Tra paziente e terapeuta: la cura sta nella relazione

Anni di ricerche su diversi approcci terapeutici hanno dimostrato che ciò che rende efficace il trattamento psicologico è la qualità della relazione paziente-terapeuta, indipendentemente dal modello teorico seguito. Ma che cosa rende veramente speciale questo rapporto e perché è essenziale per la guarigione?

20 OTT 2013 · Tempo di lettura: min.

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Tra paziente e terapeuta: la cura sta nella relazione
La terapia ha successo quando il terapeuta offre al paziente una relazione diversa da qualsiasi altra possa avere provato prima. Con queste parole semplici e incisive Michael Kahn (1991), un terapeuta di fama internazionale, ci aiuta a capire come sia necessario permettere al paziente di sperimentare in terapia una relazione nuova, positiva, che favorisca un reale cambiamento. Il terapeuta non può essere un amico, un genitore, né un maestro, ma deve porsi come una figura di riferimento che permetta di vivere un'esperienza correttiva e riparatoria dei traumi subiti.
Il terapeuta empatico

Il primo a descrivere obiettivamente come l'atteggiamentodel terapeuta sia il vero fulcro che permette la guarigione del paziente fuCarl Rogers (1961), indicando tre condizioni fondamentali per il successo dellaterapia: autenticità, empatia e considerazione positiva incondizionata delpaziente. Il terapeuta non deve nascondersi dietro la maschera dell'esperto, madeve essere onesto e congruente con se stesso proprio per offrire al pazienteun modello di autenticità. Deve comprendere profondamente il paziente, vedereil mondo dal suo punto di vista e trasmettergli la sensazione di essere capito,esperienza che di per sé è terapeutica. Non deve giudicare il paziente, maessere sempre dalla sua parte e avere fiducia nelle sue potenzialità. Questonon significa dargli sempre ragione (ciò sarebbe in realtà poco rispettoso), masostenerlo in ogni situazione con fiducia che ce la possa fare.

I primi scritti di Rogers suscitarono scalpore e non venneroaccettati dagli approcci che allora, negli anni '50 negli USA, erano imperanti:psicoanalisi e comportamentismo. Il comportamentismo delle origini escludeva lostudio della mente perché impossibile da osservare. D'altra parte, lapsicoanalisi classica attribuiva all'analista un ruolo completamente diverso:egli doveva essere uno specchio su cui il paziente poteva proiettare il propriomondo interno e perciò doveva rimanere quanto più obiettivo e neutralepossibile. Accoglienza ed empatia non erano proprio considerate come elementicritici.

Negli anni però questa posizione cambiò moltissimo. Inpsicoanalisi fu Heinz Kohut (1959) a trovare il coraggio di distanziarsi dallaposizione classica della neutralità e a suggerire che proprio l'empatia fosselo strumento principe sia per capire cosa succede nella vita psichica delpaziente, sia per fornire un'esperienza correttiva che porti alla guarigione.Secondo questo autore le principali psicopatologie derivano da carenze nellosviluppo del Sè, a loro volta prodotte dal mancato soddisfacimento di alcunibisogni fondamentali da parte delle principali figure di riferimento. Compitodel terapeuta quindi è fornire al paziente una comprensione empatica profondache gli permetta di esprimere tutti i vissuti, anche i bisogni primitivi maisoddisfatti. Il bambino che non è stato ammirato dai genitori e che perciò hasviluppato una bassa autostima chiederà in vari modi e spesso inconsciamente alterapeuta approvazione e conferma. Il terapeuta non risponderà in manieraautomatica con una "pacca sulla spalla" (del tutto inutile), maesprimerà chiaramente la sua comprensione per ciò che il paziente sta provando,aiutandolo a trovare le origini di tali richieste e a sviluppare modalità piùmature.

Dal punto di vista clinico, è interessante notare che mentreper Freud e altri successori il valore della terapia consistesse soprattuttonel ricordare e quindi nel risalire alle origini traumatiche delle nevrosi, perKohut e gli autori in linea con il suo modello è essenziale rivivere in terapiaalcuni sentimenti del passato (il cosiddetto transfert), ma trovarenell'analista una risposta diversa, che costituisca un'esperienza emotivamentecorrettiva.

La relazione è il fattore di efficacia più importante

Attualmente, qualunque approccio terapeutico prestaattenzione alla buona qualità della relazione terapeutica. Anche il modellocognitivo comportamentale, che è stato per anni accusato di ignorare questadimensione perché direttivo e orientato al compito, oggi cura molto l'alleanzatra paziente e terapeuta, ad esempio sostenendo come la logica degli esercizidebba essere condivisa con il paziente e come gli obiettivi e il trattamentodebbano sempre derivare da un processo collaborativo. Il terapeuta vieneinvitato ad accettare la relazione terapeutica come un rapporto vero e proprioin cui talvolta sarà anche necessario esprimere i propri sentimenti perconvalidare l'esperienza del paziente (Salsman 2010).

Questa tendenza a considerare così importante la relazionederiva da anni di ricerche che hanno dimostrato, mettendo a confronto diversiapprocci terapeutici, che il fattore che era in grado di contribuire meglio alrisultato della terapia, indipendentemente dal modello teorico seguito, era labuona qualità della relazione terapeutica, favorita da alcune caratteristichedel terapeuta sostanzialmente simili a quelle descritte originariamente daRogers (Ahm e Walpold 2001).

Il rapporto ritrovato

Con queste premesse, è logico che il rapporto pazienteterapeuta debba avere determinate caratteristiche per funzionare. Dal punto divista del paziente, è importante sentirsi ascoltato, capito, rispettatointegralmente, sostenuto, convalidato, incoraggiato. Dal punto di vista delterapeuta ciò significa un continuo sforzo per essere empatico, autentico,pronto a cogliere i progressi e ad accettare eventuali ricadute e anche esserepronto a riconoscere i propri errori e a porvi rimedio.

Arriviamo dunque al perché questo tipo di rapporto conducaalla guarigione. Mettendo insieme i fili derivanti dall'intrico di numeroseteorie, oggi sappiamo che per gli esseri umani è fondamentale essere accettatie vedere soddisfatti alcuni bisogni fondamentali fin dalla prima infanzia e pertutta la vita per un completo e adeguato sviluppo. L'individuo che si senteaccettato incondizionatamente e che potrà esprimere i propri reali bisogni, leproprie emozioni, ricevendo una risposta empatica/sintonizzata/sufficientementebuona per riprendere i concetti di varie teorie, sarà in grado di sviluppare unsé autentico, la capacità di riflettere sui propri vissuti e di capire leemozioni altrui, di instaurare relazioni sane e basate sulla fiducia, di essereun buon genitore (Attili 2010; Fonagy e Target 2001; Siegel 2001; Kohut 1980).

Le persone che arrivano in terapia con i più svariati disturbi,spesso hanno incontrato nella vita qualche carenza in queste risposte o hannosubito dei traumi che hanno messo a dura prova le potenzialità sviluppate. Ilterapeuta dovrà quindi costituire una base sicura da cui partire per analizzarele origini dei comportamenti disfunzionali. Come abbiamo visto, non bastacapire o ricordare cosa è successo per giungere a un vero cambiamento, mabisogna rivivere, rientrare in contatto con i sentimenti originari, poterliesprimere a qualcuno che ascolterà, capirà, ci darà una risposta correttiva eriparatoria, convalidando quello che abbiamo provato, e aiuterà a passareoltre. Questo è il compito delicato e imprescindibile del terapeuta, che nonpuò essere sostituito da letture o da altre relazioni. Ciò può avvenireall'interno di qualunque modello di trattamento, purché, come già ci indicavanoRogers e Kohut, il terapeuta sia in grado di fornire una comprensione empaticaprofonda, mettendosi in gioco anche come persona reale e autentica. Questanuova esperienza permetterà gradatamente di ristrutturare il sé, di imparare areagire in maniera diversa alle situazioni, sviluppando fiducia nelle propriecapacità e nel proprio valore come essere umano e anche la speranza che lealtre persone ci possano capire e aiutare.

Riferimenti bibliografici
Ahn H., Wampold B.E. (2001). Where Oh Where Are the Specific Ingredients? A Meta-Analysis of ComponentStudies in Counseling and Psychotherapy, Journal of Counseling Psychology, 48(3), pp. 251-257.
Attili G. (2010). Storia e sviluppi della teoria dell'attaccamento, in Onnis (cur). Legamiche Creano, legami che curano, Bollati Boringhieri, Torino.
Fonagy P., Target M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva, Cortina, Milano.
Kahn M. (1991). Between Therapist and Client. The New Relationship, Owl Books, New York.
Kohut H. (1980). La guarigione del Sè, Bollati Boringhieri, Torino.
Rogers C.R.(1961). La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, trad. it. di On Becoming a Person, Houghton Mifflin Company, Boston.
Salsman N.L. (2010). La terapia dialettico-comportamentale (DBT) in Bulli F. e Melli G., Mindfulness e Acceptance in psicoterapia, Eclipsi, Firenze.
Siegel D J. (2001). La mente relazionale, Cortina, Milano.

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Scritto da

Dott.ssa Micaela Crisma

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