Bambini arrabbiati o solo bambini?

Bambini arrabbiati o solo bambini? Significato della rabbia nella prima infanzia e implicazioni nell’età adulta.

21 FEB 2020 · Tempo di lettura: min.

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Bambini arrabbiati o solo bambini?

Parlare di rabbia e comportamenti aggressivi nella prima infanzia può risultare difficile poiché tali manifestazioni tendono ad innescare un forte disagio negli adulti che si sentono impotenti, incapaci di gestirli, ma soprattutto appaiono idiosincratici in una fase d'età che idealmente dovrebbe essere spensierata e felice. Inoltre si tende a percepire la rabbia e l'aggressività come emozioni unicamente negative senza prendere in considerazione il loro aspetto evolutivo sia nell'individuo che nella specie.

La rabbia ha infatti diverse funzioni adattive:

  • favorire la sopravvivenza difendendo l'individuo da eventuali minacce;
  • favorire il raggiungimento di obiettivi, anche a livello fisiologico poiché essa grazie alle connessioni neuroendocrine stimola nel nostro organismo un surplus di energia per superare gli ostacoli (e/o lottare);
  • favorire l'autoaffermazione mediante il comportamento assertivo;
  • l'aggressività invece, rappresenta il comportamento che consegue all'emozione della rabbia.

Il termine aggressività deriva dal latino ad-gredior  ovvero letteralmente andare verso, pertanto essa potrebbe essere descritta come una forza vitale, sana e naturale, una potenzialità al servizio dell'adattamento che serve per mettere in atto azioni che ci aiutano a imparare, progredire, creare, realizzare, affermarci, raggiungere obiettivi. Senza aggressività non potremmo soddisfare i nostri bisogni, non potremmo muoverci per raggiungere ciò che ci serve.

In tal senso l'aggressività non ha nulla a che fare con il comportamento violento che è distruttività, non va verso l'altro, verso il mondo, non serve a crescere e costruire, ma unicamente a distruggere.

Infatti, nel comportamento violento è presente l'intenzionalità, la determinazione a far del male. Negli individui più grandi è possibile che compiano azioni violente principalmente se hanno visto, assistito o subito atti di violenza o maltrattamenti, oppure se hanno carenze relazionali e affettive forti o nel caso siano presenti patologie psichiche.

Per quanto riguarda i bambini in età prescolare, non si può mai parlare di violenza poiché manca l'intenzionalità a fare male.

L'aggressività dei bambini in età prescolare è in realtà il prodotto della loro immaturità, cognitiva, linguistica, affettiva-relazionale, immaturità circoscritta in particolar modo nel riconoscere ed esprimere i propri bisogni, esigenze e vissuti emotivi.

Per tali motivi, non si dovrebbe temere la rabbia del bambino piccolo proprio come non si dovrebbe temere la mancanza di altre competenze in via di sviluppo; la rabbia non va rimossa, repressa, ne negata, ma gestita attraverso il contenimento e la verbalizzazione, ossia il tradurre in parole il vissuto e l'emozione negativa.

I bambini faticano a regolare le emozioni e pertanto tendono a scaricare l'emozione attraverso comportamenti che possono connotarsi in termini aggressivi. Al fine di aiutarli a contenere i loro stati emozionali ed esprimerli nella maniera più adeguata, gli adulti devono fungere da valido supporto nella regolazione emotiva, mediante il contenimento fisico, affettivo e verbale, e anche mediante l'esempio, poiché come sappiamo, i bambini imparano più attraverso l'emulazione di ciò che vedono, che dalle parole che sentono.

Nel parlare di aggressività nella prima infanzia, non va dimenticato infine l'aspetto sociale e relazionale in quanto, l'aggressività attiene anche, come abbiamo detto, all'autoaffermazione ed all'andare verso l'altro. I bambini pertanto con il loro comportamento aggressivo da un lato esprimono la volontà di autodeterminarsi ed affermarsi, dall'altro, desiderio di avvicinarsi, conoscere, entrare in relazione con gli altri e soprattutto con i pari e principalmente nel periodo antecedente la comparsa del linguaggio.

Risposte inadeguate alla rabbia dei bambini, soprattutto se reiterate e mirate alla negazione o soppressione dei vissuti emotivi e al biasimo svalutante, possono contribuire allo sviluppo di modalità disfunzionali anche in età adulta.

Tali modalità possono comprendere, in primis, un meccanismo di difesa quale l'evitamento, ossia l'individuo non avendo imparato a gestire la rabbia, l'aggressività e altre emozioni negative, le vive come estremamente pericolose e minacciose per sé e per gli altri, pertanto le evita, le reprime attuando comportamenti di eccessiva accondiscendenza o sottomissione. Siffatte reazioni possono manifestarsi fino a saturazione che poi sfocia, paradossalmente, in esplosioni di rabbia e sofferenza ancor più pericolosi di quelli evitati e talvolta in contesti e modalità non coerenti. Queste sono le persone che fanno di tutto per evitare i conflitti e le discussioni, tendono a dire sempre sì, per poi improvvisamente "scoppiare" per un apparentemente futile motivo.

Diversamente, si possono osservare atteggiamenti di rabbia e aggressività continui ed espliciti poiché questi stati d'animo non trovano espressione alternativa più funzionale come ad esempio la verbalizzazione argomentata.

Infine chi non ha ottenuto risposte accoglienti e contenitive ai propri vissuti rabbiosi e aggressivi, può sviluppare un senso di sé negativo e considerarsi "una persona cattiva", avere una bassa autostima e senso di inadeguatezza di fronte alle situazioni conflittuali. Questa condizione diventa estremamente pregnante qualora sia supportata dal giudizio esterno, originando una sorta di "identificazione in negativo" ossia il soggetto si identifica nell'individuo aggressivo, "scavezzacollo" ,"attaccabrighe" e finisce per comportarsi coerentemente con questo modello appreso.

Diventa, pertanto, importante riconoscere tutte le emozioni alla base delle proprie esperienze e del proprio modello di comportamento, al fine di identificarne l'origine ed elaborarle nel modo necessario.

Tale processo è possibile, mediante un'attenta riflessione su di sé e l'abbandono di sovrastrutture mentali e pre-concetti su sé e sulla propria condizione umana: accettarsi e perdonarsi, accogliere anche gli aspetti non propriamente lucenti, sperimentare anche le emozioni non positive e gioiose, è parte di quel processo di autoconoscenza e realizzazione che C. G. Jung chiama individuazione, ossia divenire ciò che si è.

 

 

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Scritto da

Dottoressa Romano Morena

Bibliografia

  • T B Brazelton /J Sparrow "Il tuo bambino e l' aggressivita ed Cortina, Milano, 2007
  • F Broccoli,Broccoli,"Lascia che si arrabbi", ed Sperling Kupfer, Milano,2016
  • I Filliozat ,,"Le emozioni dei bambini", ed Piemme, Milano, 2004
  • D Novara, ,"Litigare per crescere", ed Erickson Trento, 2010
  • Novara D., "Urlare non serve a nulla" ed. BUR, Milano, 2014
  • A. Philips "i no che aiutano a crescere"
  • S. Cervi " tutti i si che aiutano a crescere"
  • T. B.brazelton "il bambino da 0-3 anni"
  • Bettelheim "un genitore quasi perfetto"
  • G. Bollea "le madri non sbagliano mai"
    • Bibliografia per bambini
  • Che rabbia di m. D'allance
  • Nina e' arrabbiata di c. Naumann-villemin
  • Mangerei volentieri un bambino di d. De monfreid
  • I colori delle emozioni di a. Llenas
  • Non si morde anna! Di k. Amant
  • I tre piccoli gufi di m. Waddel e p. Benson
  • Zeb e la scorta di baci

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