Lo psicologo si trasferisce: psicoterapia online

Oggi diventa sempre più urgente cambiare il setting di intervento psicologico in riferimento alle drammatiche trasformazioni della vita quotidiana durante l'epidemia

11 APR 2020 · Tempo di lettura: min.
Lo psicologo si trasferisce: psicoterapia online

 Qualche mese fa non avrei creduto di apprezzare così tanto, un giorno, le moderne forme di comunicazione a distanza. A dire il vero il telefono - ormai da anni il cellulare - è mio compagno costante nella vita, nelle relazioni affettive, sociali e soprattutto lavorative, ma la mia età anagrafica forse e una propensione congenita e culturale all'incontro umano e al contatto visivo e fisico, mi hanno reso diffidente verso le nuove forme di contatto e connessione che il mondo tecnologico e informatizzato ci hanno messo a disposizione. Io, che usavo i social solo su sollecitazione "coercitiva" degli altri e che ho imparato, mio malgrado, a comunicare attraverso WhatsApp nel lavoro, soprattutto per rispondere nel modo appropriato alle richieste di attenzione dei miei pazienti, oggi (in questo tempo di emergenza sanitaria) utilizzo convinto e benedico le videochiamate per parlare con i cari, con gli amici e soprattutto con i pazienti. Oggi, infatti, dico e senza enfasi che le videochiamate sono la massima forma di connessione e di contatto che possiamo utilizzare e ci permettono la massima possibilità di prossimità psicologica e di intimità emozionale. La privazione della prossimità fisica, come forma estrema di prevenzione sanitaria e di contenimento del contagio, ha reso la videochiamata uno strumento efficace e un'esigenza inderogabile.

In questa ottica emergenziale ho cominciato a lavorare con decisione con il supporto della videochiamata (Skype o WhatsApp), surrogato degno, in questa fase, dell'incontro presenziale e della relazione di aiuto psicologico, per poter continuare quindi a svolgere la mia attività clinica, le mie consulenze di sostegno psicologico e perfino la psicoterapia. D'altra parte c'è un diffuso disagio tra le persone che non trova ancora una modalità espressiva adeguata né ancora una risposta congrua ed efficace. Peraltro c'è un gran bisogno di relazione mortificato dalle misure di isolamento sociale e sanitario, che pretende giustamente risposte di aiuto e sostegno psicologico. Il cambiamento radicale delle condizioni di vita -in senso privativo- in ambito relazionale, sociale e lavorativo, in ottemperanza alle forme di prevenzione e contenimento richieste dai "decisori politici" e dal sistema sanitario, sta sollecitando oltremodo e drammaticamente la nostra capacità di resistenza alle difficoltà e alle frustrazioni (resilienza). L'esito che si riscontra nelle persone è, chiaramente, sofferenza e disturbi psicologici (anche quando rimangono inconsapevoli) che vanno a cronicizzarsi mentre i provvedimenti di emergenza sanitaria si rinnovano unitamente alla progressione epidemica.

Purtroppo constatiamo che la problematica complessa del disagio non riguarda solo le persone che avevano disturbi psicologici pregressi ma coinvolge tutta la popolazione, sottoposta alle restrizioni vitali previste dai provvedimenti di salute pubblica. Come sottolinea uno dei principi fondamentali della Psicologia dell'emergenza, la sofferenza e il dolore dei sopravvissuti non sono forme di patologia ma sono risposte, emotivamente forti, di adattamento alla realtà, durante e dopo catastrofi, tragedie umanitarie o stati di calamità. Si tratta quindi di tentativi di adattamento adeguati a situazioni limite, nelle quali le risorse di resilienza individuali, di una comunità, di una popolazione vengono messe a dura prova, vengono sollecitate al di là della misura ordinaria. L'epidemia che ci ha travolto questo inverno e che in così poco tempo ha piegato l'ossatura relazionale e comunitaria della nostra società, con migliaia di contagiati e migliaia di morti, ci ha gettati tutti in una situazione quasi insostenibile; si tratta di una catastrofe umanitaria di dimensioni tali che il nostro mondo occidentale non era certo in grado di immaginare né di affrontare con la giusta efficacia. La sofferenza psicologica e sociale che l'epidemia sta provocando è quindi giustificata, ma ha comunque bisogno di attenzioni adeguate di ascolto e di comprensione; questa sofferenza umana che può generare anche un senso di impotenza chiede aiuto e merita risposte congrue. La società civile sta provando a fare la sua parte per affrontare la gravità di questa situazione straordinaria e anche i professionisti psicologi devono fare la propria parte; devono essere in grado di dare risposte adattative e trasformative per fare fronte ai cambiamenti drammatici di vita (personali e relazionali) che riguardano tutti. In questo momento storico dobbiamo svolgere il nostro ruolo di psicologi in modo rinnovato e ardito perché il mondo è purtroppo mutato rapidamente e bisogna imparare in fretta a dare risposte competenti e innovative. In questo momento in cui bisogna "stare tutti a casa" gli psicologi hanno la necessità di spostare studio e baricentro di intervento nella propria casa ma devono conservare la capacità di osservazione e comprensione dei comportamenti umani; l'isolamento e il distanziamento sociale che vengono richiesti e imposti alle persone trasformano innanzitutto le relazioni, affettive e sociali e generano fragilità, vulnerabilità e di conseguenza emerge l'esigenza di forme sostitutive di contatto e di connessione.

Le condizioni di vita che ci sono consentite dal regime di prescrizioni sanitarie obbligate, con i vincoli e le privazioni che comportano, espongono le persone a sviluppare diversi disturbi psicologici ex novo. Innanzitutto possiamo riconoscere l'emergere di forme assimilabili alla sindrome psicotraumatica da stress, comparabili alle forme traumatiche rilevate nelle persone che sono rimaste vittime di catastrofi naturali e umanitarie. Il vissuto traumatico da sopravvissuto comporta sempre sofferenza, difficoltà di adattamento e paura del futuro. Purtroppo dobbiamo rilevare sempre che in questo periodo non abbiamo la possibilità di contare sul conforto e sul potere curativo della prossimità e del contatto fisico: le relazioni (anche terapeutiche) consentite devono rispettare le regole restrittive che informano il principio del distanziamento sociale. Anche i disturbi relativi all'ansia sono in aumento: ansia dell'attesa, ansia somatizzata e ipocondria, disturbi ossessivo compulsivi e comportamenti fobici. È molto probabile che possano aumentare anche reazioni emotive parossistiche come gli attacchi di panico o le manifestazioni impulsive e aggressive. Inoltre la convivenza forzata entro le mura domestiche mette a dura prova le "ultime" relazioni possibili: quelle parentali e quelle di coppia, che rischiano di andare incontro al logoramento progressivo. Ho fatto solo qualche esempio relativo a disturbi psicologici emergenti o slatentizzati dalle condizioni di vita attuale per rimarcare la necessità di prendersi cura delle persone anche dal punto di vista psicologico.

Noi abbiamo il dovere di non lasciare inespressa la risposta competente al bisogno di comprensione e di cure, nonostante le difficoltà e le limitazioni che abbiamo oggi a svolgere il nostro lavoro in modo consueto. È il tempo dell'audacia, ha detto Baricco, per far fronte a questa situazione drammatica e complicata. Dobbiamo tentare nuove vie, nuovi percorsi per non arrenderci alle difficoltà poste dall'epidemia. Anch'io, per questo motivo, sto modificando il mio modo di lavorare, il mio modo di aiutare le persone che soffrono a causa di problemi psicologici: come ho detto all'inizio, lavoro sulla piattaforma Skype, ricevo le persone in videochiamata, mi sono quindi trasferito -momentaneamente- sul web, per fare del mio meglio, per dare ascolto adeguato, anche da lontano, alla voce di chi lamenta un disagio, per raggiungere chi non può più venire a trovarmi nel mio studio e per connettermi con le persone che hanno bisogno di raccontare i propri dolori.

A dire il vero, già da molti anni vengono utilizzati gli strumenti telematici e il web anche nella nostra disciplina ma soprattutto per scopi informativi e formativi e solo da poco tempo invece vengono sfruttate le piattaforme su internet, i social e le chat per realizzare incontri di consulenza, di aiuto e perfino di psicoterapia. Non tutti i professionisti psicologi sono d'accordo su questa nuova frontiera della psicologia e il dibattito è aperto e giustamente vivace; alcuni, infatti, pensano, legittimamente, che il setting dello psicologo non deve essere alterato così profondamente, trasferendolo sulle piattaforme internet. La questione è fondante ma l'emergenza umanitaria e sanitaria che stiamo vivendo, con le trasformazioni antropologiche e di vita quotidiana che comporta, pretende una pronta presa di posizione coraggiosa dei professionisti psicologi (anche temporanea) per partecipare e dare il proprio contributo alle persone che soffrono nella sfera psicologica e che hanno bisogno di referenti e risposte urgenti. Lo scopo della psicologia clinica è la comprensione e la cura di chi lamenta disturbi psicologici e gli strumenti di connessione informatica e telematica sono sicuramente strumenti molto efficaci per conservare al nostro lavoro la possibilità di "incontrare" le persone, di ascoltarle, di "vederle", di connetterci emotivamente con loro ed entrare in una relazione emotivamente pregnante e di aiuto.

Scritto da

Marco Petralia Psicologo

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