Riappropriarsi del proprio cuore, riappropriarsi di sé

Smettere di soffrire per 'amore': assumersi le proprie responsabilità, mettere in campo le proprie risorse, coltivare amor proprio.

11 feb 2019 Crescita personale - Tempo di lettura: min.

Desio Monza e Brianza

"L'amore è una frattura nella logica dell'universo", sottolinea Marguerite Duras e, forse, questo è il motivo per cui abbracciamo imponderabili scelte perdenti nell'inseguire amori zoppicanti, in preda ad una presunta irresistibile attrazione, che chiamiamo perfino karmica, quale giustificazione di un malcelato vuoto affettivo, che cerca compensazione attraverso l'idealizzazione di un volto a cui attribuiamo qualità esclusive, trasformandolo in un amore ideale.

È che la pelle, la chimica, il desiderio, l'attrazione confondono, generando un momentaneo sentimento di completezza, effimero eppure capace di inondare di passione. Quella diviene la regina incontrastata dentro di noi, spegnendo la lucidità mentale, soffocando un più intimo bisogno di appartenenza, che rimane inascoltato, sciogliendosi in un urlo di vendetta.

Ma, ad un certo punto, è chiaro che quell'amore non decolla, Eros vacilla, muovendo passi incerti. Tu chiedi appartenenza, ma c'è solo distanza. Tu chiedi pienezza, ma non c'è sostanza. Quell'amore annega nell'incompiutezza ed è allora che ti colpevolizzi perché non "sei" abbastanza, abbandonandoti alla sensazione di essere "un niente", senza renderti conto che non sei tu ma quella relazione ad essere "niente", niente che abbia un significato. Ed un amore è tale solo se ha un significato.

La relazione di coppia è proprio un terreno minato. In molte occasioni, forse troppe, si trasforma in un campo di battaglia, dove gli amanti portano bisogni inappagati, antichi irrisolti, paure vicine e lontane, ferite aperte, incertezze, amare solitudini, chiedendo al partner di farsene carico. Ci si avventura, malconci, nelle braccia di Eros, alla ricerca di quella sensazione di pienezza che l'innamoramento promette, ma che solo equilibrio interiore e un amore sano garantiscono.

La relazione di coppia rimane una tra le avventure più audaci che esistano, bisogno o forse ostinazione degli esseri umani, senso della vita. Tuttavia, il filo di sé ad un certo punto va ripreso, perché gli amori zoppicanti generano spaesamento, sfiducia in se stessi, profonda rabbia verso l'esistenza.

Abbandonare pensieri di onnipotenza e rendere le proprie difese flessibili, generando nuove possibilità di scelta, questo l'obiettivo a cui tendere.

Smettere di tradire se stessi parte da un atto di coraggio: assumersi le proprie responsabilità, mettere in campo le proprie risorse. Soffermarsi sulla propria esperienza interna con accettazione, senza giudizio: stare in ascolto della propria rabbia, della propria tristezza, della propria vergogna, del proprio orgoglio ferito. Farlo con amorevole gentilezza: un gesto rivoluzionario.

Perdonarsi. Perdonare. Niente è più generativo del perdono verso se stessi, verso l'Altro. Altro dal porgere l'altra guancia, altro dal fingere buono ciò che è stato cattivo, altro dal concedere l'ennesima possibilità di ferire, altro dal riallacciare i rapporti, perdonare è darsi il permesso di essere solo ciò che si è e dare all'Altro il permesso di essere solo ciò che è. La compassione è terapeutica. Nella profonda accettazione di ciò che si ha saputo mettere in campo, di ciò che l'Altro ha messo in campo, nasce la prospettiva della rinascita. Nell'accogliere la propria umana fragilità sta la possibilità di legittimare quella altrui, perché, in fondo, quell'amore zoppicante altro non è se non un incontro tra esseri umani fragili, uniti nel disperato tentativo, malriuscito, di guadagnarsi un po' di felicità.

Coltivare l'amor proprio: prendersi cura di sé, imparando a rispettarsi, a trattarsi con dedizione. Sano egoismo, insomma, che ha il potere di traghettarci verso lidi più felici.

La sofferenza interiore avrà la meglio ancora per un po', probabilmente. L'essere umano, un po' come un fiore che avvizzisce intorno alla sua capsula rigonfia di semi, si sbarazza del vecchio attraverso una forza creatrice che, innanzitutto, uccide ciò che c'è. Quella sofferenza ha il compito di fare breccia nella coscienza, al fine di demolire l'ordine precedente per lasciare entrare ciò che ancora non c'è. Ed allora, non nel rifiuto ma nell'accettazione di ciò che si prova, anche se doloroso, sta il potere della rinascita.

L'amore rende discontinua la linea temporale, introducendo il fuoco. Ma la bellezza sta in un'esperienza del "due" piena, intima, profonda, condivisa. Solo allora l'amore dona una tregua, costituisce un rifugio, cicatrizza le ferite, genera senso.

Solo allora è amore.

Articolo della dottoressa Luisa Ghianda, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia.

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