto" per rivelarsi, se non il "proprio" momento. Alcuni fanno in modo che i genitori capiscano da soli, altri saggiano il terreno facendo discorsi vaghi. Probabilmente non esiste nemmeno una strategia giusta. Approfondire quale sia la spinta e la necessità di fondo per raccontarsi è occasione di introspezione, legittimazione del proprio vissuto, fonte di forza interiore per porsi con trasparenza e sicurezza, anticipando possibili reazioni.

La necessità di fare chiarezza, il bisogno di esprimersi per ciò che si è, la volontà di condividere i propri affetti, il desiderio di uscire dal non detto sono motivi più che sufficienti.   

È importante tenere presente che laddove i genitori si siano espressi, in un contesto generale, intolleranti, si sono, invece, dimostrati comprensivi con il proprio figlio. Naturalmente, è anche necessario prevedere la possibilità di una prima reazione ostile, senza per questo immaginarla come immutabile e definitiva.  "Perché ci fai questo? Dove abbiamo sbagliato?" sono domande possibili, così come lo sono frasi del tipo: "È solo una fase. Tu sei solo confuso." L’ignoranza in materia, l’incapacità di mettersi nei panni altrui, il timore per un futuro faticoso possono portare alcuni genitori a reagire in modo difensivo, aggressivo, svalutante. Sensi di colpa o significativi turbamenti chiudono i familiari nell’incapacità di accogliere la notizia, ma tale reazione spesso si modifica nel tempo fino ad assumere una dimensione di “normalità” (o quasi normalità), raggiungendo toni meno tragici. La preoccupazione dei genitori può essere quella che il figlio possa trovarsi a vivere situazioni di discriminazione, possa soffrire, possa essere emarginato da una società poco  accettante. Ma questa visione è spesso parte del proprio vissuto, di una propria visione negativa dell’omosessualità, che va mutando con il crescere della percezione che il proprio figlio rimane quell’immutato oggetto d’amore.

Il tentativo di “correggere” l’orientamento sessuale “sbagliato” è sempre meno diffuso. Non serve ripetere che non è possibile una conversione di questo tipo per cui un eventuale sostegno psicologico può essere utile solo se il figlio vive un disagio rispetto alla propria omosessualità. Certamente qualora venga posto il silenzio o vi siano forme di rifiuto e disapprovazione, l’aiuto di uno psicologo può giovare, al fine di ricostruire la propria autostima in modo armonico, eludendo il rischio della clandestinità. 

Fatto che si verifica con sempre maggior frequenza è una reazione positiva da parte delle famiglie e la possibilità che l’orientamento sessuale sia stato già percepito e gestito con tacito assenso.

Spiegare le proprie emozioni, raccontare cosa si ha dentro, utilizzando modalità di risposta assertive e calme, lasciando il tempo per una certa elaborazione possono rappresentare scelte appropriate. Il proprio orientamento sessuale non è una "colpa", un’ “onta”, un “vizio”, una “scelta”.

Il sostegno di persone care, l’appoggio di associazioni LGBT, l’elaborazione con professionisti della relazione d’aiuto rappresentano significativi punti di riferimento qualora si sentisse la necessità di un supporto. Il viaggio dentro di sé e fuori di sé non deve fermarsi.  

Se vuoi ricevere maggiori informazioni sul tema, puoi consultare il nostro elenco di professionisti esperti in coming out.

Articolo rivisto e corretto dalla dottoressa Luisa Ghianda

PUBBLICITÀ

psicologi
Linkedin
Scritto da

GuidaPsicologi.it

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

Commenti 4
  • Alfredo Panno

    Ringrazio tutto il sito per avermi consentito di fare liberamente coming out gay.

  • Alfredo Panno

    Voglio rendere pubblica la mia omosessualità.

  • Alfredo Panno

    Questo è il mio coming out gay.

  • Alfredo Panno

    Penso che il modo migliore per fare coming out gay sia di pubblicarlo su internet

ultimi articoli su orientamento sessuale