Narcisismo patologico e società odierna

Nella nostra società occidentale "apparire" sicuri di sé è molto apprezzabile, come apparire distaccati; tuttavia ciò può indurre a comportamenti individualistici pericolosi per la società.

4 FEB 2019 · Tempo di lettura: min.

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Narcisismo patologico e società odierna

Negli anni novanta Asha Phillips pubblicò il suo "I no che aiutano a crescere". In particolare i no che aiutano… a rispettare gli altri e a non rimanere da soli.

Il narcisismo patologico, infatti, affonda le sue radici non solo in un'infanzia ferita da svalutazioni continue e da piccole e grandi umiliazioni, ma anche in una società che promuove modelli genitoriali basati sulla "comprensione" o meglio sull'indulgenza di molti genitori verso comportamenti devianti dei propri figli. Oggi, infatti, si ha un timore, io credo eccessivo, di installare nel bambino una bassa autostima soltanto riconoscendo in lui un esserino imperfetto. Si può sbagliare, è utile sbagliare, bisogna riconoscere i propri limiti e i propri difetti. Ogni genitore, oggigiorno, è pronto a difendere il proprio figlio davanti a qualsiasi accusa, anche se fondata; non tollera che il proprio figlio venga messo di fronte alla propria imperfezione.

Riconoscere che il figlio ha sbagliato, equivale ad ammettere di non essere stato un bravo genitore. Questa è la premessa insidiosa. Molti genitori si sentono totalmente responsabili delle azioni dei propri figli e danno a loro stessi dei giudizi inflessibili, spesso, basandosi su un unico errore del proprio figlio. Generalizzano e amplificano, catastrofizzano semplici screzi tra bambini e adolescenti. Queste sono distorsioni cognitive che poi portano a valutare la situazione in maniera poco realistica e poco funzionale ai rapporti con gli altri. Se si pensasse che essere genitore non è un compito facile e che non siamo necessariamente gli unici (anche se i più importanti) punti di riferimento per i nostri figli, e se quindi modificassimo le nostre premesse, forse riusciremmo ad essere più critici nei confronti dei nostri figli e più obiettivi. In questo modo riusciremmo a favorire il processo di differenziazione tra sé e l'altro, quella fase dello sviluppo durante la quale il bambino apprende che l'altro esiste indipendentemente dal suo riconoscimento, che l'altro ha dei bisogni, pensieri ed emozioni che si differenziano dai suoi. Il mancato compimento di questa fase impedisce all'individuo di diventare empatico.

Ma cos'è l'empatia? Essa è un'abilità sociale molto importante ed è la capacità di immedesimarsi negli stati emotivi e mentali dell'altro. Le neuroscienze hanno individuato i responsabili di questo processo e cioè i neuroni specchio. Partecipare come testimoni ad azioni, sensazioni ed emozioni di altri individui attiva le stesse aree cerebrali di norma coinvolte nello svolgimento in prima persona delle stesse azioni e nella percezione delle stesse sensazioni ed emozioni (Gallese, 2006).

Il narcisista non è empatico o forse lo è, ma è infastidito dal venire a contatto con emozioni a lui sgradite. Questo perché, poiché il narcisista è autocentrato, in lui si scatena un grande senso di colpa. "Piange per farmi sentire in colpa", "non sopporto le lamentele", "la tristezza è da sfigati". Ma anche frasi del tipo "piaci perché stai con me", "senza di me non vali nulla". Tutto il mondo che lo circonda gira attorno alla sua esistenza, nel bene e nel male.

Esiste, però, un narcisismo sano che si distingue da quello patologico. L'ammirazione per sé stessi non è di per sé problematica, anzi è auspicabile. Innanzitutto, certi comportamenti apparentemente narcisistici, sono da valutare in base all'età dell'individuo e quindi alla fase di sviluppo che sta attraversando. Ciò che è "sano e normale" in un certo periodo della vita, non lo è in un altro. Inoltre, il narcisista sano non ha bisogno di svalutare gli altri per costruire una buona autostima. E non ha bisogno di conquistare a tutti i costi l'approvazione e l'ammirazione degli altri, come fa il narcisista patologico che si nutre molto di questo; dipende dagli apprezzamenti altrui.

Ma ora è venuto il momento di parlare della forte impronta culturale del narcisismo patologico. Nella nostra società occidentale "apparire" sicuri di sé è molto apprezzabile, dal luogo di lavoro alla cerchia di amici; sembrare distaccati emotivamente è sinonimo di forza interiore; "controllare" le proprie emozioni è una caratteristica appetibile. Tutte caratteristiche che forzano l'individuo ad agire contro la propria natura. "L'essere umano è un animale sociale", pensiero molto in voga e assolutamente corrispondente a verità, ma pronunciato, a volte, con tono di arrendevolezza, come se fosse una Legge di natura dalla quale ci si vorrebbe svincolare ma, purtroppo, non si può. Essere interdipendenti è, per la nostra società individualista, un ostacolo. Perciò, apparire indipendenti e incuranti degli altri ("a me del giudizio degli altri non interessa") è un atteggiamento invidiabile. Prevaricare gli altri sulla base dell'esasperato raggiungimento di obiettivi personali è il prezzo da "far pagare agli altri" per il "proprio" successo. Ecco, quindi, che il narcisismo patologico trova la sua giustificazione ed il suo terreno fertile.

Ma tra il normale ed il patologico, esiste una gamma infinita di atteggiamenti e comportamenti che le persone dovrebbero cominciare a considerare. Ci si può, infatti, esprimere autenticamente tenendo in considerazione l'esistenza di bisogni e opinioni diversi dai nostri e senza prevaricare nessuno. L'essere umano ha bisogno di cooperare per ottenere tutto ciò di cui ha bisogno e questo può essere piacevolissimo, non un fardello. Bisogna che i genitori di oggi si prendano l'incarico di educare i loro figli alla condivisione, alla cooperazione ed all'ascolto delle necessità altrui, oltre che delle proprie. Bisogna che gli insegnanti e gli educatori tutti promuovano una cultura comunitaria. Bisogna che ognuno di noi si metta in discussione, qualora certi valori non gli siano stati trasmessi dalla famiglia. Insomma, non è mai troppo tardi per apprendere nuove modalità di comportamento, nuove opinioni, nuovi atteggiamenti, nuovi valori morali.

In quest'ottica anche la psicologia ha il suo ruolo importante: quello di aiutare le persone a scoprire i propri valori personali e a discutere criticamente quelli trasmessi dalla famiglia e dalla società, attraverso una visione meno ristretta del mondo e quindi, ripeto, comunitaria. Lo psicologo, quindi, sarà sempre più orientato a considerare la filosofia e a ridefinire il suo rapporto con essa. Il suo lavoro non sarà solo clinico e psicoterapeutico, ma dovrà riconsiderare il suo ruolo sociale.

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Scritto da

Annalisa Cigliano

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