Cosa fa uno psicoterapeuta?

Intervista del giornalista Mauro Longo sul lavoro di psicoterapeuta. Perché qualcuno dovrebbe andarci?

29 gen 2016 Psicoterapie - Tempo di lettura: min.

Lecce (Città) Lecce

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Perché qualcuno dovrebbe andare da uno Psicoterapeuta?

Nessuno deve andare dallo psicologo a mio parere, tutti possono andarci se sentono di averne bisogno. Dico spesso che molto più importante del diritto allo stare bene è il diritto a stare male senza che qualcuno venga a rompermi le scatole, ognuno è responsabile delle proprie scelte ed ha tutto il diritto di non essere aiutato se non ne ha voglia. La psicoterapia è una possibilità che abbiamo per prenderci cura di noi stessi se stiamo male.

A volte questo disagio assume la forma di sintomatologia precisa: tachicardia, mal di testa, fobie, depressioni, etc. altre volte è meno definito, è un incapacità generalizzata ad amare e a trarre piacere dalla propria vita.

Perché uno psicoterapeuta invece che parlare con un amico?

Anche lì c'è la relazione. Perché il rapporto terapeutico è particolarissimo e per quanto mi riguarda insostituibile nelle sue caratteristiche. Innanzitutto lo psicoterapeuta è un professionista che ha studiato almeno 10 anni prima di iniziare a fare il suo lavoro, accompagnando la formazione teorica all'esperienza personale. Questo fa anche la differenza rispetto a tanti pseudo-professionisti della relazione d'aiuto. Il terapeuta è tenuto al segreto professionale, non giudica, non aspetta che tu abbia finito di parlare per iniziare ad inondarti con i suoi problemi.

Vedi, l'amicizia è una cosa meravigliosa, ma come tutti i rapporti umani si basa sullo scambio: oggi io ti offro l'aperitivo, domani lo offri tu a me; io ascolto i tuoi problemi, tu domani mi accompagni alla stazione, io ci sarò per te come tu ci sei stato per me.

Il rapporto terapeutico non si basa sullo scambio?

Certamente si, come tutti i rapporti umani, solo che in questa circostanza cosa viene scambiato viene dichiarato e pattuito all'inizio: i soldi, fare lo psicoterapeuta è una professione non è volontariato, è questa per il cliente è la garanzia più importante.

Perché lo Psicoterapeuta non giudica?

Il giudizio è il meccanismo attraverso cui la società preserva se stessa spingendo alla normalizzazione. Ogni gruppo o comunità sopravvive grazie alle regole che si da, che siano dichiarate o implicite, e parallelamente scoraggia o punisce qualsiasi comportamento difforme. Ad uno psicoterapeuta non dovrebbe fregare niente della normalità. È il più grande pregiudizio con cui mi confronto nel mio lavoro. Anche nel parlare comune si dice, come se lo psicologo servisse a far diventare le persone normali. Per quanto mi riguarda è esattamente l'opposto, io dico che la mia professione consiste spesso nell'accompagnare qualcuno a scoprire la propria diversità, che è anche il suo essere speciale ed il suo valore, e a trarne piacere.

Quindi da uno Psicoterapeuta uno in teoria potrebbe anche fare delle cose che non sono considerate normali?

Ma mica solo in teoria, anche in pratica. Faccio un esempio: mettersi a gridare è considerato sbagliato, è una cosa da non fare. Se uno si mette a gridare per strada si dice che è pazzo. Da me si può gridare tranquillamente, si può piangere, si possono dire le parolacce, si possono tirare pugni. Ho usato l'esempio del grido perché altrettanto frequentemente capita che una persona desideri farlo e non ci riesca.

E perché non ci riesce?

Eh, e qui la risposta potrebbe essere lunga e complessa. Diciamo, sintetizzando, che probabilmente non ci riesce perché non è abituata a farlo.

Quindi da uno Psicologo si va per sfogarsi?

Non è facile spiegare in maniera generalizzata in cosa consista l'intervento di uno psicoterapeuta. A volte la parte principale è una ristrutturazione cognitiva, un cambiamento di schema mentale, ovvero il modo in cui quella persona si sta rappresento il problema e la sua soluzione. Faccio un esempio, immaginiamo un cliente che ci porti come problema degli attacchi d'ira usando parole come.

Apparentemente il problema sono le esplosioni di rabbia, c'è quello in primo piano, ma se facciamo attenzione allo sfondo scopriamo qualcos'altro. Forse il problema è proprio un controllo troppo rigido ed allora cambia anche il percorso da intraprendere:

non si tratta di imparare a controllare la rabbia ma imparare a controllarla meno, darle più spazio, per non farla poi esplodere.

Quindi questa persona dovrebbe arrabbiarsi più spesso?

Si e no. Non è tanto importante "il cosa" ma è "il perché" e "il come". La tua domanda rispecchia la dicotomia dello schema del nostro cliente immaginario all'interno della quale sono possibili due sole soluzioni: controllare la rabbia o perdere il controllo. Ma la vita non è bianco o nero, ci sono 50 sfumature di grigio.

Bisogna lavorare sulla flessibilità posturale (che è anche mentale) di questa persona, capire da dove nasce tutta questa rabbia, da quali esperienze, soprattutto con chi sono tanto arrabbiato e perché, per quali ragioni non mi posso permettere di agire la rabbia, cosa è successo in passato quando l'ho fatto, ed infine cosa posso fare di diverso rispetto al mia modalità abituale che è il controllo. Per quanto mi riguarda l'aspetto psicologico, relazionale è fondamentale. Pensare di risolvere una rabbia cronica prendendo a pungi un sacco di sabbia è riduttivo, non funziona perché si esclude dall'esperienza corporea l'aspetto psicologico legato alle rappresentazioni.

Mi viene il dubbio che stia iniziando a diventare troppo astratto e credo che per comprendere appieno ciò di cui sto parlando bisognerebbe farne esperienza. Comunque possiamo fare che quando non si capisce completamente quello che sto dicendo tu mi tocchi con la punta della penna, così io… riformulo.

Ad uno psicoterapeuta non interessa il movimento, interessa il gesto

Perché che differenza c'è?

La stessa che c'è tra correre e scappare. È l'intenzione che fa la differenza.

Come si fa a capire se si sta andando nel verso giusto?

Nel mio modo di lavorare lo decide il cliente, mi sembra la persona più indicata a valutare. Andare o non andare dallo psicoterapeuta, continuare o smettere di andarci è una responsabilità del cliente, se non fosse così ci sarebbe una gran confusione. Una volta una persona che veniva da me mi disse che non stava trovando alcun giovamento dalla psicoterapia che la considerava inutile. Le chiese come mai continuava a venire allora e lei mi rispose che lo faceva per non darmi un dispiacere. La rassicurai sul fatto che non mi avrebbe dato un dispiacere andando via, che il nostro era un rapporto professionale e non un rapporto di amicizia, che avrebbe potuto serenamente interrompere se lo riteneva opportuno e che io comunque sarei rimasto a sua disposizione. Mi disse sorridendo e se ne andò, credo che per lei questo, comunque, sia stato un momento costruttivo.

Come si può lavorare sull'ansia?

Non so conosco il rimedio universale per l'ansia, a patto che esista. Se una persona venisse da me dicendo solo questo avrei poco da fare, soluzioni temporanee per lo più.

Il punto centrale è capire che noi siamo come siamo non perché è scritto nel DNA o perché è così e basta, ma perché abbiamo una storia, la nostra vita è la storia di come siamo diventati ciò che siamo. L'ansia è un sintomo dietro al quale c'è un accaduto, ci sono delle relazioni, dei fatti. C'è sempre un nesso tra la mia storia e quello che sono, anche quando sembrerebbe di no, anche quando il sintomo sembrerebbe campato in aria all'interno di una vita "normale" tra virgolette.

Il mio lavoro consiste nel ripercorrere questa storia insieme alla persona che chiede il mio aiuto e capire cosa è successo che ha innescato il malessere e poi la comparsa dei sintomi, come l'ansia, cercare i nessi.

Mi puoi fare un esempio?

Ogni volta che faccio degli esempi ho un po' paura di banalizzare ma mi rendo conto che è importante farne per tentare di far comprendere il senso del mio discorso. Faccio un esempio inventato, ispirato a fatti realmente accaduti.

Molti anni fa venne nel mio studio un signore che aveva una grave malattia che lo costringeva a letto per molti giorni al mese. Da qualche tempo era comparsa una forma d'ansia e chiese il mio aiuto. In quel caso si scoprì, o meglio scoprimmo insieme, che quest'ansia era dovuta alle continue attenzioni e premure della moglie che, con molta devozione, si prendeva cura di lui mentre era a letto. Il signore capì che le continue attenzioni della moglie lo opprimevano ma non aveva il coraggio di allontanarla, primo perché non voleva darle un ingiusto dispiacere, secondo perché aveva bisogno di lei ed aveva paura inconsciamente che lo abbandonasse.

Quindi una volta capito questo scompare l'ansia?

No, l'analisi e la ristrutturazione cognitiva per quanto mi riguarda è solo una parte della psicoterapia. Non basta capire per risolvere un problema, non basta capire che ho un taglio sul braccio da cui sta uscendo sangue per curare la ferita, devo farci qualcosa, metterci un cerotto o qualcosa del genere. Lo stesso è in psicoterapia: prima capire, poi fare.

Io credo che alcune psicoterapie falliscono proprio perché le persone non hanno chiaro questo passaggio, cioè hanno come la fantasia che lo psicoterapeuta sia un mago che può magicamente far scomparire i propri disagi. Dobbiamo intenderci bene invece: io sono qui, in ultima istanza, per capire insieme a te cosa tu potresti cambiare della tua vita per stare meglio, come potresti aiutarti da solo. Non voglio darti un pesce, voglio insegnarti a pescare. È folle pensare che continuando ad essere perfettamente nello stesso modo, facendo esattamente le stesse scelte, non cambiando nulla della propria vita cambi il modo in cui ci sentiamo.

Il mio approccio insiste molto sulla responsabilità personale e questo fondamentale per scongiurare dinamiche di dipendenza. Considera che il più delle volte si giunge in psicoterapia in una condizione di stallo: io sto male e non so ne perché, ne cosa mai potrei fare per star meglio. Ecco il lavoro consiste nel trasformare quest'impasse in una scelta possibile.

Nel caso precedente qual è stato il cambiamento messo in atto?

Sintetizzando il passare da «non preoccuparti per me» a «ho bisogno di stare un po' da solo», assumendosi la responsabilità dei propri desideri, del proprio spazio personale e difendendolo con assertività.

In questo caso, tra l'altro, è bastato un incontro e questa persona ancora mi ringrazia quando mi intravede. Questo per smontare un altro falso mito, ovvero che le psicoterapie sono per forza lunghe.

Questo ha fatto scomparire l'ansia?

Si, questo ha fatto scomparire l'ansia. La ristrutturazione cognitiva e poi la riformulazione della frase ha liberato il gesto bloccato.

In che senso il gesto bloccato?

Tutto ciò di cui abbiamo parlato è corporeo, tutto il mentale è corporeo. Il mio professore Vezio Ruggieri, il mio riferimento principale, dice:

«il corpo sta alla mente come il pianoforte alla musica». Non c'è musica senza pianoforte.

Le emozioni, ad esempio, non sono qualcosa che avviene solo nel cervello, ma coinvolgono il corpo nel suo insieme, sono il corpo, ed in questo processo i muscoli hanno un ruolo fondamentale, i muscoli sono l'organo del sentire emozionale. Su questo ci sarebbe da parlare a lungo.

Cosa ne pensi degli psicofarmaci?

Non voglio ragionare in termini assoluti ma credo che se ne faccia un abuso e che siano poco comuni i casi in cui ci siano una reale soluzione del problema. Le ricerche dicono che il Italia ansiolitici ed antidepressivi rappresentano una delle principali voci di spesa della sanità pubblica, per la mia esperienza a Galatone c'è un uno capillare di psicofarmaci.

Parallelamente a questo manca la cultura della psicoterapia, anche tra i medici: se una persona manifesta sintomi di carattere psicologico, è raro che le venga consigliato di consigliare uno psicoterapeuta, per lo più si fa ricorso ai farmaci. Continuiamo a comportarci come se l'ansia, per fare un esempio, fosse esclusivamente un fenomeno chimico, quando invece è comune l'esperienza che l'ansia è un fatto relazionale. Cioè si tenta di curare dal punto di vista chimico un problema che è di un ordine di complessità superiore, che nasce dalle nostre esperienze di vita, dalle sofferenze che ci hanno strutturati. È come se io avessi un problema col sistema operativo lento del mio computer e mi rivolgessi ad un elettricista.

Quanto dura una Psicoterapia?

Quanto decide il cliente. Lo psicoterapeuta ha molto meno potere di quel che si immagina ed il suo ruolo può essere frustrante, ma io amo il mio lavoro.

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