Dislessia: non solo un problema di lettura

Alcuni concetti chiave utili per conoscere meglio il problema ed alcune note che riguardano la mia visione personale riguardo alla diagnosi ed al trattamento.

18 DIC 2018 · Tempo di lettura: min.
Dislessia: non solo un problema di lettura

Oggi si parla molto di dislessia anche sui media per il largo pubblico. Ormai quasi tutti sanno che si tratta di un disturbo dell'apprendimento che riguarda la lettura. Il disturbo è detto "specifico", perché gli altri ambiti non sono compromessi. L'intelligenza del soggetto è normale per l'età, così come anche le diverse abilità pratiche. Sempre che, ovviamente, non siano presenti altri disturbi. Si usa una brutta parola, copiata dal linguaggio medico: "comorbilità", per indicare quando sono presenti più disturbi contemporaneamente, per esempio lettura e ortografia, oppure lettura e calcolo, o, ancora, lettura e deficit d'attenzione. La prima combinazione è frequentissima, ma anche le altre due ricorrono spesso. Ma le cose sono così semplici? E siamo sicuri che si tratti di più disturbi distinti?

E soprattutto: aiutare un soggetto con dislessia (preferisco non scrivere "dislessico/a" perché mi sembra di usare un'etichetta) significa soltanto mettere in atto un percorso di riabilitazione, detto anche di potenziamento della lettura?

Cerchiamo di approfondire, partendo dal problema specifico. Cosa vuol dire veramente essere dislessici? Non bisogna pensare che il soggetto non sappia leggere per niente, salvo casi gravissimi. In questo caso è probabile un deficit più generale a carico delle capacità intellettive, ma, allora, per definizione, non possiamo parlare di dislessia. Infatti i rigorosi criteri diagnostici stabiliti a livello nazionale dalle Consensus Conference (riunioni a livello nazionale dei maggiori esperti) hanno stabilito che in caso di disabilità intellettiva accertata, il deficit di lettura non è un disturbo specifico, ma una conseguenza della medesima.

Dunque, il soggetto dislessico impara in qualche modo a leggere, ma ha una velocità ed una accuratezza gravemente inferiori alla media attesa per la sua età o per la classe frequentata. È molto più comune che sia la velocità ad essere gravemente compromessa. Sono sempre presenti anche diversi errori di lettura. E' molto più raro che la lettura sia fluida, seppure con numerosi errori. Dunque la velocità è il criterio fondamentale. Come si misura? In sillabe al secondo. Si usano ovviamente dei brani standardizzati come livello di difficoltà e come lunghezza per ogni età e classe frequentata.

Tipicamente, il soggetto dislessico legge ad una velocità che è ben tre volte, o più, inferiore alla media attesa per quella classe. All'ascolto permane una "sillabazione" molto spesso simile a quella tipica dei bambini al primo o secondo anno di scuola primaria. Voi capite come diventi difficile studiare e memorizzare, con una tale lentezza di lettura! Ed impossibile sfogliare rapidamente un testo per ripetere i punti chiave.

Il bambino/a con il disturbo ha una velocità così bassa che su 100 bambini, circa 95 sono più veloci. Si tratta di un criterio, stabilito a livello nazionale, molto restrittivo. Sono dell'avviso, in linea con molti Colleghi, che debba essere aiutato almeno il 20% dei bambini della popolazione generale che legge più lentamente, anche se il criterio diagnostico per il disturbo non è soddisfatto.

Un criterio così restrittivo evita le sovra-diagnosi. Ogni tanto compaiono voci allarmistiche sui media. Vi sarebbe una eccesso di diagnosi del disturbo, a tutto vantaggio degli operatori o dei gruppi del settore.

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A me sembra che tali posizioni non siano molto fondate. Ovviamente in ogni lavoro esistono alcuni operatori disonesti. Ma effettuando la diagnosi a regola d'arte il problema non può verificarsi. A mio modesto avviso, gli errori riguardano i trattamenti, spesso impropri alla natura del disturbo. Ad esempio, la psicoterapia non è l'intervento adatto per il caso. Essa può lavorare su alcuni aspetti del problema, come la motivazione o l'impegno nello studio, oppure l'ansia spesso presente, o, ancora, la gestione del problema da parte dei genitori. Ma il trattamento giusto per migliorare la prestazione (le lettura) è di natura neuropsicologica, ed è definito potenziamento o riabilitazione.

Ho invece l'impressione che molti bambini non ricevano l'aiuto cui avrebbero diritto. Soprattutto quando si tratta di bambini/e extracomunitari, che hanno già notevoli difficoltà ad apprendere la nostra lingua. Spesso la presenza di dislessia non viene diagnosticata, perché confusa con un problema di carente apprendimento della nostra lingua. A questo aggiungiamo che spesso i genitori non sono correttamente informati e/o non hanno la possibilità economica di avviare la terapia.

Qui in Italia i Servizi Neuropsichiatrici del SSN provvedono solo alla diagnosi, non alla terapia, che purtroppo deve essere realizzata privatamente. Il dr. Sebastiano Lupo, nel suo eccellente libro "La dislessia evolutiva e i suoi trattamenti" - Manuale per insegnanti, genitori e operatori" sottolinea giustamente questa grave carenza, tutta italiana. La diagnosi, invece, viene realizzata con molta cura, a patto che i genitori acconsentano ad avviare l'iter. La scuola, infatti, può solo segnalare il problema.

Si parla di diagnosi funzionale. Tutte le abilità e facoltà del bambino vengono esaminate, e si evidenziano i punti di forza e quelli di debolezza. Una volta redatto un apposito documento, la Scuola può realizzare il cosiddetto Piano Didattico Personalizzato. Si tratta di misure dette "compensative e dispensative", accorgimenti pensati per alleviare la fatica del bambino/a ed aiutarlo nello studio quotidiano.

Ma quale trattamento riceve per il suo disturbo di lettura? A volte esso viene affidato a figure professionali diverse dallo psicologo, come l'educatore. Oppure, quando lo psicologo interviene, si limita ad un intervento standard per migliorare le capacità di lettura.

Tale intervento viene realizzato anche con l'ausilio di un Pc dotato di appositi software, che alleviano il compito tanto al soggetto che all'operatore, ed inoltre cercano di rendere il lavoro più divertente, mediante l'uso di cartoni animati. Spesso buona parte del lavoro è affidato ai genitori, mediante appositi CD da utilizzare a casa sul proprio Pc.

Ma tutto questo è sufficiente?

  1. È ormai stabilito a livello scientifico che il soggetto con dislessia ha tutta una serie di caratteristiche ed anche di problemi. Un primo aspetto riguarda lo stile di apprendimento. Questi soggetti preferiscono apprendere, quando possibile, per immagini. Inoltre hanno maggior facilità a memorizzare ascoltando piuttosto che per mezzo della lettura, che richiede loro una tale quantità di risorse da lasciare poco spazio alla memoria. Di ciò si tiene spesso conto in sede didattica, mediante l'utilizzo delle cosiddette "mappe concettuali" ovvero di schemi appositi per facilitare la memorizzazione dei concetti. Ma è necessario che anche i genitori apprendano ad usare correttamente questi strumenti per aiutarli a casa.
  2. Il secondo aspetto riguarda appunto i loro livelli di attenzione e/o di memoria, che sono frequentemente inferiori rispetto alla media.
  3. Un terzo aspetto riguarda alcuni aspetti più squisitamente psicologici, relativi alla loro personalità.

Si tratta di soggetti che tendono a scoraggiarsi facilmente, con difficoltà a sostenere carichi di lavoro sostenuti. Per un bambino/a, non è facile accettare di avere maggiori difficoltà dei compagni nella lettura, a fronte di un'intelligenza assolutamente normale. A volte sono gli stessi genitori a non accettare il problema, in certi casi anche negandolo.

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Altre volte i bambini manifestano in aggiunta, vari tipi di problemi psicologici, per esempio nella socializzazione e nell'integrazione in classe. Possono anche essere presenti disturbi più spiccatamente psicopatologici, come ansia e depressione. In molti casi, infine, i bambini reagiscono con rabbia, e rifiuto di applicarsi alle loro difficoltà. Per tutti questi motivi è opportuno una presa in carico che tratti contemporaneamente tre ambiti diversi.

  • Il primo è quello fondamentale del disturbo di lettura.
  • Il secondo è il metodo di studio.
  • Il terzo è l'ambito psicopatologico.

Ed infine, anche se non è presente una psicopatologia evidente, è sempre opportuno favorire l'espressione delle emozioni, per esempio utilizzando lo strumento del disegno. Nel prossimo articolo vedremo le soluzioni terapeutiche classiche a questi problemi, ed altre innovative che ho sperimentato in questi anni nella mia attività.

Aggiornandoci per l'anno nuovo, mi è gradito porgere a tutti i miei Auguri.

Articolo del Dott. Leopoldo Tacchini, iscritto all'Ordine degli Psicologi della Toscana

Scritto da

Dott. Leopoldo Tacchini

Psicologo Nº iscrizione: Nº iscrizione all’Albo 5322

Psicologo clinico, ad orientamento cognitivo - comportamentale. È perfezionato in neuropsicologia, naturopatia, metodo Tomatis, tecniche psico-corporee. Tratta ansia, insonnia, disturbi psicosomatici, depressione, benessere psicofisico. Bambini: disturbi DSA e del comportamento, ritardo cognitivo, ADHD, disturbi del linguaggio e comunicazione, bambini in adozione ed affido.

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1 Commenti
  • Daniela Caprioli

    Articolo molto chiaro. Finalmente un collega che, come me, sceglie di definire in modo corretto "soggetto con dislessia" invece che dislessico; quest'ultima forma, infatti, la ritengo accettabile per comodità espressiva solo fra addetti ai lavori e negli ambiti specifici; purtroppo, invece, spesso viene usata anche da molti professionisti nella comunicazione comune, come "disgrafico e discalculico".

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