L'obesità: il peso delle emozioni non digerite

L'articolo mostra il mio modo di lavorare con i pazienti obesi: attraverso l'esplorazione del campo emozionale profondo, il riconoscimento del nesso tra bisogni e corporeità, la metafora.

4 MAR 2014 · Tempo di lettura: min.

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L'obesità: il peso delle emozioni non digerite
Nell'obesità, così come negli altri disturbi alimentari, c'é un oggetto psichico, il cibo, trattato molto concretisticamente. Ma poiché è un oggetto psichico il cibo ha bisogno di essere trattato anche psichicamente. Essere obesi significa essere dipendenti, e laddove c'é una vera dipendenza si trova anche il bisogno di negarla.

Ho sviluppato, nel mio percorso di sostegno e cura dei pazienti obesi, una specifica linea di trattamento centrata sui bisogni, le emozioni e il loro riconoscimento.

La storia di fallimenti nelle diete, la difficoltà a perdere peso, lo stigma sociale, guardarsi allo specchio e non piacersi, l'atto del mangiare, la golosità, uno stile di vita poco sano, le continue visite mediche, le patologie correlate all'obesità, le rinunce..

E le emozioni? Dove sono finite le emozioni?

Tutti o alcuni degli aspetti elencati, convogliati in una sola persona, sono accompagnati da un carico di emozioni spesso molto difficili da riconoscere e digerire.

Così, ad esempio, lo stigma sociale associato all'obesità genera imbarazzo, vergogna per quello che si è diventati. Guardarsi allo specchio e non piacersi provoca un senso di inadeguatezza, quando non di disgusto. Dopo un'abbuffata ci si può sentire in colpa per aver perso il controllo e avere seguito l'impulso. E così via..

I fallimenti nelle diete e le difficoltà a perdere peso possono condurre ad un vissuto di impotenza, di frustrazione, rabbia per l'insuccesso, la quale viene poi solitamente fatta rifluire su di sé proprio attraverso l'assunzione smodata di cibo.

La condizione di obesità costringe sistematicamente ad un'eccessiva attenzione all'ascolto del proprio corpo, non di rado accompagnata dalla preoccupazione per lo stato di salute dello stesso. Pertanto di questo corpo è importante non soltanto sentirne il peso, ma anche saperlo ascoltare: come in qualunque relazione sana, la capacità di ascolto è un sensibile indicatore di un buon rapporto a due.

Le emozioni sono la dimensione più difficile da ascoltare per i pazienti obesi: è come se la corporeità specifica di questa patologia rendesse più arduo sentire e portare alla luce ciò che viene da più dentro, dal profondo, dalla mente. Ed è proprio dentro a ciò che è più dentro, è lì che ha radici il reale motivo d'essere dell'obesità.

Perché per l'obeso non è facile riconoscere, far emergere, e gestire le emozioni?

Perché si è accecato di fronte ai propri bisogni, perché ha bisogno di nasconderli da sé. È il corpo a evidenziare questo mancato riconoscimento, entrando nel seguente circolo vizioso: all’evidenza della smisuratezza del proprio corpo, il paziente risponde con un’attenzione, e preoccupazione, nei confronti della propria fisicità. A questa attenzione focalizzata solo, o in gran parte, sul corpo, segue un tentativo di azione-cambiamento solo dello stesso, tralasciando ancora una volta di pensare a ciò che il corpo vuole esprimerci. Più questo succede, e più il corpo risponde con violenza, gonfiandosi. E più questo capita, più il corpo si ribella, e più l’attenzione sarà indirizzata nuovamente sul corpo, tralasciando il profondo. Più il profondo resta inascoltato, e più il corpo risponde al torto gonfiandosi. E via di nuovo..

Al fine di penetrare gradualmente e delicatamente dentro a questo circolo vizioso, così da permettere al paziente di osservare le modalità ricorsive con cui mente e corpo si influenzano reciprocamente, ricorro all’esame dei vissuti quotidiani. Questo serve a mostrare ai pazienti che anche loro hanno una parte bisognosa che chiede di essere ascoltata.

Lavoro quindi a più livelli di profondità: dal livello dei vissuti quotidiani più consapevoli, fino al piano dell'inascoltato, del sommerso. Per fare ciò presto molta attenzione alla possibilità che il paziente possa sentirsi al sicuro nel portare in una relazione terapeutica quei bisogni e vissuti inabissati, inaccettati.

Immaginiamo la seguente scena: un bambino piange quando ha fame, ma anche quando ha freddo, quando è arrabbiato, quando vuole un giocattolo, quando vuole più attenzioni. La mamma può reagire in diversi modi, ma se ad ogni pianto risponderà allattando il bambino, invece di cercare di capire di che cosa abbia realmente bisogno, quel bambino crescendo imparerà che il cibo è la risposta ad ogni emozione che sente.

È da queste risposte cicliche e automatizzate che l'obeso impara a rispondere con l'oggetto-cibo, cioé in maniera concreta, alle proprie richieste.

Durante i colloqui clinici esploro il campo delle emozioni, cercando di far emergere i bisogni più autentici ed inespressi per poi riconoscerli e imparare a gestirli insieme.

Il lavoro di riconoscimento di bisogni ed emozioni serve a (ri)creare il rapporto con la propria corporeità, a infondere un crescente senso di fiducia nelle capacità di esercitare controllo sul proprio corpo e quindi, mutatis mutandis, anche su sé stessi.

Tenendo salda in mente questa difficoltà dei pazienti obesi a simbolizzare e connettere il piano delle proprie emozioni al piano del proprio disagio, trovo molto utile in seduta il ricorso alla metafora. Si tratta di uno strumento potente che ci permette di toccare qualunque tematica, compresa la sofferenza interiore, mentre si parla di qualcos'altro o si racconta di qualcun altro. È un mezzo capace di far riecheggiare aspetti della vita interiore che non si ascoltavano più da tempo. Una metafora che mi capita di utilizzare è presa in prestito dalla Divina Commedia e ha come protagonista Ciacco, un personaggio noto nella Firenze dell'epoca. Dante e Virgilio lo ritrovano nel VI Canto dell'Inferno, tra i golosi. Il sommo poeta inizialmente non lo riconosce perché la punizione di Ciacco consiste nello stagnare nel fango per il resto dei suoi giorni e, lordato di fango com'é, neanche chi lo conosce è in grado di riconoscerlo. Nella relazione clinica psicologo e paziente obeso sono come Dante e Virgilio, in un viaggio insieme sulla cui via è richiesto il riconoscimento di qualcosa che è mascherato, nascosto, talvolta segregato. Ciacco rappresenta invece bisogni ed emozioni dell'obeso, in attesa di riconoscimento. Come Dante e Virgilio, io e i miei pazienti obesi esploriamo insieme quelle aree dove potremmo incontrare Ciacco.

Sappiamo che un fattore cruciale è la resistenza al cambiamento da parte del paziente: ogni paziente ha in sé una motivazione al cambiamento, e una motivazione a non cambiare e a restare aggrappato al proprio disagio. Questo succede principalmente perché, per quanto dolorosa possa essere, molto spesso preferiamo perpetuare una situazione di sofferenza conosciuta, in quanto percepita come più controllabile, ad una prospettiva migliore ma non conosciuta, e pertanto avvertita come minacciosa poiché meno controllabile.

Se per la maggior parte dei pazienti la spinta al cambiamento è qualcosa di assolutamente positivo, nel caso di pazienti obesi è opportuno prestare attenzione a questa forza propulsiva: ne sottolineo qui l'avidità con cui ricercano ed esigono il cambiamento. L'obeso cerca di ottenere una gratificazione immediata dal terapeuta, proprio come fa con il cibo. Trasferisce cioé lo schema di comportamento abituale delle abbuffate nella relazione con lo psicologo. Trovo opportuno frustrare questa avidità di cambiamento, questo impulso a fagocitare, perché così facendo il paziente sperimenta la possibilità di tollerare la frustrazione derivante dal non potersi strafogare e dal dover aspettare, cibandosi invece a piccole dosi del nutrimento sano offerto dallo psicologo.

Un altro punto da tenere in considerazione è a mio avviso l'età di insorgenza della patologia, poiché nella mia esperienza può dire molto rispetto a come il paziente si vede, e come il paziente si vede può dire molto rispetto a come possiamo lavorare con lui. Il senso di efficacia di sé dipende anche dalla mole di tempo intercorsa tra la memoria dell'immagine di come eravamo e l'immagine di come siamo diventati. Se l'immagine di sé è ormai cronicizzata nella figura del corpo obeso attuale, allora il lavoro sarà più complesso poiché ad un'immagine di sé atrofizzata e cristallizzata corrisponde un senso di identità più debole, inaridito e impotente, lontano da quello più robusto derivato da un'immagine di sé più attraente, come è stato nel passato di alcuni di questi pazienti. Chi è obeso da 20 anni presenta maggiori resistenze a potersi immaginare nuovamente in forma, proprio per via del tempo trascorso tra l'immagine di sé passata (talvolta nostalgicamente ricercata) e quella  presente con cui ci si specchia ogni giorno. A questo si aggiunga che, per via delle caratteristiche di questa patologia, più tempo trascorso significa più bisogni inascoltati e meno emozioni riconosciute.

Una resistenza al cambiamento significativa è poi rappresentata dalla partita che si gioca sull'asse Es – Super Io. Da un lato la pulsionalità del divorare, dell'attaccare il cibo, il piacere del godimento. Dall'altro le norme, l'immagine di sé non accettata dalla società, la vergogna, il senso di colpa. A centrocampo un Io troppo debole per poter fungere da mediatore. Indebolito dall'immagine di sé cristallizzata nel grasso, fiaccato dall'aridità interiore derivata dal mancato accoglimento dei bisogni più reali, l'Io non controlla più bene il gioco. Scopo dei colloqui psicologici è perciò promuovere quella forza e determinazione che sono basi indispensabili per il cambiamento. 

Le terapie hanno durate variabili, tanto quanto il tempo di cottura di una buona bistecca: al sangue, con pazienti che mettono al fuoco solo la superficie, è opportuna una terapia di durata leggermente inferiore. Ben cotta invece richiederà un tempo maggiore, con un'attenzione particolare al lato più interiore.

Generalizzando, più attenzione si pone al grado di cottura e più digeribili saranno le emozioni.

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Scritto da

Dr. Emilio Bertuletti

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