Relazioni asimmetriche e paritarie

Inviata da gianni il 15 mar 2016 Relazioni sociali

Salve,
vorrei sapere come si fa a rendere una relazione asimettrica paritaria. In pratica se un volontario dovesse assistere un malato sarebbe in stato UP mentre il malato sarebbe in stato DOWN. Secondo Jung il volontario dovrebbe esprimere in qualche modo la sua malattia, la sua angoscia ecc. per rendere la relazione paritaria ma in tal modo il malato non si deprimerebbe ancora di più?

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Gentile Gianni,
penso che in tema di relazioni asimmetriche o paritarie dovremmo innanzitutto precisare a quale tipo di relazioni ci riferiamo.
Infatti, a prescindere da Jung, nel caso della relazione, da lei citata, tra volontario ( o curante) e malato oppure, ad es., della relazione tra insegnante e alunno o di quella tra padre e figlio etc., è evidente ed ovvia la asimmetria basata su una diversa competenza e gestione del potere e forse in questi casi non avrebbe nemmeno senso una relazione paritaria sempre che fosse possibile : l'importante è che il maggior potere sia utilizzato per il bene di chi si trova in posizione down e non per perpetrare un abuso, in linea anche con il principio che " avere pari dignità non vuol dire essere alla pari".
Invece, in altro tipo di relazione come, ad es., la relazione di coppia, la condizione paritaria è auspicabile perchè è alla base della "reciprocità" che permette equilibrio negli scambi tra i partners e cooperazione nella corretta educazione dei figli.
Comunque, tornando all'esempio da lei citato della relazione tra volontario e malato, chi le dice che quest'ultimo si deprimerebbe di più nel sapere che anche il volontario può avere qualche malattia o qualche angoscia e non si sentirebbe invece sollevato secondo il vecchio detto dantesco che "aver compagno al duol scema la pena" ?
Cordiali saluti.
Dr. Gennaro Fiore
medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna (Salerno).

Dott. Gennaro Fiore Psicologo a Quadrivio

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Il problema della Relazione in una terapia è stato sviscerato sufficientemente: non può essere simmetrica, ma è sempre sbilanciata. All'interno di questa logica, il terapeuta gestisce la relazione secondo i propri canoni umani. Jung in questo non è un grande maestro. E non credo che parlare delle proprie malattie serva molto al Paziente. In una logica di volontariato, ancor di più che in una logica terapeutica, sarà l'ascolto a dominare e a condurre la relazione. L'ascolto è la quintessenza della relazione, e nella relazione terapeutica il veicolo privilegiato. Dr. Roberto De Pas Psicologo Psicoterapeuta.

De Pas Dr. Roberto Psicologo a Milano

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Buongiorno Gianni, sono d'accordo con la collega psicoanalitica che le chiede: qual'è il problema, per lei, in una relazione asimmetrica? Non ho capito se il suo esempio sia reale o immaginario, tuttavia il focus è capire che, in realtà, di relazioni davvero simmetriche, in tutti i campi, ce ne sono davvero poche. O perché, sul lavoro, si è capi e sottoposti, o perché, in ospedale o in un setting psicoterapeutico, si è medici e pazienti, o perché in famiglia si è genitori (neanche tra loro esiste simmetria, molto spesso...) e figli, o perché in amore c'è chi "tira la carretta" e chi si fa tirare (quest'ultima posizione non necessariamente è quella "down"...), e così via. Calcoliamo che, in qualunque tipo di relazione, uno dei due si è evoluto come un po' più down (strategia relazionale più o meno conscia) e l'altro un po' più up (discorso uguale alla posizione precedente): banalmente, in questo modo l'incastro emotivo potrebbe risultare anche più complementare. Pensiamo al caso di una coppia down-down oppure up-up...Dunque, credo che l'analisi debba focalizzarsi sul significato che lei da al sentirsi down o up oppure sul bisogno di sentirsi simmetrici. Che effetto le fa sentirsi in una delle due posizione? Quale immagine di sé ne ricava? Cosa immagina che potrebbe accadere (evidentemente di positivo) una volta raggiunta la simmetria relazionale? Con che effetti emotivi e di ritorno di immagine? Tutto ciò, a questo punto, credo sia utile affrontarlo, quantomeno, in sede di consulenza psicologica, meglio in un setting psicoterapeutico.
Buona fortuna,
dott. Massimo Bedetti,
Psicologo/Psicoterapeuta,
Costruttivista-Postrazionalista Roma.

Dott. Massimo Bedetti Psicologo/Psicoterapeuta Psicologo a Roma

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Caro Gianni
il discorso da lei posto è davvero molto complesso e sarebbe difficile qui spiegare la teoria delle relazioni simmetriche o complementari.
Quindi io mi fermo al tipo di relazione da lei citato e cioè un relazione d'aiuto, che è la relazione che si crea tra due persone quando c'è uno che svolge il ruolo di "aiutante" e l'altro invece è l'"aiutato".
Ci sono delle cose molto importanti e specifiche da sapere sulle relazioni d'aiuto che indicano la via per essere efficaci.
Anzitutto non è una relazione di potere ma in primis di empatia.
L'aiutante non è importante che sia o meno sofferente, però una cosa nel suo ruolo deve saper fare e cioè rispondere sia al sentimento dell'aiutato e alle sue emozioni sia ai contenuti espressi.
Sono due cose del tutto diverse; di solito è facile rispondere ai contenuti che sono soprattutto di carattere informativo. Difficile è rispondere alle emozioni dell'aiutato che vengono espresse molto anche a livello non verbale; qui l'aiutante deve saper "rispecchiare" l'altro per aiutarlo ad elaborare il "come si sente", deve non tanto consolarlo, ma dare voce al suo disagio ed insegnarli le parole per dirlo.
Questa Arte dell'aiuto che si esplica tra due coinvolti nella relazione con pari dignità, ovviamente, ma con ruoli diversi, è un'arte che si impara.
A tal fine segnalo delle edizioni Erickson l'interessante libro "l'arte dell'aiutare" di Robert Carkhuff.
Un caro saluto
Dott. Silvana Ceccucci Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Salve,
penso che in questo caso specifico la relazione si asimmetrica non tanto per la condizione di malattia della persona assistita, quanto piuttosto per il concetto di malattia che forse nel senso comune viene attribuito a questo termine.Se pensassimo che la salute di per sé sia da intendere come un completo stato di benessere, fisico, psichico, e sociale, potremmo immaginare un altro concetto di malattia...e questo potrebbe aiutarci nel sentirci come lei ha scritto, meno UP..inoltre ogni relazione comporta una retroazione, è inevitabile che entrambe le persone coinvolte nella comunicazione, percepiscano un feedback, che deriva dalla relazione stessa, dagli scambi verbali e non verbali, provi ad immaginare quale valore comunicativo abbia un "semplice" sorriso, ciò potrebbe significare che condividere un' angoscia o uno stato di ansia potrebbe portare le due persone coinvolte nella relazione a trovare una sorta di ponte che le collega, che non necessariamente crea ancora più angoscia, ma anzi potrebbe portare a sopportarla in maniera meno pesante, proprio perché è condivisa, ed entrambi portano un pezzetto della propria disposizione interiore.

Dott.ssa Maria Chiara Contilli Psicologo a Foligno

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Caro Gianni, le informazioni che fornisce per darle una risposta mirata ed efficace sono davvero poche, non ho capito se sta parlando di un caso ipotetico o reale. Gli studi sulla gestione della relazione fra volontari e assistiti ha fatto passi da gigante dal tempo di Jung, consiglierei letture di autori come Deci e Ryan, Omoto e Scnyder autori della Volunteer Motivation Scale, o ancora Piliavin che ha svolto numerosi studi sull'identità del volontariato, inoltre ci sono testi di psicologi di comunità come Zani B., Cicognani E., Meneghini M..
Il mio suggerimento è di riflettere con la guida di queste letture sul proprio ruolo di volontario, la sua intima motivazione e le richieste in gioco nella relazione volontario-assistito, credo che troverà alcune risposte ai suoi interrogativi, se così non fosse potrebbe chiedere al presidente della associazione di volontariato di cui fa parte, di organizzare un corso di formazione sulla gestione della relazione volontari-assistiti, io stessa ne ho svolti per diversi tipi di associazioni di volontariato.
Se desidera maggiori informazioni mi contatti pure.

Dott.ssa Elisa F. Chicchi Psicologo a Figline Valdarno

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Buon giorno Gianni, ha mai visto il film "quasi amici"? lei non ha specificato di che tipo di disabilità si tratta. Ma le posso dire che a volte ciò che cercano non è compassione o sentire le nostre sofferenze "ne hanno tante delle loro", ma hanno bisogno di qualcuno che diventino il loro prolungamento, le loro gambe, le loro braccia e la loro capacità che non possono mettere in campo.
Quindi non stia a compatire il suo assistito non ne ha bisogno.
Buona giornata
Dott.ssa Petrini Consuelom

Dott.ssa Petrini Consuelo Psicologo a Porto San Giorgio

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Gentile Gianni,
non posso esprimermi in termini junghiani poiché ho un'altra formazione, se pur psicoanalitica.
Dunque. Perché ha la necessità che la relazione diventi paritaria? Che cosa intende con questo?
Quando ci si trova nella posizione di aiutare qualcuno, si è sempre in una situazione impari...il punto è come vivere questa posizione. Non è necessario che la disparità sia vissuta in termini di potere: nelle posizioni asimmetriche si può comunque essere accoglienti e gentili. Anzi, la posizione impari (ad esempio come quella tra un paziente ed un terapeuta, o tra medico e paziente) è spesso necessaria alla buona riuscita del percorso e/o della cura.
Sono d'accordo con la sua percezione: riversare le proprie frustrazioni sulla persona sofferente non è una grande idea, poiché oltre al proprio eventuale stato di malessere, si troverebbe a gestire anche quello di chi dovrebbe sostenerlo.
Le consiglio, se dovesse servirLe, di rivolgersi ad un terapeuta (le consiglio un analista lacaniano) per un percorso di supervisione in merito ai pazienti che segue ed alle domande che ha in merito.

A disposizione.
Un caro saluto
Dott.ssa Fornari Daniela

Dott.ssa Daniela Fornari Psicologo a Iseo

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Buongiorno Gianni, non ho una formazione junghiana, pertanto le rispondo sulla base delle mie conoscenze professionali.

Di fronte al dolore di altri, si tratti di malattia o di un dolore psicologico legato ad un evento, la persona che soffre è apparentemente in una posizione che lei definisce "down". Dico apparentemente perchè, di fatto, ella è la maggiore esperta di sè e del proprio dolore e il professionista può trovarsi in una posizione di debolezza dettata dall'ignoto e dalla inconoscibilità del dolore altrui.

Nulla vieta al volontario di esprimere le sue emozioni che, talora, possono rendere più ricca la relazione con la persona che soffre, facendola sentire compresa e autorizzata a provare emozioni legate alla malattia.

La mia risposta le è utile? Le stimola qualche nuova riflessione?

Resto a disposizione per chiarimenti
Un saluto
Dott.ssa Francesca Fontanella

Dott.ssa Francesca Fontanella Psicologo a Rovereto

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