Autolesionismo di alcune pratiche identitarie e annichilenti: PARTE 3

Breve saggio sulla sovrapponibilità dei riti identitari con atti autolesionistici e della loro interdipendenza. In questo terzo articolo, parlerò della pratica dei tatuaggi.

16 SET 2016 · Tempo di lettura: min.

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Autolesionismo di alcune pratiche identitarie e annichilenti: PARTE 3

Innanzitutto è doveroso fare dei distinguo di suddetta pratica introducendo sette dimensioni discriminative rispetto a ciò che ci interessa dimostrare per quanto riguarda la sua pratica in occidente.

Questa distinzione è importante perché spesso accade che la pratica dei tatuaggi come riti di passaggio, indipendentemente dalla latitudine, sia obbligatoria e quindi scevra di quella componente del libero arbitrio che invece ci offre spunti di riflessioni rispetto all'uso che se ne fa oggi alle nostre di latitudini.

  1. L'età del soggetto al primo tatuaggio.
  2. L'esperienza scatenante.
  3. Il simbolo scelto.
  4. Se il simbolo del tatuaggio è stato pensato dal soggetto.
  5. La zona del corpo scelta.
  6. Se il tatuaggio è stato praticato dal soggetto stesso oppure da un'altra persona.
  7. Se la società di appartenenza lo prevede nel dato periodo storico.

Su queste coordinate penso si possa arrivare a determinare una qualità del gesto in tre approssimativi sottogruppi su una ipotetica scala che chiamerò "qualità identitaria nel tatuaggio".

  1. Una manifestazione più vicina possibile ad un rito identitario contenitivo e partecipativo ideale.
  2. Un atto gruppale rappresentante l'assenza e l'impossibilità di una identità.
  3. Tatuaggi che chiamerò impropriamente "socialmente accettati".

Ponendo un caso limite, ma con scopo esemplificativo, dal quale poi si potranno andare ad estrarre situazioni più sfumate sul continuum prima sommariamente descritto, poniamo di avere: un adolescente che ha vissuto una fortissima emozione (negativa o positiva) impossibile da contenere per le sue deboli strutture, che pensa autonomamente ad un simbolo per lui significativo e che decida di inciderlo da solo in una parte del corpo caricata libidicamente in una nazione europea contemporanea. Quindi un caso "A".

Dietro il tatuaggio A

Appare chiaro come la rappresentazione grafica di un'emozione in un tatuaggio sia un procedimento onirico rappresentativo del contenuto latente libidico, con tutti i processi di condensazione e spostamento che ne derivano, tipici poi della produzione notturna. Viene posto fuori sul corpo in una sorta di proiezione psicotica esemplificando un modo di dire molto comune tra schizofrenici reali che recita più o meno nelle sue varie forme:

«Tutto è a posto, niente è in ordine».

E quello che non è in ordine lo mettono fuori da sé, per far si che sia tutto a posto. È altresì evidente la fallacità dell'identità esibita tanto quanto ostentata. Nel "Barone Rampante" di Italo Calvino Viola rimprovera Cosimo, che aveva scelto di vivere sugli alberi, di vantarsi che non sarebbe mai sceso, ammonendolo che le cose importanti si fanno e non si dicono. Chissà cosa avrebbe pensato Viola di modalità comunicative più estrose.

Ora, essendo modalità di espressioni identitarie prettamente adolescenziali e, come detto precedentemente, connotate dalla caratteristica della permanenza, non sarà più difficile capire il perché ad un primo tatuaggio ne seguono sempre degli altri in varie e spesso anche attardate età della vita: la curva della ripetitività decresce dal caso "A" verso il "C". Nuova emozione, vecchia strategia. Lo straripamento emozionale è comunque una costante di questi comportamenti e similari. Muovendosi nel regno della coazione a ripetere il nuovo verrà invariabilmente trattato come il vecchio. L'esempio dal quale traggo tali conclusioni è palesemente limite (ma non irreale!): è ciò che maggiormente si avvicina al concetto di tatuaggio identitario funzionale. La problematica risiede chiaramente nel carattere solipsistico di tale atto, nella mancanza di una finalità differita: assenza di principio di realtà, quindi passaggio all'atto e, mi ripeto, coatto.

B e C

Nel caso "B", invece avremo una deriva qualitativa secondo parametri analitici. Esempio: il tatuaggio sarà uno standard, inciso dal migliore tatuatore del quartiere e che sicuramente piacerà molto ai compagni di viaggio. Denoterà sicuramente oltre ai problemi citati per il caso "A" anche assenza di caratteristiche private, evidentemente con problematiche non sufficientemente integrate, da resistere all'impatto con l'imago del gruppo.

Non sfugge dalla classificazione prima suggerita la pratica "C", dei tatuaggi "socialmente accettati". Decisamente scevri per grado delle suddette implicazioni sicuramente vanno iscritti in un altro ambito. Non mi soffermerò troppo sull'argomento ma tenterò ugualmente di convincervi proponendovi l'immagine di una ragazza che si sia tatuata un delfino o una farfalla sulla caviglia. Basterà comunque fare degli aggiustamenti per verificare che il motore di base è lo stesso e posizionare il soggetto particolare sul dato continuum.

Continua!

Parte 4: https://www.guidapsicologi.it/articoli/autolesionismo-di-alcune-pratiche-identitarie-e-annichilenti-parte-4

Ti sei perso le parti precedenti? Eccole!

Parte 1: https://www.guidapsicologi.it/articoli/autolesionismo-di-alcune-pratiche-identitarie-parte-1

Parte 2: https://www.guidapsicologi.it/articoli/autolesionismo-di-alcune-pratiche-identitarie-parte-2

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Scritto da

Dott. Simone Nifosi

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