Le demenze: quando la mente si spegne

Il termine demenza deriva dal latino e indica una persona "privata del proprio intelletto".

11 ott 2018 Crescita personale - Tempo di lettura: min.

psicologi

La demenza è definibile come un declino cognitivo cronico, progressivo e neurodegenerativo, in quanto comporta la perdita dei neuroni e la conseguente compromissione di tutte le funzioni cognitive.

Approfondisce l'argomento la dott.ssa Annalisa Orsenigo.

L'allungamento della vita e la riduzione delle nascite, come già detto, ha incrementato il numero degli anziani e con essi l'interesse per la prevenzione delle malattie correlate al funzionamento cerebrale prima ancora della cura.

Gli esperti prevedono nel 2020, a livello di popolazione mondiale, una presenza di circa 48 milioni di persone affette da questa malattia, già definita la "peste del terzo millennio". Per questo motivo ho pensato di dedicarmi i a queste gravi malattie del nostro cervello, nell'intento di offrire qualche spunto teorico introduttivo, ma riservando uno spazio specifico alla malattia di Alzheimer, e alle figure familiari e professionali che se ne prendono cura, il cosiddetto caregiver.

Il motivo del mio interesse trae origine da pregresse esperienze personali che mi hanno portato a confrontarmi con questa grave malattia, così come dalle esperienze che ho avuto modo di maturare a contatto con pazienti, familiari e operatori con cui lavoro quotidianamente in un processo di scambio e di costante confronto.

Conseguenza naturale dell'invecchiamento?

Le demenze sono manifestazioni nosografiche piuttosto frequenti tra i soggetti over 70, pur essendovi esordi di malattia silenti e anche in età molto precedenti. Ritengo opportuno sfatare qualche mito, per esempio credere che la demenza insorga in tutte le persone anziane (ci sono persone di età anche molto avanzata che rimangono perfettamente lucide fino alla morte) è errato.

È indubbio che come il corpo anche il nostro cervello, almeno dai 60/65 anni, vada incontro a un fisiologico processo di involuzione. Diventa più piccolo di volume, perde alcuni neuroni ed è più lento nel trasmettere gli impulsi nervosi con ciò che ne consegue, ma questo non significa soffrire necessariamente di demenza!

Sappiamo anche che la presenza di un disturbo cognitivo lieve non è sempre l'anticamera di un'evoluzione demenziale. Lo stesso vale per la presenza di sintomi depressivi, piuttosto che episodi di delirio che possono fare riferimento a disturbi di natura psichiatrica, non infrequenti anche in età avanzata, pur essendo questi sintomi presenti anche in corso di demenza.

Che cosa conosciamo delle cause?

Gli studi fin qui svolti hanno evidenziato alcuni fattori: morte delle cellule nervose cerebrali, malfunzionamento della comunicazione tra una cellula e l'altra (intracellulare), produzione di agglomerati proteici anomali, rinvenuti all'esame autoptico del cervello (post mortem). Le proteine coinvolte sono la proteina tau e l'alfa-sinucleina che formano delle placche e dei grovigli che inducono il deterioramento del tessuto cerebrale. 

Non si escludono neppure, nella formazione di tali agglomerati, fattori genetici ed ereditari che spiegano l'insorgenza della patologia in soggetti giovani, già intorno ai 30/40 anni di età.

E i sintomi?

Cercando di spiegare con un linguaggio semplice, accade che le prestazioni richieste dall'ambiente esterno, iniziano a presentare dei fallimenti a carico di alcune sfere cognitive, come la memoria, la capacità di risolvere problemi, di fare calcoli, di comprendere messaggi verbali e produrne, difficoltà a mantenere l'attenzione, problemi di orientamento per cui, il malato può non riconoscere dove si trova o non ricordare la data del giorno o la stagione.

Con l'Alzheimer si possono anche non riconoscere più i propri familiari (agnosognosia) e se stesso allo specchio. I soggetti affetti da demenza scordano il nome degli oggetti, fatti recenti e salienti della propria vita, procedure di lavoro ormai consolidate, competenze tutte che sono sempre state presente nelle precedenti fasi di vita.

Questi insuccessi, a differenza delle persone anziane normali, aumentano sempre più, coinvolgendo anche aspetti del comportamento che possono oscillare dall'agitazione e aggressività all'apatia e totale disinteresse per il mondo circostante, dal delirio alle allucinazioni.

Nel mondo delle "demenze"

Premesso che la percentuale maggiore delle demenze è rappresentata dalla malattia di Alzheimer (50/60%). Le demenze non si fermano qui. Utili alcuni chiarimenti.

Classificazione delle forme più note:

  • Demenza di Alzheimer (50/60/%)
  • Demenze Vascolari (20-25/%)
  • Demenza con Corpi di Lewy (Demenze Fronto -Temporali)
  • Demenze secondarie ad altre patologie (D. Alcolica, Demenza HIV, D. Metaboliche Ereditarie, da Prioni)
  • Demenze con Disturbi del Movimento ( Corea di Hungtington, Morbo di Parkinson, Paralisi progressiva).

Rispetto all'evoluzione tra demenze:

  • reversibili: associate a stati morbosi diversificati: eventi traumatici (colpo alla testa, traumi cranici, ematomi, ipossia), patologie cerebrali (tumori intracranici), agenti tossici (metalli pesanti, farmaci), infezioni (da Prioni, Menengiti, Encefaliti, Sclerosi Multipla), carenziali (demenza alcolica, deficienza di vitamina B12 e Folati);

[Sussiste la possibilità di regressione della sintomatologia e talora anche di guarigione. Si aggirano intorno al 15%]

  • irreversibili, per altro la maggior parte. Si connotano per un peggioramento graduale in direzione involutiva.

Rispetto le arre cerebrali coinvolte tra demenze:

  • corticali (malattia di Alzheimer, malattia di Pick, malattia corpi di Lewy) con lesioni a carico dello strato più esterno della corteccia cerebrale);
  • sottocorticali, quando le lesioni si localizzano al di sotto della corteccia cerebrale (malattia di Parkinson, Corea di Hungtington demenze Vascolari);
  • miste, ovvero le forme in cui si ha una compresenza di lesioni corticali e sottocorticali.

Si può fare prevenzione?

Sì. Ed è auspicabile che la prevenzione contro l'invecchiamento cerebrale divenga sana igiene di vita. Fare "prevenzione" significa prendersi cura della salute del nostro cervello, alla pari di altri parti del nostro corpo, dove il concetto di prevenzione è ormai a pieno titolo della quotidianità e dello stile di vita di molte persone.

Detto ciò, vorrei ricordare, per esperienza familiare e professionale, che la prevenzione aiuta innanzitutto a mantenere il cervello attivo.

Come fare prevenzione?

Leggendo libri, riviste, ascoltando musica, incentivando nuovi interessi, conducendo una soddisfacente vita di relazione, praticando attività fisica e coltivando qualsiasi nuovo interesse. Tutto questo

In questo modo viene favorita la socialità, rinforzata l'autostima, stimolata la curiosità, mantenuto attivo il fisico. Il tutto a favore di una miglior qualità di vita per sé e per i familiari. E credo che questo non sia poco!

Se hai bisogno di ulteriori informazioni su questo tema, contatta direttamente la dottoressa Annalisa Orsenigo.

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