Perchè quando mi innervosisco piango?

Inviata da Giordana. 19 mag 2016 5 Risposte  · Assertività

Mi sono trovata spesso nella situazione di piangere mentre ho una discussione accesa con dei membri della mia famiglia, oppure anche ripensare a una discussione appena avuta mi fa venire le lacrime agli occhi. È una cosa molto frustrante, perché vorrei dire come la penso, ma non mi escono le parole e al loro posto escono le lacrime... come posso fare per risolvere questo problema?

famiglia

Miglior risposta

Cara Giordana
la tua voglia di farti valere è forte e per questo tu vuoi difendere le tue idee, giustamente!
In questo momento però, l'emotività prende il posto del controllo e fa "uscire" le tue emozioni suscitate dalla discussione; questo non è del tutto un male perché comunque ti sfoghi, però ti riporta ad una debolezza di fondo eti impedisce di farti ben capire.
Hai bisogno di acquisire migliori strumenti di comunicazione che possano esserti di aiuto, uno di questi è il considerare la discussione più che come un conflitto con vinti e vincitori (quindi una situazione emotivamente molto forte), come un confronto, dove tu, con calma spieghi ed illustri le tue idee... come miglior "avvocato difensore di te stesso", impegnato, competente, ma più distaccato.
E' una piccola idea per aiutarti, puoi provare!
Un caro saluto
Dott. Silvana Ceccucci Psicologa Psicoterapeuta.

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Buonasera Giordana, a me sembra che, nel contesto di confronto acceso, è come se lei non avesse le capacità (per mancanza di abitudine, perchè non ce la fa emotivamente, etc.) di sintonizzarsi e far sentire la sua voce. Quindi, il suo sistema, ha trovato una modalità relazionale di espressione emotiva (sappiamo che le emozioni servono, tra l'altro, come segnali comunicativi sia per l'esterno che per il nostro interno) indiretta. Se si trattasse di questo (la mia, naturalmente, è solo una ipotesi) si potrebbe trattare della cosiddetta "coercitività passiva", ovvero una modalità di richiesta di attenzione, ascolto, conforto, sostegno non diretta, ma che l'esterno deve ricavare dal suo comportamento ed è quasi costretto (sempre l'esterno) ad occuparsi di lei (difficilmente ad una persona che piange, ha il broncio, si tiene in disparte, etc., immediatamente o dopo poco, non viene offerta attenzione e quant'altro). Chiaramente, lei non adotta (almeno credo) questo comportamento in modo così strategico, ma lo ha imparato in quanto, evidentemente, in quel particolare tipo di situazioni, quella è stata l'unica modalità di possibilità interattiva. Come al solito, sarebbe meglio non sostituire tale modalità, ma ampliarla ed aggiungerne delle altre, in modo che lei possa scegliere, in piena libertà, quale utilizzare in quel momento, con quelle persone, etc. Per questo, un training all'espressione delle emozioni, fatto all'interno di un sostegno psicologico, potrebbe essere una delle opzioni da valutare.
Buona fortuna
dott. Massimo Bedetti
Psicologo/Psicoterapeuta
Costruttivista-Postrazionalista Roma

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21 MAG 2016

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Gentile Giordana,
la sua tipologia di pianto sembra più appartenere alla rabbia "di pancia" mentre dovrebbe diventare rabbia "di testa" trasformandosi in assertivita' e mettendo parole per argomentare in modo più efficace e convincente dell'interlocutore.
Questa capacità può essere acquisita tramite un percorso di psicoterapia che le consiglio.
Cordiali saluti.
Dr . Gennaro Fiore
Medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta a Quadrivio di Campagna ( Salerno ).

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21 MAG 2016

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Cara Giordana, e' solo questine di addestramento. E' chiaro che se io incontrassi nel bronx un delinquente che inizia a picchiarmi, non saprei come difendermi e la mia reazione sarebbe rabbia e frustrazione, da cui le lacrime.
Quindi, se vivi in un ambiente verbalmente aggressivo, devi imparare come interagire con questa gente, per evitare che il senso di impotenza ti provochi le emozioni che hai descritto.
Tieni presente che se la tua reazione e' cosi' forte, significa che la storia e' vecchia, cioe' sei nata e cresciuta in un clima di ingiustizie.
Se puoi (economicamente), inizia una psicoterapia, altrimenti, rivolgiti al centro di igiene mentale piu' vicino chiedendo un supporto. Coraggio

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21 MAG 2016

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Buongiorno Giordana,
credo che con le sue parole abbia centrato un punto focale di quanto le succede... il pianto sembra andare a "sostituire" la reazione verbale di espressione della rabbia o insoddisfazione che invece non sembra trovare sfogo. Pertanto prende il sopravvento la componente più fisiologica di questa emozione. Il pianto è un'espressione che si accompagna a varie emozioni (si piange di gioia, di paura, di rabbia, di vergogna...), è quindi una modalità trasversale per far "fluire" e smorzare le emozioni forti, tuttavia da sola non basta per far veramente valere ed esprimere le nostre idee e per affrontare gli eventi. Occorre pertanto sviluppare una modalità più efficace di espressione di sè.. nel suo caso ad esempio, sviluppando una comunicazione verbale che le consenta appunto di difendersi, di dire la sua, (con o senza pianto concomitante che sia) ma che le consenta di farsi capire. Questa modalità comunicativa, può essere appresa tramite un percorso psicologico, che vada anche a scoprire le motivazioni e i "blocchi" che la trattengo dal non esprimersi liberamente.
L'approccio cognitivo comportamentale offre molte strategie terapeutiche per la gestione dell'emotività, dando risultati anche in tempi medio-brevi.
Se desidera maggiori informazioni può contattarmi ai miei recapiti.
un caro saluto,
dott.ssa Chiara Francesconi

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20 MAG 2016

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