Ansie quotidiane, come superarle?

Sappiamo tutti ormai cos'è l'ansia: è un campanello di allarme, una funzione adattiva che il nostro organismo mette in atto per avvertirci della percezione di un pericolo.

30 OTT 2015 · Tempo di lettura: min.
Ansie quotidiane, come superarle?

Sappiamo tutti ormai cos'è l'ansia: è un campanello di allarme, una funzione adattiva che il nostro organismo mette in atto per avvertirci della percezione di un pericolo.

Il termine "percezione" è particolarmente indicativo, difatti mentre la paura è sempre una reazione di allarme rivolta ad un pericolo concreto (l'auto che sta per investirmi) l'ansia è più incentrata sul nostro senso di identità, la nostra autostima (se parlo male in pubblico penseranno che sono un idiota). È quindi un pericolo percepito che può essere differente per ognuno di noi (ciò che mette in ansia me può non essere lo stesso per te).

L'ansia è sia un fattore caratteriale (nasciamo tutti dotati di una certa quota d'ansia) sia ambientale (legata cioè all'evento in sé, ad esempio il parlare in pubblico). Se questo campanello, per ragioni genetiche e caratteriali, è particolarmente sensibile ed in più viviamo eventi avversi e traumatici allora può innescarsi un attacco di ansia.

Ciò che però stabilisce e mantiene il disagio è la convinzione di essere de facto limitato nelle proprie attività quotidiane (lavorative, scolastiche, sociali ecc.). Comincerò quindi, rifacendomi all'esempio precedente, ad evitare gli incontri pubblici per timore di dover sostenere un certo tipo di conversazioni. Col tempo questo modo di fare si estenderà a situazioni simili ma in precedenza vissute come innocue (colloquiare con tre-quattro persone anziché con un vasto uditorio) in quanto situazioni "a rischio". Si innesca una vera e propria catena di credenze negative su se stessi e le proprie capacità, un abbassamento dell'autostima e la tendenza a "leggere" ogni evento avverso come una conferma che il nostro disagio sia reale ed abbia un senso: si è instaurato il disturbo d'ansia.

In realtà, capita nella pratica clinica di venire a contatto con persone che nella loro vita abbiano sperimentato un unico episodio di ansia eccessiva, vissuto in momenti di incertezza personale e di forte stress. Queste persone cominciano quasi senza accorgersene a porsi dei paletti limitando la propria vita col timore costante di subire e non saper affrontare ulteriori attacchi d'ansia. Vivono da malati pur essendo sani, come stare tutto il giorno a letto col termometro in bocca per non farci sorprendere dalla febbre che potrebbe prima o poi arrivare.

L'aiuto della psicoterapia

La psicoterapia può venirci in aiuto in più modi: aiutarci a gestire i sintomi ansiosi, modificare le credenze di incapacità nel saper gestire certe situazioni, aumentare la nostra autostima, renderci meno sensibili agli eventi di scarsa rilevanza ponendo il tutto nel giusto quadro. Se ci limitiamo a questi passi la terapia, a seconda della cronicità del disturbo e di eventuali disagi correlati, ha una durata relativamente breve. È importantissimo però che il paziente venga incontro al terapeuta collaborando il più possibile.

Credo sia importante una prima fase di apprendimento dove si imparerà tutto del proprio problema: genesi, mantenimento, funzionamento, significato ed eventuali vantaggi secondari ecc. Spesso le persone si rivolgono al terapeuta con aspettative quasi magiche come se questo, semplicemente ascoltando per un'oretta il loro sfogo personale, possa in due parole fornire la soluzione. Non è così, la psicoterapia è un processo attivo e cooperativo che non può trascendere dalla comprensione e dalla collaborazione del paziente stesso. Quando vi presentate in studio per la prima volta, pretendete di conoscere il percorso professionale ed esperienziale di chi avete di fronte, informatevi sul suo metodo di lavoro, chiedete spiegazioni, non presentatevi in atteggiamento di attesa né fatevi intimorire dal fatto che sia un esperto in materia e voi magari no: avete il diritto di conoscere e capire se ciò che vi viene offerto può fare al caso vostro. La psicoterapia è una giungla di indirizzi ed orientamenti differenti, è molto importante che l'utente si informi e si interessi prima di fare la scelta delicata di un percorso così intimo e difficoltoso.

Un ulteriore passo, se vogliamo, è l'analisi delle condizioni avverse che hanno scatenato il fenomeno ansiogeno: spesso queste si rifanno a schemi profondi su se stessi ed il modo di rapportarsi agli altri ed il mondo in genere. Tali schemi nascono e si sviluppano nel percorso dall'infanzia all'età adulta e dipendono in gran parte da come abbiamo vissuti i rapporti più importanti della nostra vita, cioè quelli parenterali. Dando per scontato che i genitori (nella maggior parte dei casi) fanno il meglio possibile per i propri figli e che ci siano in gioco anche fattori caratteriali, lo stile educativo (a sua volta influenzato da quello dei propri stessi genitori) potrà essere di diversi tipi: ipercritico, iperprotettivo, trascurante ecc. Spesso uno stile non esclude l'altro a seconda del momento storico che sta vivendo la famiglia. Importanti sono anche altre figure principali di riferimento, che spesso fanno le veci dei genitori come i nonni, piuttosto che il modo in cui si vivono le prime esperienze relazionali al di fuori del contesto familiare.

Tutto questo contribuisce a formare nel bambino degli schemi di comportamento che adotterà come guida per relazionarsi in futuro con le persone che incontrerà nel suo percorso di vita. Tali schemi riflettono quindi esperienze e percezione di tali esperienze: un bambino che impara a non contare sui propri genitori (perché spesso assenti) potrà diventare un adulto molto autonomo ma che difficilmente svilupperà relazioni di reale fiducia con qualcuno proprio perché ha imparato a non aspettarsi aiuto dal prossimo. In altri casi invece il genitore pone il bimbo sotto la campana di vetro: non fare questo perché ti sporchi, non fare quello perché è pericoloso ecc. Vogliono giustamente proteggerlo ma in questo modo impediscono lo sviluppo di normali anticorpi, chiamiamoli così, che lo prepareranno ad affrontare le difficoltà future, contribuendo a sviluppare un carattere incerto ed in costante bisogno di certezze. Genitori ipercritici invece contribuiscono allo sviluppo di un carattere sensibile nel momento in cui si sente giudicato, ossessionato dalla perfezione per timore di venire criticato ancora. Da adulto potrà essere un lavoratore estremamente efficiente e preciso ma che vive male le proprie relazioni e che sceglierà probabilmente lavori indipendenti. In alcuni casi invece sono gli stessi genitori a soffrire di disagio ansioso e siccome li prendiamo come modelli, non facciamo altro che imparare i loro stessi schemi di comportamento.

Non si sta parlando quindi di cattivi genitori ma di persone spesso assenti per lavoro o altre necessità (nel primo caso) che non svolgono quando presenti la loro funzione educatrice perché viziano i figli e lasciano fare loro tutto ciò che vogliono per placare il senso di colpa di non esserci stati. Tuttavia una figura educativa dovrebbe lodare i comportamenti giusti e punire quelli sbagliati aiutando il bambino a comprendere come e perché ha sbagliato e fornendo allo stesso tempo gli strumenti per migliorarsi. Nel secondo caso invece si confonde la protezione con la sicurezza. È proprio il contrario, il bambino prima o poi uscirà di casa e se non ha mai preso neanche un raffreddore al primo colpo di vento si ammalerà e tornerà sotto l'ala protettrice dei genitori dove si sente al sicuro. Nel terzo caso si tenta di aiutare il proprio pargolo a migliorarsi ma mettendo in luce i suoi sbagli e i suoi difetti generando un senso di frustrazione ed insicurezza senza fornirgli una controparte cioè il modo di migliorare le proprie abilità. Si capisce da quanto detto come gli estremi siano sempre dannosi, trovare la giusta dose è estremamente difficile ed è per questo che non tutti si sentono pronti o adatti a fare i genitori.

Le guide ideali di riferimento

Ad ogni modo, le nostre precoci esperienze contribuiranno a formare parte del nostro carattere e del nostro modo di considerare noi stessi (e relazionarsi col nostro io) ed il mondo (e il nostro modo di relazionarsi col prossimo). Si svilupperanno quindi delle guide ideali di riferimento, del tipo: devo essere un bravo figlio, devo essere un buon lavoratore, devo essere un bravo partner, devo essere un buon padre/madre di famiglia ecc. Il problema nasce quando questi assunti diventano dei veri e propri dogmi da seguire alla lettera ed in modo meccanico.

Essere un buon lavoratore significa lavorare 60 ore la settimana senza mai dire di no al capo, essere un buon partner significa essere un maschio/femmina sempre disponibile, sicuri di se stessi e comprensivi, un buon padre/madre diventa viziare i propri figli ecc. Si capisce come gli schemi proposti siano rigidi, poco malleabili che riflettono un'idea di come dovrebbero andare le cose ma di scarsa attinenza col mondo reale. Tutti noi abbiamo momenti di debolezza, facciamo sbagli, siamo imperfetti come è giusto essere. Pretendere che tutto sia perfetto e sotto il nostro controllo è un'illusione e se ci ostiniamo a perseguirla ci condurrà al tracollo nel momento in cui avvertiremo le cose sfuggirci di mano. Se ci accorgiamo che questo è il nostro modo di pensare forse potrebbe tornarci utile riflettere se i nostri comportamenti rispecchiano delle reali necessità oppure non seguono altro che un nostro percorso ideale. Se inoltre tali ideali non vengono mai posti in discussione ma semplicemente accettati per come sono, senza contorni né riferimenti precisi, allora possono ostacolarci anziché guidarci (seppure appaiono come "la cosa giusta da fare").

In questa ultima parte del discorso vorrei ampliare la riflessione su come i dogmi interiori di cui abbiamo appena parlato possano riflettere in qualche modo i dogmi che la società ci impone: lavorare, sposarsi e farsi una famiglia, generare una discendenza ecc. Tutto questo per apportare il nostro contributo e garantire la prosecuzione della società stessa così come la conosciamo.

Sappiamo però come in tempi di crisi sia facile il venir meno di un senso di identità condiviso in quanto le certezze che caratterizzavano la vita dei nostri nonni e genitori non ci sono più e la società stessa si è trasformata (è divenuta più "liquida" come dice Bauman). Se questo può renderci più flessibili ed aperti ad esperienze in passato non concepibili arricchendoci sotto certi aspetti tuttavia la totale mancanza di certezze assolute genera un senso di insicurezza: non ho lavoro quindi non ho identità professionale, non posso sposarmi costringendo i miei genitori ad essere sempre genitori e privandoli della libertà di godere il resto della loro vita come coppia ecc. La persecuzione di una vita "ideale" così come ce la immaginiamo diviene non più fruibile generando un senso di incertezza per il nostro futuro.

Tuttavia, l'evoluzione del contesto sociale ed individuale non si è affatto arrestata. L'uomo tramite le sue scelte e la costruzione del suo percorso di vita, per mezzo della capacità di pensare e riflettere sulle cose scopre se stesso e si realizza. Appare quindi utile e necessario trovare quei significati che determinano la nostra esistenza in quanto uomini in divenire e che determineranno un giorno la nostra stessa eredità.

Scritto da

Dott. Roberto Pasero

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