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Ho lasciato una ragazza con dei disagi: si poteva gestire diversamente?

Inviata da Lorenzo il 17 mar 2017 Terapia di coppia

Buongiorno,
ho appena rotto con la mia ragazza dopo un anno di relazione caratterizzata da molti alti e bassi.

E’ stato un anno impegnativo per lei: c’e’ stato il timore di avere un tumore al seno che si e’ intersecato con uno stress molto alto a livello lavorativo, che ha avuto delle ripercussioni anche sulla nostra vita personale.
Facciamo entrambi un dottorato di ricerca, in cui ci sono pochi orari regolari, molti imprevisti e soprattutto molta percezione di sentirsi inadeguati in quello che si fa (e’ cosi per tutti), anche se e’ oggettivo che il nostro valore e’ riconosciuto dai nostri capi.

Io ho capito gia’ da subito che lei mi e’ totalmente devota e che si butterebbe nel fuoco per me, pero’ ha dei seri problemi di autostima, insicurezza e ansia che hanno portato a molti punti di quasi non ritorno nell’ultimo anno. Ha perso la madre per un tumore a 18 anni e da quello che so, il padre non vincerebbe proprio il premio di padre dell’anno. I nonni passano le giornate ad avvelenarle la vita facendole pesare di essere in America invece di accudire loro; insomma, la situazione alle spalle non e’ assolutamente delle migliori.

Io stesso ho vissuto alcuni atteggiamenti di ‘padre-padrone’ in famiglia, per cui so in prima persona che cosa significa essere quasi spaventati dalle reazioni di un padre, e alle sue opinioni su nostre azioni, e al banale terrore di deluderlo, anche se ora sono parzialmente uscito da questa gabbia (anche se non completamente, ma si sento ora più a mio agio). Rivedo in lei tanti atteggiamenti miei di qualche anno fa che si traducono poi in un terrore reverenziale dell’autorità’ e nel terrore più’ totale di deluderla, in questo caso specifico sto parlando del suo capo.

Nel mondo della ricerca, i capi avanzano sempre richieste eccessive per loro natura, proprio perche non e’ possibile controllare a priori le tempistiche di un progetto di ricerca: ci sono intoppi, imprevisti, errori, e la colpa non e’ certo di nessuno. La mia ragazza pero’ ha sempre preso sul serio queste richieste, e si e’ costantemente spinta al limite (e oltre) emotivamente e fisicamente per cercare di soddisfare queste richieste folli. Vi assicuro che e’ evidente che la cosa non era sostenibile, che non e’ ‘normale’ che una persona si assoggetti cosi’ tanto a ritmi esasperati ‘solo’ perché il capo fa una sparata…non si tratta di essere coscienziosi e diligenti, ma di avere un po’ una visione distorta della realta’, non rendendosi conto di quando bisogna spingere e di quando una richiesta e’ irragionevole, e soprattutto di quando e’ necessario anche imporsi e spiegare a quattr’occhi al capo che certi ritmi non sono sostenibili e che quindi si ha intenzione di rallentare.

Io ho incoraggiato molte volte la mia ragazza ad atteggiamenti di questo tipo, soprattutto perché’ a volte e’ davvero successo che il suo ‘senso del dovere e di rispetto dell’autorità’’ hanno annebbiato le sue scelte, facendole completamente fraintendere parole: per esempio una volta mi ha chiamato in lacrime in preda a un attacco di panico perché secondo lei il capo voleva che un esperimento venisse condotto subito, quando poi in realta’ e’ stato tutto un grande malinteso: si era si’ parlato di un esperimento, ma da fare più’ in la’ nel tempo.
Un’altra volta il capo ha chiesto di preparare un documento scritto, lei lo ha consegnato e lui senza nemmeno leggerlo le ha chiesto di riscriverlo. Ora, lui sicuramente non e’ professionale, ma la cosa che mi ha lasciato di sasso e’ che lei ha mestamente accettato questa cosa, si e’ rimessa a scrivere senza esigere spiegazioni che credo a 30 anni siano più che di diritto.

Tutto questo si unisce ad una grande insicurezza e una tendenza al vittimismo: a 30 anni ci siamo trovati per un anno a discutere per messaggi mandati in ritardo o non mandati, come se fossero il termometro della relazione. Lei teneva il muso e diceva ‘allora arrivo sempre dopo i tuoi amici’ oppure ‘allora vabbe’, se non sei entusiasta questo weekend non ci vediamo’, e mi comunicava il suo malessere fisico per cui cercavo di metterci pezze cercando di spiegare che stavamo discutendo veramente senza motivo. Di recente, le cose hanno preso una piega esplosiva perché dal pretesto di una mia ‘risposta poco entusiasta al telefono’, io mi sono stufato e ho cercato di prendere un attimo le distanze (non potevo ancora per l’ennesima volta dopo un anno, affrontare di nuovo una discussione ridicola): allora lei mi ha mandato un messaggio dicendo che ‘ero una merda, che non so come si sentiva lei, che lei stava lottando contro il suicidio. Ovviamente io sono andato sotto shock, ho preso la macchina e sono corso da lei con la morte nel cuore, nel cuore della notte, con tutte le ansie al mondo, perché’ abitiamo a 80km di distanza e mentre io guido non ho controllo su quello che può’ fare e non. Questo e’ stato uno dei punti più bassi (ce ne sono stati altri), e ho colto l’opportunità’ per farle capire che non e’ lo stress il problema (lo stress sicuramente acuisce), ma che lei ha delle questioni che e’ arrivato il momento di risolvere, e da allora ha cominciato lentamente un percorso.

Mi sembra pero’ che lei veda questo percorso come una conditio sine qua non per stare con me, non tanto come una cosa necessaria per trovare la serenità’ che si merita.

Insomma, ho avuto la percezione con il tempo di diventare il suo unico sostegno di fronte a un sacco di avversità’: problemi veri e non controllabili (come la paura per un tumore al seno), e altri dove lei ha una parte di responsabilità’, per via di queste insicurezze, paura di contraddire, devozione totale all’autorità’. Io ho cercato di fare del mio meglio, convinto che la mia presenza avrebbe aiutato, ma gli ultimi sviluppi mi convincono che la mia presenza non e’ stata funzionale a dare la serenità’ per affrontare sul serio questi issues, ma solo per tamponarli al momento, per arginare gli attacchi di panico. Credetemi, fa soffrire vedere che una persona a cui si vuole bene non riesce a rendersi conto che ci sono delle questioni da affrontare…io ho cercato di commiserare un po’, di dare sostegno, anche di dire brutalmente che da certe cose io c’ero passato e che era necessario che lei le affrontasse, sono rimasto aggrappato con le unghie e con i denti, perche’ non e’ stato per niente facile nemmeno per me, sono stato male anche io, anche perché’ mi sono trovato spesso coinvolto in quei giochi perversi tipo ‘io vengo dopo i tuoi amici’ oppure ‘io sto male quindi devi stare male anche tu perché senno’ non mi dimostri empatia’ e cose del genere.

Mi rendo conto pero’ che essere l’unico elemento bello nella vita di una persona e’ una responsabilità troppo grande, perché ci si trova spesso in balia di meccanismi che non si possono affrontare per paura che si apra il baratro dall’altra parte. Vi assicuro che la minaccia (non credo vera, ma per attirare l’attenzione) di suicidio mi ha scosso parecchio…le circostanze non c’erano, il problema al seno era stato risolto da un po’, lei avrebbe dovuto vivere la vita a boccate piene e minimizzare i piccoli ostacoli quotidiani, invece nulla di questo e’ successo e anche fare delle fotocopie diventava qualcosa per cui lamentarsi al telefono con me. Insomma, mi rendo conto che molto stress abbassa il livello di sopportazione, pero’ deve esserci un po’ di limite perché sfogarsi completamente sulla persona che hai accanto crea delle dinamiche malate.

Io sono stato male, perche’ l’ho vista spingersi sempre oltre, sempre oltre, senza davvero rendersi conto che ci sono dei problemi alla base che le impediranno sempre la serenità’ se non vengono affrontati. E questo ha inquinato la relazione e avvelenato anche un po’ la mia vita.

Ieri quindi l’ho lasciata dopo aver cautamente riflettuto, ma mi sento devastato perché’ comunque penso di essere stato un codardo, che in fondo lei ha tutti questi problemi e che in fondo un po’ meno di serenità’ mia forse vale il prezzo di tenere una persona in piedi.

Posso chiedervi di darmi una mano a fare un po’ di chiarezza in questa storia? C’e’ forse un altro modo più’ maturo in cui potrei affrontare la questione prima di arrivare a un punto di non ritorno? Gli amici che conoscono me e lei dicono che non avrei nessun dubbio se potessero andare indietro nel tempo e ripropormi delle immagini di come sono stato io in certe occasioni, ma ora come ora sono molto confuso e ho paura di aver fatto la cosa più’ sbagliata. Io tengo davvero al fatto che lei continui il percorso di terapia e riesca a trovare gli ingredienti per la sua felicita’, davvero…e so anche quanto sia difficile come percorso (essendoci passato in qualche modo, anche se senza aiuti professionali)…pero’ la mia presenza finora non e’ servita se non a tamponare appunto, e questa dinamica mi ha fatto male, mi sono sentito inghiottito da cose al di la’ del mio controllo. Di nuovo, so che lei mi e’ totalmente devota e mi adora…ma mi sono reso conto che forse non e’ abbastanza, anche se ora non ne sono troppo convinto.

Cerco un po’ di chiarezza, anche a costo di essere definito un codardo insensibile. Grazie

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Caro Lorenzo, questa lettera lunga e piena di dubbi e ansie è sintomo di un equilibrio perso. Ti consiglio di affrontare un percorso terapeutico in quanto vieni da un periodo difficile e ti sarà utilissimo ordinarlo e chiarirlo a te stesso. Dopo aver analizzato i vari passaggi della tua storia, potrai decidere cosa fare! Auguri dr. Annalisa Lo Monaco

Dott.ssa Annalisa Lo Monaco Psicologo a Roma

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