Quando finisce un amore

L'articolo approfondisce quali sono le soluzioni che si mettono in atto più spesso quando finisce un amore, e fornisce alcuni consigli per superare questo difficile momento.

6 AGO 2019 · Tempo di lettura: min.

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Photo by Aliyah Jamous

L'amore è il più sublime degli autoinganni: guida la nostra vita, riveste un ruolo centrale nelle aspettative della maggior parte delle persone, ci permette di sognare.

Poiché è "autoinganno" (Watzlawick, 2007), è necessario prendere coscienza della "forma" che ha assunto, cioè del copione comportamentale che la persona mette in atto per non cadere nelle "pene d'amore" che tanto fanno soffrire. È necessario, cioè, poter prendere coscienza dei propri comportamenti e dei propri sentimenti per poter bilanciare i pro e i contro del copione comportamentale. Spesso arrivano in studio pazienti dal cuore straziato, che soffrono intensamente per la fine di un amore, o rimpiangono quello che ritenevano fosse l'uomo o la donna della propria vita e che si è trasformato però nel peggiore degli incubi.

È nell'idea che possediamo dell'amore che si instaurano le radici del dolore e della sofferenza; più precisamente in queste tre aspettative:

  1. l'eternità;
  2. la fedeltà;
  3. la perfezione.

La fine di un amore può portarci a provare rabbia, delusione, disperazione, dolore ed anche ossessione. Questi sentimenti devono essere affrontati nell'immediato per evitare che si amplifichino, peggiorando il malessere e diminuendo anche drasticamente la qualità di vita. Spesso, in questi casi, si cerca di scacciare il pensiero della storia passata, si evitano luoghi o persone che possano ricordarla, ci si iper-impegna in altre attività pur di non pensarci.

In questo modo però non si creano le condizioni necessarie per una rielaborazione sana dell'esperienza passata che permetterà alla persona di non rivestire più lo stesso copione comportamentale e quindi di non commettere più gli stessi errori che porterebbero agli stessi risultati di sofferenza.

In questi casi si può parlare di un vero e proprio lutto: la separazione ha provocato nella persona un atroce dolore, i ricordi la perseguitano.

Spesso il dolore è così acuto da non poterlo "guardare in faccia". Si tende a scacciare qualsiasi pensiero doloroso, nell'illusione di poterlo così eliminare dalla propria vita. In questo caso, appena la persona si ferma e la sua mente ha il tempo di pensare, i ricordi della storia finita si accalcano tutti insieme nei pensieri perché purtroppo pensare di non pensare è già pensare (Muriana, Pattenò, Verbitz, 2006).

È utile, invece, affrontare immediatamente la rabbia canalizzandola, tirandola fuori e facendola defluire. Ciò permette di conservare i ricordi belli ed anche quelli brutti nella memoria, dando loro un senso ed un ordine. In questo modo i ricordi si trasformano in una molla che spinge la persona avanti, piuttosto che un qualcosa che la ancora al passato. Anche il guardare le vecchie foto della storia passata può aiutare (se questa modalità risulta essere troppo dolorosa da sopportare, la si può utilizzare in un secondo momento).

Man a mano che la rabbia passa, ci si concentrerà sul dolore che va fatto decantare, cercando di pensare ai ricordi positivi e negativi, e soprattutto cercando di far emergere aspetti positivi da entrambi e poter così rielaborare l'esperienza evitando di farsi travolgere dal dolore.

In questo modo la cicatrice che si era creata al momento della separazione e che inizialmente, ogni volta che la si sfiorava o toccava, sanguinava, ora appare completamente cicatrizzata ed anche sfiorata o toccata non sanguinerà più (Muriana, Pattenò, Verbitz, 2006).

Se guardiamo l'amore per quello che è e cioè "il più sublime degli autoinganni", saremo portati a viverlo al meglio delle nostre possibilità.

Per approfondimenti

  • Nardone G., Salvini A., 2004, "Il Dialogo Strategico", Ponte alle Grazie, Milano
  • Muriana E., Pattenò L., Verbitz T., 2006,"I volti della depressione", Ponte alle Grazie
  • Nardone G., Portelli C., 2015,"Cambiare per conoscere", Ponte alle Grazie
  • Watzlawick,P. 2007, "Guardarsi dentro rende ciechi", Ponte alle Grazie, Milano

Articolo scritto dalla dottoressa Rossella Campigotto, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia

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Scritto da

Dott. Rossella Campigotto

Psicologa Nº iscrizione: Nº iscrizione all’Albo 10714

La dottoressa Rossella Campigotto è psicologa-psicoterapeuta, specializzata in Psicoterapia Breve Strategica. È Direttore Generale del Poliambulatorio Astro Salute di Porto Mantovano. È stata relatrice al Terzo Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica. Svolge la libera professione a Porto Mantovano, Cremona, Brescia, Verona e Desenzano del Garda.

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