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La violenza all’interno della coppia

Dal punto di vista terapeutico è necessario puntare l'attenzione più che sugli individui violenti piuttosto sul legame di coppia violento.

3 MAR 2015 · Tempo di lettura: min.
La violenza all’interno della coppia

Sino alla seconda metà del secolo scorso questa tematica è stata presa poco in considerazione. È soprattutto negli anni 70, principalmente attraverso le denunce del movimento femminista, che il fenomeno è emerso ed è stato studiato. Le varie ricerche negli anni hanno evidenziato che la violenza non è esclusivamente attribuibile al genere maschile.

Più specificatamente, quella che è definita "violenza maggiore" (in essa sono contemplate le percosse, le ferite, la segregazione) è esercitata in prevalenza dall'uomo, quella "minore" (ad esempio l'attacco verbale, la derisione, gli spintoni o il lancio di oggetti) dalla donna. Inizialmente si presupponeva che la violenza avesse una trasmissione diretta, che il violento avesse appreso questo stile relazionale dalla famiglia d'origine. Sicuramente chi ha avuto esperienza di violenza, subita o partecipata, nel nucleo familiare d'appartenenza più che utilizzare forme molto aggressive nel rapporto con l'altro, fa ricorso generalmente a uno stile relazionale di dominanza.

C'è poi da evidenziare che purtroppo è rilevante l'incastro in cui culturalmente sia l'uomo che la donna si trovano per cui la violenza del maschio (e sempre più, tra i giovani, anche quella delle ragazze) passa per interesse affettivo nei confronti della partner, per senso di appartenenza. Spesso le ragazze non sono spaventate dal comportamento aggressivo e prepotente del proprio "ragazzo" perché gli attribuiscono un grosso significato d'importanza del legame. Implicitamente provocano un'escalation nelle modalità relazionali del partner rinforzandone il comportamento e portando il ragazzo ad una distorsione nel pensiero e nei valori.

Le dinamiche della violenza in una coppia

Si può sinteticamente affermare che l'apprendere e interiorizzare una modalità relazionale violenta spesso è accompagnato dalla difficoltà della persona a tenere conto dell'altro, della sua sensibilità, del suo dolore. Una sorta di corazza alle emozioni e ai bisogni del partner (e non solo). All'interno di queste coppie generalmente c'è rabbia ed ostilità, difficoltà nelle strategie di negoziazione tra i due nell'affrontare i conflitti, nel focalizzare i problemi.

Dal punto di vista terapeutico è necessario puntare l'attenzione più che sugli individui violenti piuttosto sul legame di coppia violento, senza quindi entrare nella definizione rigida di vittima e di carnefice ma nella visione di due persone in estrema difficoltà nel proporre a se stesse una visione di sé differente da quella che appare, in una condizione più paritaria. In questo modo l'apparente carnefice potrà vedere nella depressione, nell'angoscia del partner non più solo il terrore nei suoi confronti e la colpevolizzazione totale degli eventi ma anche il sentimento ad esempio d'inutilità personale e devalorizzazione di sé che prova l'altro. Così come la vittima potrà vedersi non più "soccombente" ma capace, con risorse che non aveva mai riconosciuto in sé.

L'esempio di Dario ed Elisabetta

Si mettono insieme molto giovani. Lei, terza figlia molto coccolata soprattutto dal padre, lui primo di tre figli. Dario era un ragazzo - e ora è un uomo - molto serio e responsabile. Lavora da quando ha vent'anni, ha sempre avuto il forte progetto di creare una famiglia e fare una buona carriera. Elisabetta è straniera, sceglie a vent'anni di finire l'università a Roma e di andare a vivere con Dario. Sin da subito le differenze caratteriali e culturali si evidenziano. Lei è molto dolce, arrendevole, non ama i litigi ed è sempre stata abituata nella sua famiglia d'origine a confrontarsi serenamente con tutti e a farsi guidare da chi ne sapeva più di lei. Lui, la cultura del piccolo paese di montagna, affronta tutti i rapporti con sospetto e sfiducia. È un rapporto che per quindici anni va avanti in maniera fortemente strutturata: Dario sempre più chiuso nei problemi economici da affrontare, nelle faccende burocratiche da portare avanti, nell'idea di doversela cavare da solo perché "gli altri possono solo che essere invidiosi"; Elisabetta invece si appiattisce alle volontà e alle modalità comportamentali del marito, lentamente non interagisce più con lui e lascia che tutto scorra come vuole Dario arrivando a credere di essere quasi inutile così come il marito da anni le fa credere. Nasce una figlia circa dieci anni fa. Una figlia che Elisabetta avrebbe preferito non avere perché sapeva che per lei sarebbe stato motivo di vincolo nel rapporto di coppia. Una figlia che adesso ama profondamente, l'unica parte della sua vita in cui sente di essere in grado, competente. È una coppia molto limitata nei rapporti sociali e questo fa ancora più soffrire Elisabetta perché in Italia non ha nessuno, solo dei parenti molto lontani.

Il lasciarsi andare di Elisabetta, il suo sguardo perso e un po' impaurito di fronte a Dario, il suo rifiuto di interagire con il marito, la sua (solo apparente) arrendevolezza portano Dario a momenti di reazione fisica. Quanto più sente distante Elisabetta più cerca di "trattenerla" facendole sentire che ha solo lui, che ha dei doveri coniugali, che deve avere rapporti sessuali con lui, che mai le permetterà di rompere tutto ciò che con fatica sente di aver costruito. È un'éscalation. Lui è sempre più aggressivo, prepotente, "padrone", lei dal suo canto è sempre più distante, persa, impaurita – ma solo quando è con lui.

La terapia

La terapia sta puntando sul rimetterli sullo stesso piano, sul far sentire loro le forti emozioni che l'uno suscita nell'altro, sul far accettare la separazione tanto voluta da Elisabetta ma mai preparata e avviata. Elisabetta inizia a pensarsi capace di interagire alla pari con Dario finalmente spiegandogli cosa per lei non è andato negli anni del comportamento di entrambi, sta "prendendo in mano la situazione" e questo sta portando Dario a essere sicuramente molto triste e disorientato ma non più arrabbiato con lei e con se stesso per la sua incapacità a controllarsi. È un uomo che sta imparando a fidarsi, si sta affidando, sta imparando a chiedere aiuto e a non trascurare emotivamente se stesso. Si sta scoprendo capace di amare Elisabetta non più nel trattenerla ma nel lasciarla andare.

È ancora lunga la strada ma, seppur nell'affrontare la separazione, l'hanno intrapresa in buona parte insieme.

Scritto da

Dott.ssa Stefania Martina

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