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Eredità e autostima

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Dove l'autore indaga la differenza tra procreare e generare, sul figlio come erede, sulla possibilità dello scambio (ovverosia di interesse reciproco) tra figlio e genitore...

12 OTT 2015 · Tempo di lettura: min.
Eredità e autostima

Eredità & Autostima

Perché non salvaguardiamo il Colto prima della cultura?

Sarebbe come se si potesse scegliere tra il principio di piacere oppure nevrosi/perversione, tutti sceglieremmo il piacere!

Sappiamo che la situazione determinata dalla nevrosi è il terreno fertile per essere devastato dalla perversione, ricordando che perversione di pensiero è rinnegamento, e la cultura né è piena zeppa.

Come fare delle scelte che siano proprie del soggetto e che non siano condizionate?

Per affrontare queste questioni in primo luogo ci serve orientarci nella distinzione tra procreare e generare.

Anche la Treccani confonde procreare con generare.

Nell'ordine della natura, non del pensiero di natura, si compiono certi atti dai quali, per una catena causale, usciranno dei bambini. Si tratta più o meno della stessa catena causale per la quale nascono anche i gattini.

Questo modo di fare è il procreare.

Generare è un concetto giuridico di conferimento di un'eredità.

Un figlio è un figlio perché è un erede e non perché è nato come un gattino. Nell'umanizzazione, non si tratta di acquisizione di qualità umane: il concetto di uomo e di figlio è quello di erede.

Non si può fare la metafisica del figlio, la metafisica del figlio è giuridica.

Il figlio è un erede. Nell'eredità si può ereditare anche il peggio, per esempio la patologia dei genitori, senza che i figli possano scegliere più di tanto.

Non si tratta d'amare i genitori, che sarebbe un inganno sull'amore, ma di onorarli. L'amore sarà, se ci sarà, nella partnership, cioè nello scambio, se ci sarà una prospettiva di interesse reciproco.

Il Credo di Nicea (del 325 d.C.) col suo "generato non creato", in questo è chiarissimo. Secondo il Credo, il figlio non ha ricevuto in dono il regno, lo ha ricevuto in eredità, semplicemente perché era figlio di suo padre. Il proprio dell'eredità è di essere mobilitante, di far venire "voglia", di mettere in moto un soggetto.

Si assume ciò che ci viene lasciato per farcene qualche cosa, per diventarne in qualche modo imprenditori. Un'eredità non si è costretti ad accettarla, non c'è un comando a questo proposito. La legge stessa dello stato prevede il "beneficio di inventario", la libertà cioè di non assumersela una certa eredità; se lo si fa, è per il proprio beneficio, perché, appunto, ce ne è venuta "voglia".

Il figlio è sempre e solo erede, al massimo, dunque, è imputabile di imprudenza, se ciò che preleva senza avvertire supera limiti non tollerabili per l'economia domestica – ed allora è una faccenda di consenso. O altrimenti potrebbe trattarsi di prematurità, o di imperizia.

Nell'attuale cultura c'è una trasmissione scolastica che non riesce per lo più a configurarsi come trasmissione ereditaria. Sappiamo tutti, lo sanno anche i sassi, che quella scolastica è assai poco mobilitante, in genere sappiamo bene che c'è ben poco di mobilitante nell'insegnamento.

Allora perché non si potrebbe cercare di concepire come trasmissione ereditaria anche quella scolastica?

In che modo un soggetto può essere messo in condizione di pensare di trovarsi di fronte alla trasmissione di un bene valorizzabile, di un patrimonio di conoscenze, abilità, abitudini, prodotto, incrementato, arricchito dal lavoro di altri, e di cui lui potrà farsene qualche cosa, non solamente per lo stipendio, per la sopravvivenza, ma per il profitto?

Ecco la grande distinzione che distingue un figlio da uno schiavo.

Lo schiavo ha il salario, se ce l'ha, il minimo per la sopravvivenza. Esiste anche il proletario, non solo quello del capitalismo, che portava a casa quanto bastava per sopravvivere: a lui, alla moglie e alla prole.

Ecco da dove può scaturire o meno il discorso dell'autostima.

Il figlio è a livello del profitto, l'eredità è a livello del profitto, e non della sopravvivenza.

Allora, cosa posso trasmettere ai miei figli, stante la non soverchia entità dei beni materiali di cui dispongo?

Rispondo: colazione, pranzo, cena.

Non mi riferisco al solo contenuto materiale del pasto che, se è discreto, tanto meglio: a "colazione pranzo e cena" in una famiglia normale, ma anche in quella anormale si apre la bocca, si parla, si dice qualche cosa, si dice quel che si pensa. E' che noi siamo abituati da una lunga tradizione educativa a disprezzare il nostro pensiero. Cominciamo ad apprezzare la parola pensiero, peraltro in via del tutto accademica, quando si tratta del pensiero di Einstein o di altri grandi autori, ma quando si tratta di noi stessi, siamo tutti al di sotto del livello di galleggiamento dell'autostima, siamo nella disistima.

A me viene in mente che a colazione, pranzo, cena spesso nelle famiglie normali e anormali si guarda la televisione e quindi non c'è scambio di pensiero. Oppure capitano colazioni, pranzo e cene silenziose perché c'è disagio nella comunicazione, perché non si osa, perché si devono dire soltanto cose intelligenti, o semplicemente perché al padre/madre non interessa sentire "quel genere di cose". Questi esempi non permettono di conoscersi

E sono gli psicologi a parlare sempre di autostima o mancata autostima.

Cosa posso dunque trasmettere ai miei figli?

Un pensiero innestato sul profitto, su quello cioè che tanti chiamano concetto positivo della realtà, realismo buono. E' tutto un linguaggio che in certi contesti si usa molto. Ma cosa significa avere un concetto positivo della realtà? Significa essere capaci di pensare che da ciò che ricevo da un altro posso tirar fuori un guadagno, un beneficio. Il figlio è un uomo libero, ma è libero perché c'è un'eredità da far fruttare, non perché è stato definito un uomo libero!

Colpisce tuttavia il modo di organizzare le osservazioni a partire da tutta quanta la teoria pedagogica secondo la quale il rapporto col bambino è educativo e non giuridico.

Tutto il mondo della cultura aderisce a teorie pedagogiche o ad astratte filosofie di vita.

Porto questo link come un esempio di discorso sull'offerta di eredità e sulla produzione di frutti:

"Conversazione con Giacomo B. Contri"

Scritto da

Gramaglia Dr. Giancarlo

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