Il ruolo delle neuroscienze nei processi decisionali in ambito forense

Concentrandosi sulle differenze individuali nel ragionamento, sull'importanza della misurazione della razionalità ed irrazionalità umana e dei processi decisionali nel mondo forense (essendo

11 MAR 2021 · Tempo di lettura: min.

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Il ruolo delle neuroscienze nei processi decisionali in ambito forense

I processi decisionali

I test di intelligenza basati sul rilevamento del Quoziente Intellettivo sono stati messi in discussione dal gruppo di ricerca di Stanovich, la cui tesi di base è che l'intelligenza, così come viene da sempre convenzionalmente misurata, lascia fuori i domini cognitivi più critici, che sono i settori del pensiero stesso. Per arrivare a questa conclusione, Stanovich e colleghi sono partiti dall'approfondimento del programma di ricerca sulle euristiche e sui pregiudizi aperto da Kahneman e Tversky alcuni decenni fa e per il quale Kahneman, nel 2002, vinse il Premio Nobel per l'Economia (Tversky morì qualche anno prima, nel 1996): a questi autori fu attribuito il merito di aver scoperto come il giudizio umano può prendere scorciatoie euristiche che hanno sistematicamente avvio dai principi di base delle probabilità.

Il suo lavoro ha ispirato una nuova generazione di ricercatori di economia e finanza, unendo più discipline nel comune scopo di arricchire la teoria economica con intuizioni della psicologia cognitiva sulla motivazione umana intrinseca. Uno dei motivi per cui l'opera di Kahneman e Tversky era così influente era che, per la prima volta, vennero affrontate questioni profonde riguardanti la razionalità umana: come è stato detto durante l'assegnazione del premio "Kahneman e Tversky hanno scoperto come i giudizi di incertezza si allontanano sistematicamente dal tipo di razionalità ipotizzato nella teoria economica tradizionale". Gli errori di ragionamento scoperti da Kahneman e Tversky non sono quindi errori banali, ma procedimenti razionali (o meno) che vengono messi in atto per raggiungere i propri obiettivi.

Violare le regole di pensiero esaminate dai due autori ha la conseguenza pratica che risultiamo meno soddisfatti della nostra vita: questo lavoro, insieme a quello di molti altri ricercatori, ha dimostrato come l'architettura di base della cognizione umana ci renda tutti inclini a questi errori nel giudizio e nel processo decisionale. Di conseguenza, emerge chiara la necessità che venga fatta luce su tale funzionamento, essendo impiegato in ambiti in cui l'uomo non può permettersi il lusso di ignorarlo e prendere decisioni senza sapere che queste possono essere frutto di pregiudizi e credenze inconsci. È bene sottolineare, inoltre, che esistono differenze sistematiche tra gli individui nella tendenza a commettere errori di giudizio: queste differenze individuali sistematiche nel giudizio dimostrano l'esistenza di variazioni in caratteristiche importanti della cognizione umana connesse alla razionalità (ad esempio quanto efficienti siamo nel raggiungimento dei nostri obiettivi), attributi critici del pensiero umano.

La razionalità ed il libero arbitrio

Pensare razionalmente significa agire secondo i propri obiettivi e le proprie credenze (razionalità strumentale) e tenere in considerazione solo le credenze che sono basate su prove certe (razionalità epistemica): nella scienza cognitiva moderna, le molteplici prove sulle euristiche e sui pregiudizi – e la letteratura ancora più ampia nel campo della scienza della decisione – si basano sulla definizione operativa di razionalità. Molte attività di pensiero razionale mostrano livelli sorprendenti di dissociazione dalla capacità cognitiva; ad esempio, per quanto riguarda gli errori di ragionamento costituiti dall'assunzione solo del proprio punto di vista, gli individui con più alto quoziente intellettivo non hanno meno probabilità di elaborare le informazioni da una prospettiva egocentrica rispetto a persone con un Q.I. relativamente più basso. Molti effetti classici, dalle euristiche ai pregiudizi – base-rate neglect, effetto framing, pregiudizi di ancoraggio etc. – sono moderatamente correlati all'intelligenza. Frederick (2005), nel suo test di riflessione cognitiva, con il "Bat and ball problem" 2 dimostra come la gente spesso cada in un errore di ragionamento senza che le capacità cognitive possedute possano fungere da garanzia contro di esso: la tendenza dell'"avaro cognitivo" rappresenta un problema di elaborazione del cervello umano. 2 "A bat and a ball cost $1.10 in total. The bat costs a dollar more than the ball. How much does the ball cost?".

La seconda ampia ragione per cui l'uomo può possedere poca razionalità, deriva da un problema di contenuti – quando gli strumenti della razionalità (pensiero probabilistico, logica, ragionamento scientifico) rappresentano una conoscenza dichiarativa che è spesso appresa non completamente, imprecisa o per nulla acquisita: errori nel pensiero razionale dovuti a lacune nelle conoscenze si possono verificare in un grande insieme di domini, tra cui non solo il ragionamento probabilistico come in questo caso, ma anche il ragionamento causale, la logica e la valutazione dei rischi di una determinata azione. Il diritto ha da sempre adottato un'immagine di uomo che lo vede come consapevole e padrone delle proprie azioni, quindi un uomo razionale e dotato di libero arbitrio: questa visione è stata messa in discussione da poco e proprio grazie alla ricerca neuroscientifica, che spinge l'ordinamento giuridico a rivalutare alcune questioni centrali, ad esempio se l'atto criminoso sia da ritenere realmente l'esito di un'intenzione consapevole del soggetto. Come già detto, quindi, le neuroscienze mettono in discussione molti dei concetti chiave del diritto, quali razionalità, libero arbitrio, colpa e pena, a tal punto che c'è chi provocatoriamente usa il termine di "neuromania" come definizione per descrivere il grosso cambiamento che sta avvenendo nelle aule di giustizia e nei tribunali. La domanda principale che ci si pone è se le tecniche di brain imaging, dimostrando alterazioni nel cervello di un criminale, potranno influenzare il giudizio sulla responsabilità penale di tale criminale e, di conseguenza, sulla pena comminatagli: il dibattito è aperto ed i processi in cui ci si avvale delle neuroscienze cominciano ad essere sempre di più.

Tema centrale della materia in oggetto è il libero arbitrio, cioè le decisioni volontarie che prendiamo e se esse possano essere inficiate da specifiche patologie neurologiche o meccanismi cerebrali scorretti: esistono azioni finalizzate che però esulano dalla volontà dell'uomo, chiaro esempio è la sindrome della mano anarchica, in cui sono inficiate presumibilmente le aree funzionali del lobo frontale, adibito tra le altre cose alla volontarietà dei processi motori. La responsabilità, intesa anche in senso giuridico, non è da intendersi come direttamente collegata al cervello bensì agli aspetti cognitivi, due concetti differenti: si può trovare scientificamente il nesso causale alla base delle nostre azioni, ma il nucleo fondamentale della questione, soprattutto in ambito giuridico, è se un soggetto sia o meno in grado di fare altrimenti: ciò a cui le neuroscienze cercano di rispondere è se un soggetto macchiatosi di un agito criminoso, avrebbe potuto fare altrimenti se solo avesse voluto. Un eventuale danneggiamento cerebrale, in quanto tale, potrebbe determinare anomalie comportamentali, lo stesso un inconsapevole ed involontario meccanismo decisionale erroneo che inficia la scelta dell'azione o la valutazione delle conseguenze negative, ma ciò che è rilevante rispetto al crimine commesso è se il soggetto avrebbe la capacità di fermarsi. Come si nota, il concetto di libero arbitrio è molto complesso, soprattutto perché non è solo analizzato dagli scienziati ma anche dai giuristi, che lo hanno dotato di innumerevoli sfumature: grazie alle nuove evidenze e ricerche, le neuroscienze aiutano a rendere un po' più oggettivo questo concetto. Le neuroscienze all'interno del processo dovranno avere una sempre più esponenziale importanza poiché sono in grado di contribuire fortemente in numerose questioni come l'attribuzione di responsabilità, la valutazione della testimonianza, il riconoscimento visivo e possono essere utilizzate anche per supportare i giuristi nella elaborazione della cross examination, nello sviluppo delle strategie processuali, nella preparazione del testimone ecc.

Le scienze in tribunale, casi pratici

Scoprire nelle anomalie cerebrali le ragioni alla base degli atti criminosi e portare in tribunale come valide queste evidenze scientifiche, non solo è la nuova frontiera del diritto, ma anche delle neuroscienze: ancor meglio, la vera nuova frontiera del diritto sono proprio le neuroscienze. Un esempio importante è quello del Dottor Domenico Mattiello, per il quale, secondo i periti, la causa del suo comportamento criminale era da spiegarsi nel tumore di 4 centimetri che premeva sulla corteccia orbitofrontale: un cordoma del clivus, rara forma di cancro. Le neuroscienze cominciano, quindi, a confliggere con le prassi giudiziarie e ad entrare in tribunale con la valenza di prove; la tesi del Mattiello non viene accettata, ma è l'unico caso in cui la prova neurologica non è valutata positivamente: l'Italia, con la sentenza di Trieste e le prime conoscenze sul gene MAOA (in particolare nel caso del 2007 di Udine avente imputato Abdelmalek Bayout) detiene il primato nella tenuta in considerazione delle evidenze neurologiche in casi processuali. Con la sentenza di Trieste è stato sicuramente riconosciuto l'apporto della genetica e delle scienze "neuro" al mondo forense, ma le decisioni processuali non possono né devono essere assunte solo sulla base di quello, lo stesso giudice si pronuncia in merito: deve essere tenuto in considerazione anche il fattore ambientale. La validità di tali affermazioni sono ben testimoniate dal caso processuale avente imputata Stefania Albertani, una donna della provincia di Como che nel 2009 ha avvelenato e poi bruciato la sorella e tentato di uccidere la madre: i suoi periti dimostrano in tribunale la sua infermità mentale, che sarà poi riconosciuta dal giudice, poiché dalla risonanza magnetica funzionale risultava evidente una densità neuronale inferiore alla media nella zona del cingolo e della corteccia prefrontale: la condanna è consistita nel trattamento necessario a permettere alla donna di costruirsi una personalità sociale, poiché sarebbe privo di senso infliggere una pena il cui valore punitivo e riabilitativo lo stesso imputato non è in grado di apprezzare. Per concludere, è bene sottolineare che la possibilità di misurare le differenze individuali nel pensiero razionale avrà nel prossimo futuro profonde conseguenze sociali: le carenze in ciascuna delle sotto-componenti del pensiero razionale sono state collegate a molti aspetti pratici – tra questi vi sono i medici che scelgono cure mediche non ottimali, persone che non riescono a valutare con precisione i rischi nel loro ambiente, l'abuso di informazioni nei procedimenti giudiziari, milioni di dollari spesi per progetti non necessari da parte del governo e delle industrie private, genitori che non vogliono vaccinare i loro figli, inutili interventi chirurgici ed infine costosi errori di valutazione giudiziaria (per citarne uno fra tanti, il caso di Steven Avery, che nel 1985 venne accusato di stupro e arrestato, salvo poi, diciotto anni dopo, essere rilasciato grazie a un test del Dna, che provò la sua innocenza).

È estremamente importante rendersi conto che le abilità intellettive hanno dimostrato di essere insufficienti per comprendere e/o superare con successo questi errori di ragionamento e le loro conseguenze negative. Non sarebbe utile cercare di fondere il concetto di azioni razionali con quello della formazione delle credenze, perché sono molto diversi tra loro: al contrario, il progresso scientifico procede nella direzione del loro differenziamento. Ciò che afferma con forza Stanovich è che sono già stati spesi decenni nel tentativo di misurare l'intelligenza ed è ora il momento di impiegare lo stesso tempo e le stesse energie nella misurazione di una qualità mentale altrettanto importante: la razionalità. Altro aspetto fondamentale è che il riferimento del mondo giuridico è spesso il Codice Penale dove viene trascurato l'aspetto psicologico: è necessario sapere ridefinire il senso del reato, interrogarsi sul contesto in cui questo avviene, poiché da esso possono emergere cose non immediatamente osservabili dal racconto o dall'osservazione diretta dei fatti. Il reato non si configura quasi mai alla sola presenza dell'imputato ma è strettamente connesso alle relazioni con le altre persone significative o meno per il reo: cum-petere significa "legare insieme", è necessaria la presenza di un altro soggetto per creare una azione dotata di significato.

Lo studio della decisione

"Decidere" è un'attività alla quale ci dedichiamo più volte nel corso di ogni giornata, in modo più o meno consapevole, ed è costituita dalla valutazione di alternative, dalle aspettative che si hanno sulla possibilità che si verifichino gli eventi e dalla produzione degli esiti e, quindi, delle conseguenze. Lo studio della decisione ha origine quando matematici, filosofi ed economisti cominciano ad interessarsi della condotta razionale degli individui quando posti davanti a scelte dagli esiti incerti: con Daniel Bernoulli ed il suo "paradosso di San Pietroburgo", cominciano ad essere sviluppati numerosi "problemi" che hanno l'intento di esaminare e far emergere proprio questi tipi di ragionamento. Gli studi effettuati sui principi di razionalità che stabiliscono la correttezza, o meno, di una certa risposta comportamentale hanno permesso di stabilire dei criteri sulla base dei quali valutare l'appropriatezza delle condotte individuali. Tra i diversi principi base per la condotta razionale un contributo fondamentale è venuto dalla teoria dell'Utilità attesa, secondo la quale sarebbe possibile specificare con valori numerici i valori personali, in modo tale che un'opzione con conseguenze probabilistiche venga preferita alle altre solo se l'utilità attesa, per il soggetto, è maggiore dell'utilità attesa delle alternative. Lo studio dimostra, quindi, la possibilità di misurare in termini di utilità il valore attribuito dal soggetto alle conseguenze delle decisioni. Altro contributo fondamentale allo studio sui processi decisionali e sulla loro razionalità è dato da Herbert Simon, il quale suggerisce che la razionalità non è solo "sostanziale" (esiti della decisione) ma anche "procedurale" (procedure utilizzate per decidere) e che vadano analizzate entrambe nello studio sui processi decisionali.

Simon arriva quindi a definire il concetto di "razionalità limitata" partendo dall'idea che le persone non dispongono di totale informazione, non hanno un sistema di preferenze stabili e non sono dotate di risorse computazionali illimitate: questo porta, nella vita di tutti i giorni, ad applicare una sorta di economia di ragionamento che prende il nome di "euristiche". I soggetti applicano raramente le dispendiose procedure di scelta che li porterebbero a selezionare l'opzione in grado di massimizzare la loro utilità attesa, ma utilizzano invece le euristiche, procedure decisionali più semplici ed intuitive che, pur non garantendo la scelta migliore e portando a risultati meno soddisfacenti, garantiscono un più ragionevole ed accettabile investimento di tempi e sforzi. I biases derivano dall'adozione delle euristiche e rappresentano deviazioni sistematiche rispetto agli standard previsi dal modello normativo e che costituiscono, in queste deviazioni, importanti regolarità comportamentali. I biases sono al pari delle illusioni ottiche in ambito percettivo e sono state studiate approfonditamente da Tversky e Kahneman che ritenevano queste deviazioni estremamente informative sui processi mentali alla base di tutte le decisioni. Si nota, quindi, che la psicologia della decisione è un'area di ricerca sviluppata e di importante rilevanza in ambito forense: la ricerca si sta attualmente sviluppando in molte direzioni, soprattutto nel tentativo di identificare gli specifici meccanismi cognitivi che sottendono alle euristiche di scelta e giudizio. Tra le tematiche di ricerca più promettenti sulla decisione si annoverano la sua dimensione sociale, le differenze individuali e i processi intuitivi e meritano una particolare attenzione anche le ricadute applicative di questo studio, che riguardano proprio l'ambito giuridico.

Intelligenza e criminalità

Ciò che spesso ci si domanda è se l'intelligenza sia un fattore causale o predittore del comportamento criminale: ci sono molti studi che evidenziano da un punto di vista statistico la correlazione negativa tra capacità cognitive e comportamenti antisociali, ma è altresì vero che bassi livelli di intelligenza sono presenti in molti individui ad alto tasso di criminalità e che persone con alti Q.I. hanno più possibilità di avere successo nella vita, intraprendere ottime carriere lavorative ed accedere a status sociali medioalti. Le persone con basso Q.I. hanno spesso anche bassa scolarità quindi meno possibilità di carriera rispetto alle alte probabilità di entrare nella carriera criminale o della prostituzione, soprattutto se anche il contesto di nascita e crescita favorisce queste "strade": rapine, furti, furti con scasso richiedono chiaramente un Q.I. inferiore a quello richiesto per accedere all'università ed ingenerale ad intraprendere una carriera scolastica di successo. Sono tanti i fattori che giocano un ruolo importante nella scelta del percorso di vita di ogni singolo individuo, come la personalità, la fortuna o semplicemente la salute (fisica e mentale), ma l'intelligenza resta sicuramente un importante fattore causativo (Eysenck & Gudjonsson, 1989). Inoltre, a sostegno del fatto che l'intelligenza sia un fattore determinante per comportamenti criminali, in molti studi si sottolinea la forte correlazione tra Q.I. e condotta criminosa anche se in questo caso si pone l'accento sull'indipendentemente tra quoziente intellettivo e razza o classe sociale. Successivamente, nel 1988, sono poi stati condotti studi che hanno provato, se non un ruolo causativo di bassi livelli di Q.I. sulle condotte criminose, un ruolo protettivo che hanno alti livelli intellettivi su soggetti ad alto rischio di condotte criminose: dallo studio risultò che i soggetti che non avevano mai commesso reati, pur essendo ad alto rischio di comportamenti criminali avendo padri criminali, avevano un Q.I. significativamente alto; questi studi sono stati interpretati come il possibile ruolo protettivo che hanno alti Q.I. per soggetti ad alto rischio di sviluppare condotte criminose, attraverso la mediazione di effetti rinforzanti dovuti al successo nel sistema scolastico. Sembra, invece, che un basso Q.I. sia un potente mediatore della condotta criminale, anche se tale mediazione potrebbe essere indiretta e passare attraverso il successo scolastico.

Un altro studio di Jensen e Faulstich (Jensen et al., 1988) rispose ad una questione importante ancora da risolvere, cioè se i criminali differivano psicometricamente dalla popolazione generale principalmente nel fattore generale di intelligenza "g": lo studio, condotto su soggetti criminali bianchi e di colore sottoponendoli alla scala Wechsler per adulti e confrontandone poi i risultati con quelli di soggetti non criminali con le stesse caratteristiche anagrafiche, produsse risultati che dimostrarono che la fonte principale delle differenze tra i due gruppi di soggetti criminali e soggetti non criminali era prevalentemente prodotta dalle differenze in "g". Le capacità intellettuali possono seguire uno sviluppo incompleto o insufficiente a causa di sindromi che esordiscono in infanzia o in adolescenza ma non solo: l'eventuale quadro di ipoevolutismo dell'individuo deve essere analizzato da un punto di vista multi-fattoriale per determinarne gravità e possibilità di recupero, sia a fini psichiatrico forensi che per l'organizzazione di un intervento rieducativo. Si possono distinguere insufficienze mentali dovute a fattori biologici (genetici come ad esempio anomalie cromosomiche), psico-sociali (carenze affettive, culturali, sociali ed educative) o ad entrambi: per distinguere i vari gradi di insufficienze mentale si ricorre spesso, oltre all'osservazione delle caratteristiche cliniche e comportamentali del soggetti, alla determinazione dei suo Q.I., che misura non solo la quantità di intelligenza posseduta, ma anche il funzionamento cognitivo davanti a problemi quotidiani ed in funzione dell'adattamento. Le insufficienze mentali che rientrano nella categoria di "ritardi" (o "demenze" se il quadro esordisce dopo i 18 anni di età) corrispondono ad un punteggio Q.I. tra 0 e 70, ma bisogna necessariamente tenere conto, per non giungere a false valutazioni diagnostiche, anche di altri numerosi fattori che possono interferire negativamente sul livello di intelligenza, quali deficit senso-motori, turbe della condotta, analfabetismo, etc. In ambito forense sono di particolare interesse gli insufficienti mentali gravi (Q.I.=0-20/25) soggetti al compimento di reati d'impeto, acting-out, incapaci di autocontrollo sono spesso accusati di lesioni, aggressioni, ingiurie seguiti da uno stato confusionale; gli individui con queste caratteristiche sono spesso ricoverati e raramente subiscono una denuncia da parte di chi ha subito il reato, andando ad aumentare quella che in criminologia è chiamata "cifra nera".

Altra categoria di cui tenere conto ed interessante sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo sono gli insufficienti mentali medi (Q.I.=20/25-50/55) che sono coinvolti nel reato non solo attivamente ma anche passivamente: per loro caratteristiche intrinseche ricoprono molto spesso anche il ruolo di vittime essendo facilmente suggestionabili ed influenzabili (specie per quanto riguarda i reati sessuali). In questo ultimo caso è molto probabile che venga disposta perizia psichiatrica ed a livello psichiatrico-forense è indubbio che nell'insufficiente mentale grave l'imputabilità sia esclusa, cosa che non accade per il ritardato lieve. Per quanto riguarda il quoziente intellettivo è bene tenere presente che l'eventuale carcerazione prolungata o il ricovero in Ospedale Psichiatrico Giudiziario causano un sottorendimento difficile da valutare nella incidenza su basso livello di Q.I.

Psicologia, Neuroscienze e mondo forense

La nostra vita è costellata di decisioni, più o meno inconsapevoli. Se esistesse un metodo o un test per la rilevazione dei meccanismi decisionali alla base di ogni nostra scelta e delle distorsioni cognitive che le inficiano, quanto sarebbe teoricamente interessante e quanto praticamente utile ai fini forensi e di ricerca?

Capire in che modo si attivano gli errori di giudizio potrebbe essere utile non solo per meglio valutare la responsabilità penale di un imputato, ma parimenti interessante per analizzare il processo decisionale del giudice nel momento dell'emissione della sentenza, o dell'avvocato americano nel momento in cui sceglie i membri della giuria. Nel corso della normale quotidianità di ognuno di noi si prendono un numero infinito di decisioni anche su questioni apparentemente irrilevanti ed è interessante vedere quanto pensiamo di operare nella piena consapevolezza di ciò che vogliamo e quando invece siamo influenzati dai bias a cui cediamo, dalle euristiche che adottiamo e dalle strategie, a volte fallaci, di cui ci serviamo. Per quanto riguarda il mondo forense, c'è una stretta connessione relativamente alla lettura che si può fare, alla luce di credenze fallaci, illusioni e bias cognitivi, del grande spettacolo processuale e delle azioni dei suoi attori (il cui termine assume quindi, per quelle persone, non più solo valenza giuridica ma anche quella più tradizionalmente intesa come interpreti di un ruolo).

Spesso, la questione centrale nel corso di una perizia non è tanto verificare l'esistenza di uno stato di normalità o di patologia nel periziando, ma se ed in che grado vi sia l'idoneità a compiere una scelta razionale ed autodeterminata; sempre per quanto riguarda la relazione peritale, l'impressione clinica deve essere integrata con l'utilizzo di strumenti testistici idonei al caso in esame: la valutazione neuropsicologica si compone di una serie di test esploranti la maggior parte delle funzioni legate agli aspetti rilevanti della capacità di agire. Molti studi che evidenziano da un punto di vista statistico la correlazione negativa tra capacità cognitive e comportamenti antisociali, ma è altresì vero che bassi livelli di intelligenza sono presenti in molti individui ad alto tasso di criminalità: i bias e le distorsioni cognitive pervadono il processo decisionale ed il ragionamento umano, influenzando così il modo in cui le persone si rappresentano il mondo ed hanno conoscenza di esso; questi meccanismi risultano essere involontari, inconsapevoli e così preponderanti da inficiare anche i soggetti più abili. Le euristiche non sono per forza, e sotto tutti i punti di vista, negative: una tendenza estrema verso l'ottimismo, ad esempio, può portare ad errate considerazioni, ma potremmo essere in grado di alzarci da letto la mattina, senza questa illusione di controllo? Non può essere vista come addirittura protettiva rispetto ad un'altra euristica – l'avversione alle perdite – che potrebbe avere effetti paralizzanti sulla vita degli individui? Certo, probabilmente senza le euristiche giungerebbero tutti alla decisione più corretta in ogni contesto, ma sarebbe allo stesso tempo anche la decisione più adatta a quel contesto?

Non è chiaro se le vite delle persone migliorerebbero una volta libere dai pregiudizi e dalle illusioni trattate sino ad ora. In realtà, era questa la vera domanda che si poneva Kahneman, ed alla quale probabilmente non si avrà mai risposta: qual è la vera razionalità, fino a dove arriva? In un'ottica darwiniana, l'essere umano così come è ora, dopotutto, è un sopravvissuto ed è forse così che forse si dovrebbe continuare a vivere. Senza proseguire oltre con questa concettualizzazione e trascendere nel filosofico, si dimostra chiaro l'interesse della cognizione modulata da questi fenomeni e la necessità di approfondire gli studi, soprattutto in un'aula di giustizia, dove proprio l'uomo è il mezzo attraverso il quale le azioni di un altro uomo sono giudicate. Importante, in ultimo, sottolineare la necessità di integrare scienza e giustizia affinchè sia possibile, all'interno di un processo, utilizzare i periti ed ogni disciplina utile ad arrivare ad una giusta e consapevole decisione che avvalli la sentenza.

 

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Scritto da

Dott.ssa Maria Cecilia Silvestri

Bibliografia

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