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Il peso della vita: quando le emozioni e il cibo si scontrano

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Cosa succede nella mente di una persona che soffre di Disturbo da Alimentazione Incontrollata? E soprattutto perché ci sentiamo impotenti di fronte al desiderio di mangiare?

1 FEB 2016 · Tempo di lettura: min.
Il peso della vita: quando le emozioni e il cibo si scontrano

Una paziente durante una nostra seduta mi disse: "Nella mia mente ci sono quelli normali, e poi ci sono io con tutti quelli come me. Per me l'obesità è vita apparente.

Ho sempre vissuto a metà, mi sono costretta ad una vita di disabilità, ho sempre pensato di essere goffa e ridicola per fare anche le cose più normali: non ho fatto sport, non vado al mare da anni, non vado a ballare (ho paura di somigliare ad un budino). Ho vissuto per anni le emozioni attraverso gli altri, mai in prima persona, come se una come me, non meritasse di essere felice. Ho tenuto tutti a distanza, ho iniziato una relazione importante, solo quando per un periodo, sono stata magra…. Non l'ho fatto coscientemente, ma riflettendoci è così, più sono grossa più occupo spazio intorno a me, più allontano gli altri. Non ho solo il corpo obeso, io ho la MENTE obesa!!!"

Secondo il DSM V, il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI) è caratterizzato da ricorrenti episodi di abbuffata durante i quali la persona mangia, di solito in un arco di tempo inferiore alle due ore, una quantità di cibo molto elevata sperimentando una sensazione di perdita di controllo. Successivamente a tali episodi proverà disgusto verso se stessa, depressione o senso di colpa.

Caratteristiche del disturbo

Il desiderio di mangiare viene vissuto come un impulso irrefrenabile placabile solo con il cibo che travolge i propositi e la volontà. Così una paziente descriveva questo momento: "la mente va lì e devo mangiare per forza altrimenti sto male. Mi iniziano a tremare le mani e mi sento molto agitata fin quando non inizio a mangiare".

Non essendo presenti meccanismi di compenso, così come nella Bulimia Nervosa, nella maggior parte dei pazienti è presente una condizione di sovrappeso o di obesità che determina un marcato disagio e bassa autostima.

I pazienti con DAI non apprezzano il proprio corpo ma anzi lo considerano come un impaccio. Provano vergogna per il proprio aspetto e per questo tendono a isolarsi convinti che gli altri lo giudichino negativamente solo perché obeso ("che esco a fare? tanto lo so che appena sono fuori gli altri mi guardano e mi prendono in giro… per non parlare poi se sono in compagnia di altre persone come me!").

Chi soffre di DAI considera il cibo come un alleato scomodo: capace per esempio di consolare nel breve tempo momenti tristi ma che a lungo termine lascia dietro di sé senso di colpa e depressione. Prevale un senso di passività, di sconforto e di ineluttabilità del proprio destino di obeso.

Tra i fattori scatenanti e di mantenimento è possibile individuare un'intolleranza alle emozioni negative, come ad esempio ansia, rabbia, disperazione, noia, che possono essere provocate da molteplici eventi tra i quali ad esempio le difficoltà relazionali e di coppia. Sentirsi soli e abbandonati, credere di non aver alcun valore per gli altri a causa del proprio senso di inadeguatezza e di scarsa autostima induce la persona a ricercare conforto nel cibo (Stice e collaboratori, 2000).

I meccanismi di base

Il modello interpretativo cognitivo-comportamentale prevede due meccanismi alla base delle abbuffate: il modello del blocco emozionale (Root e Fallon, 1989) e la fuga dalla consapevolezza (Heatherton, Baumeister, 1991).

Secondo quest'ultimo modello, durante le abbuffate i pazienti riferiscono una sensazione di perdita di controllo come se non si rendessero conto di ciò che stanno facendo e se fossero completamente incapaci di fermarsi. È come se si trovassero in una sorta di sospensione del tempo e del giudizio, durante il quale non esiste più niente se non loro stessi in quel preciso momento. Pur essendo consapevoli i pazienti della disfunzionalità di tale comportamento, non riescono a farne a meno perché comunque offre loro un momento di sollievo da un disagio intollerabile.

L'abbuffata serve inoltre per allontanare dalla coscienza le emozioni negative facendo invece focalizzare la persona su quelle positive indotte dal cibo. L'emotional eating rappresenta per tali pazienti l'unica modalità di riposta conosciuta per far fronte alle difficoltà quotidiane.

Quindi le caratteristiche tipiche di queste pazienti sembrerebbero essere:

  • incapacità di tollerare le emozioni;
  • tendenza a interpretare le sensazioni corporee indotte dalle emozioni come segni premonitori di eventi nefasti;
  • tendenza a innalzare la soglia di consapevolezza piuttosto che quella di tolleranza per difendersi dagli stati emotivi.

Per esempio se dovessero provare rabbia nei confronti di una persona cara, come ad esempio il partner o un genitore, proverebbero un intollerabile senso di disagio; avrebbero infatti il timore di perdere il controllo e di agire la loro rabbia compiendo atti socialmente inaccettabili. Per placare questa emozione e questo disagio viene utilizzato il cibo.

Qual è il percorso terapeutico più adatto per questo tipo di problema?

Sicuramente un approccio multidisciplinare che preveda la figura dello psicologo/psicoterapeuta, del medico e del nutrizionista.

Ma perché tutte queste figure per un solo paziente?

Probabilmente questi pazienti si saranno rivolti più volte nel corso della loro vita a un nutrizionista per perdere peso ma non ottenendo nessun risultato in termini di perdita di peso.

Ma per quale ragione?

Probabilmente questi pazienti individueranno la causa del loro insuccesso in loro stessi, considerandosi persone senza forza di volontà, delle deboli e senza alcuna possibilità di cambiare. Il motivo non è assolutamente questo ma probabilmente è dovuto al fatto che non è mai stato preso in considerazione l'aspetto psicologico, che come abbiamo visto invece risulta essere il fattore centrale di questo disturbo.

Nell'ottica di un intervento cognitivo-comportamentale, il lavoro psicologico verterà sulla modificazione dei meccanismi cognitivi ed emotivi alla base del disturbo, in particolare del blocco emotivo e della fuga dalla consapevolezza. Un'attenzione particolare sarà riservata al ruolo che il cibo ha per il paziente stesso, alle emozioni che più frequentemente causano disagio, all'autostima e alle difficoltà interpersonali.

È di fondamentale importanza lavorare anche sulla motivazione del paziente al cambiamento, fattore questo indispensabile per una buona riuscita del trattamento.

Scritto da

Dott.ssa Ilaria Zambrini

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