Ne sei consapevole?

Sapere cosa fare o cosa sia giusto, implica effettivamente essere in grado di farlo?

20 DIC 2013 · Tempo di lettura: min.

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Ne sei consapevole?

La storia della psicologia è stata contraddistinta da varie scoperte, teorie, supposizioni, esperimenti, ognuno dei quali ritenuto più o meno valido, a seconda del punto di vista considerato. In particolare, agli inizi del 900', lo scenario della scienza psicologica era dominato dall'idea che la resa consapevole dell'individuo e della sua problematica avrebbe inevitabilmente portato ad un miglioramento dello stesso. Vari pionieri della psicologia si sono susseguiti nella definizione e nella denominazione di tale assunto: alcuni hanno parlato di insight, altri di inconscio e subconscio, altri ancora di introiezione.

In realtà, ancora oggi, nessuno è mai riuscito a dimostrare che essere consapevoli di un problema comporti automaticamente un miglioramento (anche minimo) dello stesso. Ovviamente, essere al corrente di un problema e volerlo risolvere può esser importante nello stabilire una buona alleanza terapeutica, ma anche in questo caso non possiamo affermarlo in termini scientifici. Sapere di avere un problema, purtroppo, non sempre equivale a volerlo risolvere e, soprattutto, esser consapevoli del proprio problema non significa essere in grado di agire e/o pensare in modo da risolverlo. Nella stragrande maggioranza dei casi, le persone che si rivolgono ad uno specialista e si fanno portatori di un problema, più o meno consapevolmente, hanno bisogno di fare ciò che da soli non sarebbero o non sono in grado di fare.

Il bisogno di consapevolezza, così come quello di capire, avere un'idea chiara e logica della situazione, risponde più ai principi della curiosità umana che a quelli del problem solving psicologico. Ciò che in realtà la persona ha bisogno di scoprire è che può superare i propri problemi se gli vengono fornite le indicazioni terapeutiche e gli stratagemmi giusti. Venendo guidata, la persona può scoprire molto più rapidamente le proprie risorse, la propria autonomia, la propria forza. In ogni caso facendo, non elaborando. Il tempo delle riflessioni verrà solo successivamente e in modo molto più naturale di quanto si creda, cioè così come avviene ogni qual volta sperimentiamo la sensazione di esser riusciti ad affrontare qualcosa di nuovo, di dimenticato o di molto lontano dalla nostra quotidianità. Solo allora si passerà ad elaborare tali informazioni, tali cognizioni e tali consapevolezze, cioè solo dopo che sarà avvenuto quello che tecnicamente si chiama "sblocco terapeutico" o, se preferite, esperienza emozionale correttiva. Oltre a ciò, decine di studi hanno dimostrato come l'uomo si persuada meglio da sé che in relazione ad altre fonti e come le sensazioni e le emozioni provate in prima persona abbiano un'influenza molto più forte rispetto alle mere spiegazioni razionali. Cos'altro può racchiudere tutto ciò se non l'agire e lo sperimentare?

Riassumendo, come diceva Erickson: “mettete il paziente in una data situazione e sarà costretto a scoprire delle cose".

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