Il mio terapista non vuole farmi una diagnosi scritta

Inviata da armando · 12 giu 2015 Orientamento professionale

Salve,
Sono in trattamento da circa un anno con un psicoterapeuta e ho chiesto di avere una diagnosi scritta dei sintomi che presentavo arrivata, del lavoro svolto, insomma una diagnosi riassuntiva della mia situazione clinica. Lui sta temporeggiando adducendo che non può fare diagnosi che poi potrebbero essere usate in eventuali controversie "legali"che eventualmente potrei aprire contro terzi, adducendo che quello che eventualmente scriverebbe è privato e coperto da segreto professionale. Io credo che il segreto professionale sia a tutela dei sintomi del paziente e non del medico e ritengo mio diritto di paziente chiedere una diagnosi, specie dopo un anno di trattamento. In ogni caso credo un terapista possa pur fare uno scritto sostenendo che è stato redatto su mia richiesta di diagnosi, non entrando in alcun modo in merito alle eventuali questioni che potrei porre a terzi. Lui ñon dovrebbe solo limitarsi ad accertare il mio stato ďi salute se lo richiedo? Grazie per le risposte e per chiarirmi le idee a riguardo.

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Miglior risposta 12 GIU 2015

Gentile Armando,
non ci chiarisce il motivo per cui lei richiede una relazione scritta della diagnosi e del percorso terapeutico compiuto; nella pratica clinica privata non è consuetudine rilasciare questo tipo di documento che viene tuttavia prodotto per questioni lavorative o legali. Un'altra cosa che non afferro è se vi sia stata una condivisione e una discussione, durante le sedute, della diagnosi fatta dal clinico, delle fasi del lavoro svolto, dei progressi raggiunti e degli eventuali obiettivi ancora da raggiungere. Ciò è indispensabile per la relazione psicologo-paziente e per la stessa terapia e se è mancato nel suo percorso ha il diritto di esserne aggiornato.
Resto a disposizione per ogni chiarimento.
Un caro saluto.
Dott.ssa Valentina Miceli

Dott.ssa Valentina Miceli Psicologo a Roma

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19 GIU 2015

Il professionista è tenuto a rilasciare una certificazione sullo stato di salute attuale e/o pregressa di un paziente.
Per farlo può basarsi sull'esito di opportuni questionari, check list che permettono di evidenziare la sintomatologia, la sua pervasività e l'interferenza negli ambiti di vita del paziente.
Attraverso la concettualizzazione potrà, inoltre, addurre ipotesi sulle cause.
È possibile che il suo specialista non possa emettere una diagnosi poiché l'intensità della sintomatologia non era tale da poter ipotizzare la presenza di un disturbo psicologico.
Spero di essere stata chiara

Dott.ssa Antonella Leccese Psicologo a Firenze

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15 GIU 2015

E' chiaro che il terapeuta deve fare una diagnosi (avere un'idea di massima del suo funzionamento) come strumento per aiutare il lavoro. Ci sono tanti tipi di diagnosi e molte scuole hanno posizioni diverse rispetto alla questione della diagnosi. Deve poi essere anche chiaro che una diagnosi andandosi a collocare entro un contesto che promuove il cambiamento può modificarsi nel tempo, non può essere statica. A volte una diagnosi statica può inficiare il processo di cambiamento (se comunicata al paziente) quindi il terapeuta si regolerà di conseguenza. Sarebbe forse più utile chiedere di parlare dei suoi cambiamenti da quando ha cominciato la terapia e questo forse il collega li potrebbe mettere per iscritto ma ciò a chi servirebbe? Cioè cosa vuole farsene di questa relazione scritta? Dove e come si va a collocare nel processo terapeutico? Dovrebbe essere più chiaro con il suo terapeuta e convenire, dopo una attenta riflessione, sulla reale utilità di questa sua richiesta. Essendo il terapeuta, insieme a lei, responsabile del processo di cura dovrà valutare con attenzione come comportarsi. Altra questione. Se lei, invece di portare avanti una psicoterapia, avesse chiesto una semplice consulenza con annessa diagnosi scritta allora la questione sarebbe stata più lineare; ma in questo caso mi sembra che non sia così. Altra ipotesi: e se lei volesse utilizzare una certificazione specialistica per orientarsi verso dinamiche, per es., conflittuali (o altre dinamiche che qui non cito per brevità) esterne al setting e il terapeuta decidesse di non colludere con questa sua spinta a confliggere a creare tensione? Tra l'altro, io penso, anche in questo caso si potrebbe chiaramente creare uno spazio di discussione su questo. Insomma io ritengo che sia lei che il terapeuta dovreste creare una situazione in cui sia più facile comunicare le proprie richieste.Infine, e chiudo, che questa richiesta non nasconda un modo per comunicare al suo terapeuta il fatto che non si sente adeguatamente rappresentato dalle sue descrizioni in terapia, detto in altri termini "non si sente compreso" ma non riesce a dirglielo direttamente? Dopo un anno di lavoro (che poi dovrebbero equivalere a x sedute) sicuramente il collega si sarò fatta un'idea di lei e forse la domanda potrebbe essere legata alla sua ricerca di un'identità chiara anche rispetto ad un osservatore privilegiato come può essere lo psicoterapeuta. Chi sono io per te?

Dott. Giuseppe Esposito Psicologo e Psicoterapeuta Psicologo a Piano di Sorrento

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15 GIU 2015

Gentile Armando,
il Tariffario dell'Ordine degli Psicologi Nazionale suggerisce, per quanto in maniera non vincolante per i suoi iscritti, un onorario per la "Certificazione e relazione breve di trattamento" e per la "Certificazione e relazione breve psicodiagnostica" variabile tra € 20,00 e € 70,00, mentre per la "Analisi, definizione e stesura di relazione psicologica-clinica (con definizione analitica delle valutazioni psicodiagnostiche, sintesi clinica ed eventuale progetto d'intervento)" la parcella varia da € 65,00 a € 155,00.
Forse specificando al collega che lei intende retribuire a norma di Nomenclatore la relazione richiesta otterrà quanto desidera.
Dal mio punto di vista non vi sono, generalmente, problemi a rilasciare documenti scritti che documentino la diagnosi posta o l'attività prestata, purchè il cliente non richieda attestazioni false o forzate da poter, per esempio, far valere in giudizio. In tali casi il rifiuto è categorico: il cliente non può suggerire al professionista il contenuto della certificazione che richiede, cosa che, purtroppo, talvolta capita.
Varia poi il tipo di fatturazione rilasciata per tali certificazioni: se il loro uso è unicamente clinico, per esempio da presentarsi ad altri sanitari, non occorre aggiungere l'IVA; viceversa, se verranno presentate in altra sede, ad esempio giudiziaria, andrà aggiunta l'IVA.
Normalmente il clinico appone, alla fine della certificazione, l'enunciato: "Si rilascia su richiesta e nelle mani dell'interessato per tutti gli usi consentiti dalla legge".
Cordialità.

dott.ssa Emanuela Carosso,
psicologa - psicoterapeuta, psicologa forense.

Dr.ssa Emanuela Carosso - Psicologa - Psicoterapeuta Psicologo a Torino

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13 GIU 2015

Gentile utente, in primis bisognerebbe sapere a cosa le occorre una diagnosi del suo stato di salute, allora potremmo capire la reticenza del collega a rilasciare il documento, tuttavia aggiungo che è un suo diritto richiedere ed essere a conoscenza degli eventuali progressi del suo percorso ed eventualmente metterli in calce.

Dr. Antonello Canneva

Anonimo-149645 Psicologo a Ladispoli

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13 GIU 2015

Gentile utente,
la psicoterapia non prevede in automatico quanto Lei richiede.
Inoltre alcuni psicoterapeuti rilasciano certificazione (dietro compenso, naturalmente, come i medici che certificano per l'atletica, ed es.), altri no. Alcuni fanno perizie, altri no.
Se la cosa per Lei era importante, avrebbe dovuto chiederla al momento del "contratto terpaeutico", quando si concordano obiettivi, metodologia ecc. . Fatta dopo, la richiesta può anche ricevere un diniego.

Dott. Brunialti, psicoterapeuta sessuologa, Trento

Dott.ssa Carla Maria Brunialti Psicologo a Rovereto

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13 GIU 2015

Salve,
Vorrei brevemente rispondere alla sua domanda, che trovo assai interessante, ma é altresì vero che mi mancano dei dettagli importanti. A che scopo le serve la diagnosi? Può farsi spiegare chiaramente perché il collega non vuol redigere questo documento? I motivi potrebbero essere tanti: una scelta etica del collega che preferisce lavorare più con le persone che con le etichette diagnostiche, un quadro sintomatogico che non conduce alla formulazione di una diagnosi univoca, il timore che tale formulazione la porti ad ancorarsi alla diagnosi più che al processo di crescita. Ma sto andando a tentoni poiché non mi è chiaro se invece questo documento le serva per un qualche motivo esatto da cui non può prescindere.
Restando dunque in attesa di chiarimenti non posso che suggerirle di affrontare il tema con il suo tetapeuta in modo schietto ed onesto.
Saluti

Dott.ssa Sabina Marianelli Psicologo a Roma

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13 GIU 2015

Buongiorno, credo che dovrebbe discutere con il suo terapeuta e andare a fondo sia deli motivi per cui Lei vuole questa relazione sia del rifiuto del suo analista. In un percorso la. Osa più importante è poter parlare di tutto.
Dott.ssa A. Bertoldi

Dott.ssa Angela Bertoldi Psicologo a Trento

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