Il cambiamento nel percorso psicologico

La psicoterapia porta a cambiare. Ma che significa cambiare? Eliminare pensieri ed emozioni "negativi"? Diventare qualcun'altro? No. Cambiare significa cambiare il modo di stare con sè.

21 FEB 2020 · Tempo di lettura: min.
Il cambiamento nel percorso psicologico

In genere si inizia un percorso psicologico spinti da malessere, sintomi, ansie, depressione. Quasi sempre queste diverse manifestazioni della sofferenza psicologica sono frutto di una crisi evolutiva. Le crisi che attraversiamo hanno un senso. Sono momenti di passaggio da una fase ad un'altra della vita e la sofferenza psicologica serve a spingerci verso un equilibrio più avanzato, ad evolvere. Quando la paura di cambiare ci impedisce di affrontare la crisi, rimaniamo impantanati tra il vecchio e il nuovo. Allora emerge una richiesta di cambiamento esasperata, una sofferenza ulteriore che peggiora le cose.

Il lavoro Psicologico aiuta a cambiare. Non significa che si debba diventare qualcun'altro. Quello che cambia è il rapporto che abbiamo con noi stessi.

Cambiare significa liberare risorse rimaste impastoiate nelle esperienze passate: bisogni, capacità, gioie che, in qualche modo, nell'infanzia erano "pericolose". Non è facile "liberarle" nonostante la ragione dica che non sono più pericolose. Queste paure sono profonde e inconsce. Non parlano la lingua della ragione. Inoltre, se liberate senza precauzioni, possono fare danni visto che non sono abituate alla nuova realtà adulta. Un piccolo esempio: se da bambino in qualche modo ho imparato che è pericoloso "dire la mia", ora, liberando questa bella cosa rischio che si esprima in modo impulsivo, infantile, per poi sentirmi fuori luogo e fare retromarcia. Quindi dovrò "riabilitare" quel bisogno rimasto piccolo e imparare a "dire la mia" facendo i conti con la situazione reale. Il primo cambiamento deve essere "dentro". Siamo pieni di cose vive che interagiscono tra loro. Il termine tecnico che descrive questo perenne dialogo interno è "psicodinamica". Cambiare non significa eliminare parti di sé che producono vissuti scomodi (paure, tristezze, rabbie,….), significa favorire una convivenza più armoniosa con esse. Fondamentalmente significa imparare a "governare" noi stessi, come un capitano la sua nave. Bisogna imparare ad individuare i nostri diversi aspetti ed istanze, e poi ad ascoltarli senza giudizi e pregiudizi e poi a prendere decisioni che rispettino e sostengano entrambe le parti del conflitto.

Aggiungo una rappresentazione grafica che propone il senso del "cambiamento" che un percorso permette.

Uno stimolo esterno o un proprio bisogno richiedono azioni e decisioni. Immediatamente si attiva un "dialogo interno" nella nostra "assemblea permanente" di pensieri ed emozioni. Semplificando tantissimo possiamo dire che abbiamo pensieri ed emozioni "storici" (credenze maturate nell'infanzia e relative emozioni) e pensieri ed emozioni attuali (pensati e sentite consapevolmente e "oggettivamente"). Questi diversi punti di vista vanno in conflitto. Il risultato sono comportamenti confusi, insoddisfacenti, ambivalenti.

Esempio di prima: C'è una situazione esterna in cui viene detto qualcosa su cui non sono d'accordo. Dentro ho un bisogno naturale sano che vuole esprimere la propria contrarietà. Vecchie convinzioni si agitano: "noo! Potrebbero arrabbiarsi" – "non ti vorranno più bene" – "soffriranno", scatenando paure o sensi colpa. I Pensieri attuali sanno benissimo che la realtà non è così drammatica, e c'è forse una tristezza all'idea di rinunciare a dire la propria. Quindi si apre un conflitto che, non risolto, genera comportamenti incongrui. Magari dico la mia, ma senza convinzione o facendo in modo di non essere ascoltato, o taccio per poi stare male o comincio a gridare.

I pensieri e le emozioni storiche sono molto più profondi e intensi di quelli attuali. Spesso sono inconsci e senza parole, quindi la "ragione" dei pensieri attuali fallisce.

La crescita psicologica, il cambiamento a cui mira un percorso consiste fondamentalmente nel costruire un "governo illuminato" che gestisca la nostra "assemblea permanente" di pensieri ed emozioni prima di agire.

Un percorso mira ad esercitare i pensieri ed emozioni attuali. Mira, diciamo, ad una autocoscienza di questo aspetto di noi. Ad esercitare un "distacco" che consenta di osservare, accogliere senza giudizio gli aspetti "storici" e farsene carico. Allo stesso modo si fa carico delle esigenze sane che è bene "liberare". Si impara a prendere una posizione super partes rispetto alle proprie cose. Invece di entrare in conflitto con gli antichi impedimenti impara a comprenderli, rassicurarli, sostenerli mentre poco alla volta permette esperienze graduali di "liberazione". Si impara a porsi rispetto a sé come un genitore adottivo che deve iniziare da capo a conoscere e farsi conoscere.

Nello stesso esempio di prima la ragionevolezza o genitore adottivo rimane al di fuori del conflitto: ascolta con rispetto e comprensione le vecchie paure, prende atto del bisogno di dire la propria e propone compromessi, piccole esperienze. Da una parte le vecchie paure possono rassicurarsi gradualmente, dall'altra il bisogno di dire la propria si esercita ad essere adeguato alla realtà attuale. Allora magari si può iniziare anche semplicemente individuando quello che voglio dire senza dirlo, ma apprezzandolo. Poi permettendosi di osservare come altri dicano la loro senza che accada nulla. Poi dicendo qualcosa di non "pericoloso", ecc.

Quello che importa è che in questo processo cresce il senso di accettazione di sé, di inclusione, di fiducia. I pensieri ed emozioni storiche si rilassano, abbassano i toni, contribuiscono. I pensieri ed emozioni attuali, o genitore adottivo che dir si voglia dispongono di più energie e spazi decisionali.

Non è facile e ci vuole tempo, ma si può fare.

Francesco Drigo

Scritto da

Dott. Francesco Drigo

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