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forse ho solo bisogno di sentirmi dire che non sono un mostro

Inviata da mia il 26 ago 2019 Autostima

Salve Dottori,
sono una ragazza di 27 anni che forse non è mai riuscita ad amarsi e ad accettarsi.
Ho conosciuto 9 anni fa un ragazzo di cui mi ha colpito lo sguardo dolce e timido, che è stato fino a poco tempo fa il mio fidanzato. Ho trovato in lui, nella città universitaria in cui mi trovavo da poco e senza frequentazioni assidue, una persona capace di comprendermi, ascoltarmi e rassicurarmi, ma anche molto insicura di sè. Diversi anni fa ho iniziato una psicoterapia spinta dalle profonde difficoltà relazionali che ho incontrato all'università. Prima della mia dottoressa ho incontrato ben tre altri professionisti, il primo dei quali si è trasferito senza informarmi in un'altra regione dopo poche sedute, il secondo dei quali mi ha indirizzato dopo un primo colloquio ad una psicologa di sua conoscenza, con la quale tuttavia non sono riuscita ad entrare in sintonia e da cui non sono più andata dopo poche sedute. Uno dei nodi affrontati in questi primi incontri riguardava il mio ragazzo e i dubbi sulla nostra relazione, su cosa provassi per lui, che mi suscitavano profonda ansia e che forse hanno rappresentato il motivo più urgente per il quale mi sono rivolta ad un terapeuta. Ciò che emerse da questi primi incontri era che vivevo una situazione di crisi che riguardava molti aspetti della mia vita e che prima di chiudere il rapporto col mio ragazzo fosse il caso di affrontare gli altri problemi. Mi sono fidata, o forse ho voluto fidarmi, e, con la dottoressa che successivamente mi ha seguito ho sviscerato più che altro i problemi di tipo relazionale, negando in un primo momento che ci fossero problemi nella mia storia. Soffrivo tantissimo la sensazione di essere rifiutata dagli altri, piangevo a dirotto se mi accorgevo di non essere salutata da qualcuno, eppure camminavo per i corridoi a testa bassa, per paura di trovarmi nella condizione di doverli salutare senza sapere bene come muovermi. Ho pensato si trattasse di una sorta di ansia sociale, ma questa diagnosi non è mai stata confermata dalla mia dottoressa., che mi ha invece invitato a riflettere sul fatto che mi vedessi io stessa come una persona con un occhio in fronte e che ha cercato di indirizzarmi a creare dei rapporti più autentici con gli altri, nei quali io non fingessi. L'unica persona con la quale riuscivo ad essere spontanea e da cui mi sentissi amata era il mio ragazzo, nei confronti del quale tuttavia periodicamente continuavano a riaffiorare dei dubbi. Dubbi dei quali gli ho sempre parlato, trovando anche in questo caso in lui una persona comprensiva, che mi invitava a non dare loro importanza fino a quando le cose non mi fossero state più chiare. Nel frattempo nel corso della terapia emergeva un'altra questione che ha profondamente segnato i miei ultimi anni: mi sono resa conto di frequentare una facoltà di cui non ero completamente convinta, che avevo scelto forse più che altro perchè considerata prestigiosa e spinta anche dalla volontà paterna. Ho compreso di essere anche vittima di una sorta di manipolazione affettiva da parte di mio padre, con il quale avevo sempre vissuto un rapporto quasi simbiotico durante l'infanzia, e che invece nel corso dell'università non ha fatto altro che sottolineare le mie mancanze e preoccuparsi del mio rendimento universitario e che ha fatto a lungo fatica ad accettare che io non fossi convinta della facoltà scelta. Si giunse quindi a parlare del mio fidanzato. Raccontai alla mia dottoressa cosa non mi piacesse di lui. Provo un pò di vergogna nell'ammettere che parlai di sciocchezze, del suo modo di vestire per esempio. Ricordo che la mia terapeuta mi chiese quasi disgustata "ma lo ama o no questo ragazzo?". questo mi portò dopo pochi giorni a lasciarlo, ed inizialmente mi sentivo leggera, pronta a vivere con maggiore libertà quei rapporti con i colleghi universitari che poi in realtà non ho mai avuto modo di coltivare, che pensavo avessi iniziato a stringere. Ero felice di avere il letto di nuovo tutto per me. Forse queste confidenze e l'impatto che ebbero sulla mia terapeuta furono quelle che fecero nascere in me dei profondi sensi di colpa, con i quali dovetti fare i conti durante l'estate a casa dei miei genitori, dai quali ero tornata perchè completamente fuori di me, incapace di sostenere esami e costantemente in lacrime. Mi imputavo di essere solo una persona superficiale e cattiva e temevo di avere perso l'uomo della mia vita, e che un momento di crisi ( i problemi affiorati sulla facoltà universitaria) mi avessero annebbiato la vista, e che il mio ragazzo andasse avanti e mi dimenticasse. In realtà lui non ha mai mollato la presa, è rimasto in attesa sperando che io tornassi da lui. Ci sono voluti diversi mesi perchè questo accadesse; inizialmente ero distrutta pensando di non tornare con lui, ma prima di farlo volevo essere assolutamente sicura dei miei sentimenti; in un secondo momento invece le nuove amicizie, la voglia di rimettersi in gioco e l'infatuazione per un nuovo ragazzo, che non contraccambiava, ebbero la meglio. Tuttavia credo di non avere mai voluto rinunciare al pensiero di tornare con il mio ragazzo, che ha continuato a starmi vicino nonostante sapesse cosa accadeva nella mia vita e alla fine dopo diversi mesi siamo tornati insieme. Inizialmente non ero del tutto sicura di cosa stesse accadendo, mentre in un secondo momento mi sembrava che fosse la cosa giusta e che la storia con lui meritasse non uno ma mille tentativi. Negli anni siamo cresciuti, lui mi ha sempre amato, è diventato più forte e sicuro di sè ma temo che ami ancora molto di più me di sè stesso. Io ho iniziato ad apprezzarlo di più e a capire sempre di più quanto fortunata io fossi ad avere il suo amore. Purtroppo i dubbi periodicamente tornavano e sono ritornati violentemente a maggio, questa volta con sintomi fisici di dolore al petto e sensazione costante di irrequietezza. Probabilmente il mio imminente trasferimento per motivi di lavoro, i pensieri sempre più frequenti sulla necessità di fare progetti come quelli di una convivenza, la separazione di una coppia che ritenevo l'emblema dell'amore sono tra i motivi che hanno innescato quest'ultima crisi. Ne abbiamo parlato, come tante altre volte e stavolta anche lui mi ha consigliato di prendermi del tempo per capire cosa voglio, " non devi stare con me solo per non farmi del male". Oggi mi chiedo se non gli abbia fatto più male stando insieme a lui e non dandogli mai la certezza di essere amato, sebbene lui mi abbia sempre detto di essersi sentito amato e sostenuto da me come da nessuno e mi abbia sempre chiesto di rispettare la sua scelta di restare al mio fianco anche quando gli chiedevo perchè non fosse lui a lasciarmi. è passato quasi un mese. io sono lontana da lui e dalla mia terapeuta, a casa dei miei genitori, mentre lui aspetta che torni a settembre per avere un confronto. Pensavo che stando lontana da lui mi sarei strappata le vesti come è successo anni fa; invece credo stessi peggio prima di parlare con lui, e questo purtroppo mi spinge a credere che davvero sia arrivato il momento di chiudere questa relazione. Non faccio altro che chiedermi come siamo arrivati a questo punto, il perchè di molti miei comportamenti, se ho davvero "visto" questo ragazzo, o se avessi solo bisogno che fosse lui a vedermi, a farmi sentire non sbagliata. mi chiedo per quale motivo gli abbia sempre parlato dei miei dubbi, se per un eccesso di onestà o forse anche per testare quanto fosse profondo il suo amore per me, perchè più volte nella vita mi sono chiesta se fossi davvero meritevole d'amore. mi chiedo se ho sempre mentito, se non ho voluto vedere, se l'ho usato, se sono capace d'amare. Non penso tanto a lui, quanto a tutto questo, a me, a che persona sono. Non so se sono qui per sentirmi dire che non sono un mostro, e poter andare avanti, o per sentirmi dire che lo sono, in modo da soffrire ed espiare le mie colpe. Non ha alcun senso chiedersi se sia tutto dovuto a questa fase di cambiamento, ora che finalmente ho completato gli studi e sto per cominciare una nuova fase della mia vita? è solo l'ennesima copertura? Spero che sia così soltanto per non affrontare le mie responsabilità e non sentirmi poco buona? Mi scuso per la lunghezza di questo post, ma infine chiedo: è possibile che tutti i miei problemi siano sintetizzati dalla parola narcisismo?

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Buongiorno, se vuole una risposta breve le direi sicuramente che non si tratta di narcisismo inteso in senso specialistico ovvero come disturbo strutturato di personalità che ha caratteristiche ben diverse da quelle che lei elenca. C’è tuttavia la necessità di trovare ampia comprensione ai suoi comportamenti e in questo caso occorre un lavoro lungo e meticoloso di ricostruzione della sua vita emotiva... credo che soprattutto in questa nuova fase della sua vita possa essere un ausilio importante.

Dott.ssa Chiara Schaula Bevilacqua Psicologo a Roma

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