Ripartire dal sintomo dell’Altro: la psicoterapia come seconda chance

Cos'è la libertà? È davvero pura trascendenza? O più realisticamente è la possibilità di liberarsi, riscattarsi dall'eredità dell'Altro?

15 NOV 2021 · Tempo di lettura: min.

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Ripartire dal sintomo dell’Altro: la psicoterapia come seconda chance

Cos'è la libertà? È davvero pura trascendenza? O più realisticamente è la possibilità di liberarsi, riscattarsi dall'eredità dell'Altro?

Il bambino come oggetto

"Il bambino – scrive Sartre – è inizialmente oggetto" (Sartre J.-P., 2019, p. 65). È questa, la condizione nel primo tempo della nostra esistenza.

Dire che nasciamo come 'oggetti', che il nostro essere degli oggetti precede di gran lunga la nostra possibilità di essere soggetti, vuol dire che quando ci affacciamo sulla scena del mondo – quando nasciamo –, siamo inizialmente presi, sussunti, aspirati, inglobati, dall'Altro e dal suo desiderio. Nel senso che inizialmente, non possiamo che fare esperienza del mondo mediante l'Altro; attraverso il suo sguardo, i suoi ideali, i suoi valori. E allora la parola dell'Altro diventa il mondo. La parola dell'Altro è il mondo. Il suo desiderio è il nostro desiderio.

Ne consegue che il primo luogo abitato dal bambino non è il mondo, il suo mondo, ma la mente dell'Altro; perché il bambino nasce e cresce sempre dapprima nella sua mente – della madre, del padre –, nella sua fantasia, nella sua idea di vita, nel suo progetto.

Quale libertà?

Pensare al bambino inizialmente come 'oggetto', vuol dire ripensare il concetto di libertà. Spogliarlo di ogni proprietà ontologica, strutturale; di qualsiasi attributo già-dato. La libertà non è qualcosa di bell'e pronto, quanto piuttosto un'aspirazione.

Sarebbe in effetti una forzatura idealistica quella di pensarci liberi sin dall'inizio. È una constatazione: nessuno di noi sceglie i propri genitori, la casa, il contesto, il luogo; nessuno di noi sceglie di nascere. In questo senso ancora Sartre scrive che "esistono significati oggettivi che mi si presentano come significati che non sono stati messi in luce da me. Io (…) mi trovo impegnato in un mondo già significante (…) indipendente dalla mia scelta" (Sartre J.-P., 1997, pp. 570-571).

Dunque vediamo come il concetto di libertà si contrae nella misura in cui lo caliamo in quel tempo 'insuperabile' quale è l'infanzia; questo perché nasciamo in un mondo già significante, un mondo che ha già dei significati, delle disposizioni e delle impostazioni che sono al di là; dietro ogni possibilità di scelta soggettiva: "Noi crediamo di dire quello che vogliamo, invece è quello che hanno voluto gli altri, in particolare la nostra famiglia, a parlarci" (Lacan J., 2006, p. 159).

Il riscatto del soggetto e la psicoterapia come seconda chance

Evidentemente, se le cose si fermassero qui, nella morsa iattante dell'Altro, nel suo progetto già-dato, non vi sarebbe vita. La vita sarebbe impossibilitata a nascere; ad evolversi in una possibilità possibile.

In effetti, un soggetto, all'inizio di una psicoterapia porta questa caratteristica: quella del blocco. La persona è bloccata, non evolve, nel senso che è ferma alla colpa dell'Altro: "È colpa di mia madre. È colpa di mio padre. Se non fosse stato per loro…". Una strada che, come giustamente evidenziava Adler, non porta molto lontano, perché i genitori potrebbero "appellarsi, a loro volta, agli errori dei propri genitori, e così via per generazioni" (Adler A., 1933, in Ansbacher H. L. & R. R., 1997, p. 378). Non la finiremmo più.

La strada, dunque, deve necessariamente essere diversa, e la psicoterapia offre un'occasione. Se da una parte è importante – se non indispensabile – ripassare per le vie tortuose dell'infanzia, per i dolori, le sofferenze, le mancanze dei nostri genitori, dall'altra parte è fondamentale convertire tutto questo – il discorso dell'Altro – nel punto di partenza.

Il lavoro, è quello di un ri-centramento. Un sospendere il giudizio per riportare al centro la persona, la sua parola. Un ri-passare per quelle vie, non per farne – seguendo ancora Adler – la scusa, ma la più grande qualità; un saldo punto di forza. Trasformare il difetto in un effetto. Mischiare le carte attraverso un sovvertimento dell'eredità dell'Altro – mediante una sua conversione. Si tratta di riplasmare il sintomo ricevuto dall'Altro, facendone fondamento del nostro desiderio.

Detto in altri termini, la psicoterapia offre una possibilità: quella di rileggere la nostra storia, per poter fare, di ciò che abbiamo ricevuto dall'Altro, non l'ultima parola, ma qualcosa d'Altro. È in fondo questa la libertà: non pura trascendenza, quanto possibilità di convertire il sintomo ereditato dall'Altro in un movimento; in un moto verso Altro; perché – come sostiene Sartre – "l'importante non è quello che si fa di noi, ma quello che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi" (Sartre J.-P., 2017, p. 51).

In questo senso la psicoterapia concede, se non la felicità, almeno la sua chance.

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Scritto da

Dott. Simone Evangelista

Bibliografia

  • Ansbacher H. L., R. R. [1956], La psicologia individuale di Alfred Adler, tr. it. Psycho – G. Martinelli, Firenze 1997.
  • Lacan J. [1975-1976], Libro XXIII. Il sinthomo, Astrolabio, Roma 2006.
  • Sartre J.-P. [1943], L'essere e il nulla. Saggio di ontologia fenomenologica, il Saggiatore, Milano 1997.
  • Sartre J.-P. [1952], Santo Genet. Commediante e martire, il Saggiatore, Milano 2017.
  • Sartre J.-P. [1983], Quaderni per una morale, Mimesis, Milano 2019.

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