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Sono affezionata al mio terapeuta, che dovrei fare?

Inviata da Carla il 4 giu 2014 Orientamento professionale

Io sono in cura da ormai tre anni con il terapeuta io so benissimo che rapporto intimo a livello di (fare amicizia, uscire fuori ecc) sia impossibile però mi sono legata tantissimo ogni giorno penso vorrei mandare un messaggio a questo terapeuta ma so benissimo che non andrebbe bene e tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme in questo percorso andrebbero persi ma c'é un modo per sentirsi dopo ,alla fine della terapia? o ci sono anche li degli standard? fine terapia addio per sempre segui il tuo percorso? Ne ho parlato chiaramente in terapia, ho pure pianto perché le mie emozioni erano forti non riuscivo a controllarmi perché dentro sentivo un vuoto !!
Per me sono ricordi importanti nonostante non conosca la persona e mi sono trovata abbastanza bene. Quindi chiedo a voi psicologi, dopo la fine della terapia non ci si potrà conoscere più in fondo? Grazie per la vostra disponibilità,
Anonimo

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Con la fine della terapia, il rapporto specialista-paziente termina.
Dopo di chè i due possono gestire come credono il seguito. Generalmente ci si saluta con un po' di stringimento al cuore e con la gioia del percorso concluso; il terapeuta può continuare a rimanere punto di riferimento come "consulente".
Quanto al conoscersi più a fondo, dipende dalle due persone.

Dr.Brunialti, psicoterapeuta, sessuologa, psicologa europea Psicologo a Rovereto

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Caro Anonimo, un buon distacco dalla relazione terapeutica, indica una sana autonomia, raggiunta questa, il vissuto con la persona amata, è sempre con noi, a sostenerci, a guidarci ed anche a superarlo. La nostra vita, nel suo svolgersi ed evolversi, ci porta continuamente a perfezionare questo importantissimo stato che è proprio l'autonomia psichica.

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Il transfet è normale. Ma non porterà a nulla. dopo ci sarebbero troppe intimità di lei che l'altro conosce. Dott.ssa Calenzo

Dott.ssa Anna Elisabetta Calenzo Psicologo a Guidonia

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Cara Anonima,
non credo che la sua terapia stia per volgere al termine, il transfert appare ancora pienamente in atto. Piuttosto, lei esprime il suo tormento riguardo al desiderio di avere maggiore intimità col suo terapeuta, poter condividere momenti della sua vita dai quali si sente esclusa. Sa a livello cognitivo che questo desiderio non può essere soddisfatto, ma lei giustamente fa il suo mestiere di paziente e ha tutto il diritto di provare e manifestare i suoi sentimenti al terapeuta, quello che le accadde si chiama appunto “transfert”, ed è il cuore della terapia, quello che la muove, infatti, per poter rimediare alle mancanze e risolvere i fraintendimenti che ci hanno fatto e ci fanno ancora soffrire è necessario rielaborare, non solo a livello cognitivo ( cioè “sapere di”), ma emotivamente (cioè provando le emozioni “sulla nostra pelle”) le esperienze che ci hanno formato; così nel transfert il terapeuta diventa l’oggetto significativo che sta al posto delle persone che sono state emotivamente più importanti per noi, non è amato (o odiato!) per come davvero è, ma per la valenza emotiva che assume per noi nella relazione.
Il lavoro terapeutico viene condotto insieme dalla coppia terapeuta-paziente e gran parte consiste proprio nel reggere l’impatto di questi sentimenti spesso ambivalenti e, riattualizzandoli in una situazione nuova e protetta, poterli trasformare creativamente, anziché continuare a sentire che condizionano negativamente la nostra vita.
Se il lavoro terapeutico è stato ben condotto, verso la fine della terapia il terapeuta riacquista man mano delle caratteristiche proprie e più attinenti alla realtà e non sarà più il rappresentante di figure del passato; sarà così possibile vivere la fine della terapia non come un abbandono, ma come la giusta conclusione di un lavoro fatto insieme del quale si potrà conservare un buon ricordo.
La fine della terapia è comunque un momento molto delicato, spesso i nodi irrisolti vengono al pettine e proprio allora c’è la possibilità di elaborarli. Come tutte le separazioni è dolorosa, ma le separazioni sono molto frequenti nella vita e poterle affrontare e superare è uno dei requisiti di una raggiunta maturità emotiva.
Il terapeuta rimane in genere una figura di riferimento al quale ricorrere nei momenti difficili della vita.
A distanza, cioè passato un periodo di elaborazione del distacco che è simile alla elaborazione di un lutto, non ci sono regole particolari, le due persone potranno decidere come meglio credono se e quali aspetti della loro vita desiderano condividere.

Dott.ssa Laura Garau specialista età evolutiva Psicologo a Livorno

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Gentile Anonima,
è possibile innamorarsi del proprio terapeuta! Umano. Tuttavia dobbiamo prestare attenzione considerando che in tutti i rapporti particolari come terapeuta paziente e anche allievo maestro è possibile confondere i sentimenti. Senz'altro durante il rapporto professionale non è possibile instaurare altro genere di relazioni che non siano attinenti alla professionale. Finita la terapia per sempre può rientrare tra un accordo tra le parti
dr paolo zucconi sessuologo clinico e psicoterapeuta comportamentale a udine

Dr. Paolo G. Zucconi (sessuologia clinica & Psicoterapia) Psicologo a Udine

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Gentile Anonimo
a mio parere partendo dal fatto che la Psicoterapia è un rapporto a due dove la collaborazione e l'Alleanza Terapeutica sono elementi essenziali mi sembra più che necessario che il Termine del trattamento sia deciso insieme valutandone attentamente i modo e i tempi. Questo già dovrebbe rappresentare un punto di tranquillità per il paziente di non sentirsi abbandonato o rifiutato ma dargli il senso di un "ultimo Atto" della scena consapevolmente vissuto, come per tutto il resto, col proprio Terapeuta.
Nel suo caso, quello che lei descrive mi sembra un Distacco Traumatico che mi fa pensare che la Psicoterapia non sia ancora da terminare.
Il Termine della Psicoterapia non dovrebbe mai essere così sofferto in quanto la Psicoterapia stessa dovrebbe averle fornito gli strumenti adeguati a gestire questo distacco che, sebbene sia una perdita, dovrebbe comunque essere una perdita gestibile se così non è e ci sono forti attaccamenti forse il Trasfert è ancora atto in modo pieno.
Quanto dico è valido per il Paziente, per il Terapeuta deve valere che egli sia in grado di gestire "A Priori" questo distacco e questo è un punto essenziale della sua formazione.
A mio modo di vedere la fine del rapporto terapeutico ben condotto e rispettate le giuste tappe di percorso, non dovrebbe essere un momento troppo doloroso ma qualcosa che avviene naturalmente come quando un frutto maturo si stacca dal ramo, è proprio la raggiunta Maturità del paziente a portare al distacco e quindi dovrebbe essere più un momento gioioso che triste.
Finito questo capitolo della storia potrà essere possibile un secondo capitolo dal titolo diverso da Psicoterapia...potrebbe essere Amicizia, Collaborazione, Amore, quello che i due vorranno ...il più delle volte il Terapeuta resta una mentore con cui consigliarsi o sempre la Stessa Figura di riferimento da cui recarsi per consulenze e problematiche di vita più sporadiche.
Il suo caso, come da lei descritto, mi sembra un pò anomalo... in ogni modo il Terapeuta non può imporre al Paziente la fine della Psicoterapia, quindi si tranquillizzi e se non si sente pronto continui a discuterne col suo terapeuta.
Cordialissimi saluti
Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicoterapeuta in Ravenna.

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Come tutte le relazioni intense e che offrono sostegno aiuto e comprensione siano difficili da terminare. Si teme sempre di vivere un vuoto o un abbandono ma credo che la bellezza di queste relazioni sia il "pieno" e i contenuti che lasciano come tracce indelebili sul nostro cammino. Essendo una relazione professionale, però, né intima né amichevole, sia corretto gestire il distacco. Se senti che gestire la fine è troppo doloroso, potreste insieme programmare il termine della terapia in modo che sia il più graduale possibile; per non gestire nell'immediato un distacco difficile da sopportare.

Dott.sa Paola Madesani Psicologo a Brescia

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Cara Anonima,
come sai, si tratta del fenomeno di transfert ed è buono che ci sia e che tu ne parli liberamente e dettagliatamente col tuo terapeuta.Ovviamente si tratta idi una particolare 'storia d'amore' la cui fine avviene insieme con la terapia. Voglio dire, e questo te lo avrà detto ,o te lo dirà direttamente lui, che se vuoi risolvere il disagio che ti ha portato ad iniziare la terapia, dovrà essere liquidato il transfert attraverso un delicato lavoro sulle tue resistenze. Continua a parlarne ed a lamentarti nelle sedute ed affidati all'esperienza del Collega.Auguri.
Dott.ssa Carla Panno
psicologa-psicoterapeuta

Dott.ssa Carla Panno Psicologo a Milano

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