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La sofferenza ulteriore

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

La sofferenza nella vita è un dato di fatto che non si può ridurre ai nostri problemi psicologici. Malattie, ingiustizie, frustrazioni, limiti, morte e quant’altro sono lì.

19 FEB 2020 · Tempo di lettura: min.
La sofferenza ulteriore

Come nasce, come condiziona la crescita, il modo di vivere, la percezione del mondo e di sé.

Indice

  • Introduzione
  • Prima parte: la sofferenza ulteriore
  • 1. Sofferenza e sofferenza ulteriore
  • 2. La sofferenza psicologica: funzione evolutiva
  • 3. Istinti, pulsioni e bisogni
  • 4. Bisogni frustrati e bisogni rinnegati
  • 5. Mappe e convinzioni erronee
  • 6. La sofferenza ulteriore: definizione ed esempi
  • Seconda parte: lo sviluppo del copione di vita: il "film" della sofferenza ulteriore.

Introduzione

In questo lavoro descrivo il modello teorico che utilizzo nella professione da diversi anni. È una sintesi di approcci teorici diversi e della mia esperienza professionale. In particolare questo modello si basa sull'impostazione teorica di Carlo Moiso (venuto a mancare nel 2008) e sullo studio di JOHN MC NEEL circa la "diagnosi e cura delle ingiunzioni". Entrambi sono personaggi importanti nel mondo della Analisi Transazionale, anche se appartenenti a "correnti" di pensiero diverse. Questo modello è nato nel contesto della mia attività di Dirigente Psicologo presso il Consultorio Familiare di Latina. Ero responsabile di un Servizio Psicologico clinico che si avvaleva della collaborazione di un nutrito gruppo di specializzandi in Psicoterapia di cui ero Tutor. Questo modello è stato utilizzato nel lavoro con diverse centinaia di utenti ed arricchito da un costante dibattito sulle sue applicazioni.

1. Sofferenza e sofferenza ulteriore

La sofferenza nella vita è un dato di fatto che non si può ridurre ai nostri problemi psicologici. Malattie, ingiustizie, frustrazioni, limiti, morte e quant'altro sono lì, nelle cose, nella vita, nella realtà. Sono parte integrante della vita stessa.

Vi è però una sofferenza tutta soggettiva, legata alla nostra capacità di «rappresentarci» nella mente le cose della realtà, di dare significati, di immaginare, di immaginarci. Questa è una sofferenza diversa. Non è «lì» nella realtà, è nel nostro «occhio» che vede la realtà. È figlia di un film "creduto" realtà. Oltre ad aggiungersi al carico delle sofferenze «reali» ci rende incapaci di affrontarle. Questa sofferenza ulteriore è l'oggetto di questo lavoro e del lavoro psicologico in genere.

2. La sofferenza psicologica

Esiste una sofferenza psicologica "realistica": Vivere un lutto; essere in ansia per un colloquio di lavoro importante – una certa tensione in una situazione nuova – sentirsi spaventati in una situazione di pericolo – il dolore di dover cessare qualcosa che si amava fare. Sono esempi di sofferenza "giustificata" dalla frustrazione di bisogni. Inevitabilmente la sofferenza psicologica ha a che fare con l'impedimento alla soddisfazione di bisogni. Tra poco approfondiremo il tema dei bisogni naturali. Vedremo quanto sono centrali nella vita di ognuno. Proprio questa centralità spiega la sofferenza. La sofferenza serve, è necessaria. Ha un senso evolutivo. Possiamo dire che è al servizio dei nostri bisogni. Mira a spingere nella direzione della soddisfazione del bisogno. È uno sprone che attiva ricerca, risorse, tentativi, spinge a "studiare" le opportunità e quindi la "realtà". Stimola la costruzione e l'utilizzazione delle mappe che ci servono per orientarci nella vita.

Spesso ci sembra che la sofferenza perda la propria utilità, magari perché l'oggetto del desiderio non è più raggiungibile. "A questo punto a che serve la sofferenza?". Ma non è così. Una cosa è il bisogno e un'altra è l'oggetto temporaneo di quel bisogno. Anche qui la sofferenza ha un senso, perché ci spinge a cercare altri rapporti con quella spinta che chiamiamo bisogno. Ci spinge a crescere. Le crisi evolutive in cui necessariamente entriamo nel corso della vita "servono" a questo: alzare il livello, "ristrutturare" il proprio equilibrio psicologico, cambiare il rapporto che abbiamo con le "pulsioni" che ci muovono: non cessano i bisogni di attaccamento, ma potrà crescere ed evolvere il rapporto con il bisogno di amare ed essere amati. Non cessa il bisogno di esplorare e conoscere, ma dovrà fare i conti con i limiti del corpo e diversi modi di conoscere. Il passaggio in queste inevitabili crisi è sempre doloroso, ma porta ad un nuovo benessere. Siamo testimoni però che spesso le persone rimangono impantanate nelle crisi senza riuscire a venirne fuori. Il motivo va cercato nella cecità che impedisce di fare considerazioni ragionevoli e realistiche. La cecità viene da film, vecchie profonde false credenze che scambiamo per "reali". A questo punto la sofferenza diventa "ulteriore" perché ci spinge a cercare soluzioni che sono nel film invece che nella realtà riportandoci sempre allo stesso punto.

Prima di affrontare il tema della sofferenza ulteriore è meglio dire qualcosa in più sui bisogni.

3. Istinti, pulsioni e bisogni

Perché un bambino va da qui a lì? Perché tende le braccia verso la madre? Perché a un certo punto si divincola per scendere? Cosa lo "muove"? sulla base di quali "input" fa, sente, pensa? Gli stessi "input" che poi lo muoveranno da adulto, anche se in modo molto più sofisticato.

Siamo "mossi" da istinti e pulsioni. Sono gli "input", scritti nei nostri geni, che indirizzano le nostre azioni, emozioni e pensieri.

Quando mi avvicinavo alla psicologia, secoli fa, questi concetti mi erano intollerabili: "Dov'è il mio libero arbitrio?". Poi l'ho trovato, limitato, dentro i confini del condizionamento della esistenza stessa. Ora sto andando oltre: penso che le direzioni dei nostri impulsi siano una missione evolutiva misteriosa da esplorare. Ma questi sono altri discorsi. Torno sull'argomento:

Istinti di sopravvivenza: l'imperativo è esistere

Sono forze a garanzia dei bisogni del corpo e della sopravvivenza: Nutrirsi, evitare il dolore, difendersi, sentirsi al sicuro, fondamentalmente la volontà di esistere. Questa è la radice su cui poggiano le pulsioni seguenti. In fondo le "ferite" che troveremo nelle aree pulsionali successive portano si agganciano a questo terrore fondamentale: non esistere.

Il benessere a cui porta la soddisfazione dell'istinto è la serenità - tranquillità.

Area pulsionale dell'attaccamento: l'imperativo è essere con

Una spinta ad andare verso gli altri, sentirsi "noi", insieme.

Il viaggio di questa pulsione nella vita dell'essere umano è un'epopea e non si sa dove possa arrivare. Dalla fusione simbiotica che inizia con il terzo mese alle prime differenziazioni e poi agli affetti e poi all'amore e poi….a un amore diverso in cui l'oggetto dell'amore non è più importante. Perdonate, ogni tanto la filosofia mi prende la mano.

Qui voglio sottolineare che questa forza evolve, si raffina nel tempo e prende molti aspetti: "scrive" sulla mappa diverse esperienze. Metto delle parole ai diversi aspetti più specifici, i bisogni, in cui si trasforma la pulsione. Servono a suggerire le diverse "fami" che possiamo sentire da questo punto di vista di noi stessi: contatto fisico, intimità,  condividere sé, condividere l'altro, coinvolgersi, appartenere.

Distinguerle è utile perché vedremo come specifiche false credenze possono bloccarne qualcuna creando sofferenza ulteriore.

Il benessere a cui porta la soddisfazione dei bisogni è la gioia dell'affetto.

Area pulsionale della individuazione: l'imperativo è essere

Una spinta a seguire sé, sentirsi "io", essere.

Inevitabilmente questa spinta è "contrapposta" a quella dell'attaccamento. Non nemica, cerca la libertà. Segue sé invece dell'altro. Esercita il distacco. Questa è la missione evolutiva di questa pulsione: il distacco. Notate come "sposa" bene con la missione della precedente: non c'è incontro senza separazione, né distacco senza amore.

I bisogni in cui evolve questa pulsione: distinguersi, affermarsi, libertà, essere come si, è seguire il piacere.

vedremo come specifiche false credenze bloccano l'accesso a questi bisogni.

Il benessere ottenuto con la loro soddisfazione è piacere - stima.

Area pulsionale della evoluzione: l'imperativo è evolvere

Una spinta ad apprendere, evolvere.

C'è una importante emozione tutta dedicata a questa spinta: curiosità. Spesso trascurata nella letteratura che si occupa di psicodinamica. Ci si occupa molto di Paura, tristezza, rabbia, delusione, gioia. Della Curiosità si parla poco. Eppure è una energia potente ed indispensabile.

Bisogni che nel tempo differenziano diversi aspetti della pulsione: esercitare le proprie capacità,  andare oltre,  esplorare, sperimentare, progettare, realizzare, risolvere.

Il benessere ottenuto con l'appagamento è fiducia e sicurezza.

Le suddivisioni teoriche di queste forze sono solo strumentali. Servono alla nostra mente analitica per capire. Queste "spinte" sono intimamente connesse le une alle altre. Una non avrebbe senso senza l'altra. Cercano naturalmente un equilibrio tra "loro". Le esperienze nel campo dell'attaccamento muovono necessariamente anche le rappresentazioni mentali nel campo della individuazione e della evoluzione e viceversa. Dobbiamo inscatolare in categorie una realtà unica per cercare di capire, ma subito dopo dobbiamo recuperare la visione olistica dei fenomeni psichici (e non solo).

4. Bisogni frustrati e bisogni rinnegati

Per comprendere il seguito va posta una specifica attenzione su questo: Il bambino percepisce il proprio bisogno come "sé". Se il bambino ha fame lui è la fame; se ha bisogno di contatto lui è quel bisogno; quando vuole andare da qui a lì lui è quella spinta che motiva l'azione; se respinge del cibo lui è quella energia che sta respingendo il cibo.

Da adulti arriviamo ad una "autonomia", ad un distacco, che ci consente di distinguere l'Io dal Sé. Quindi invece di "sono la fame", sarà: "Io ho fame". Invece di "sono il bisogno di affetto", sarà: "Io ho bisogno di affetto". "Sono il desiderio di muovermi" diventerà: "io ho voglia di muovermi.

Prima, parlando della sofferenza psicologica "normale", addirittura utile per la crescita, affermavo che in un modo o nell'altro è sempre legata alla frustrazione del bisogno. Nel momento in cui il bambino non riceve soddisfazione è frustrato, ma rimane "intero". Il suo "essere bisogno" è accettato anche se non soddisfatto.

Senza entrare nello specifico dei principi della comunicazione umana, sappiate che il bambino percepisce con chiarezza lo stato viscerale degli adulti che si prendono cura di lui. Lo percepisce anche se l'adulto non è consapevole di quello che egli stesso prova. Quindi percepisce l'ostilità degli adulti verso un determinato bisogno. Non sto proponendo nessun giudizio negativo. Ci siamo dentro tutti. Se preferite potete chiamarlo "peccato originale", ma è un dato di fatto: tendiamo a "trasmettere" senza rendercene conto le nostre inibizioni e "sofferenze ulteriori" ai nostri figli. Qui sto solo proponendo una lettura distaccata del fenomeno. Come funziona. È il modo migliore per cambiare qualcosa.

Succede che il bambino percepisce l'ostilità dell'ambiente per quello specifico bisogno che lui vive come sé. Non è in grado di fare una differenza tra "Io" e "sé". Non concepisce "Mamma mi vuole bene ma non accetta il mio bisogno di contatto o voglia di muovermi o di dire no". Diventa "io non vado bene come sono. Sono brutto, disgustoso, sbagliato a causa di questo".

È qui che il bisogno invece che rimanere semplicemente frustrato si spezza e viene rinnegato. O meglio Il bambino scinde una parte di sé "pericolosa" per la sopravvivenza e la esclude dalla propria coscienza. Un trauma, con relative specifiche dinamiche neurologiche. Nelle "mappe" con cui ci rappresentiamo il mondo diventa una zona vietata con segnali di pericolo lampeggianti. La mente ancora impreparata di un bambino trasforma l'esperienza del rifiuto in una falsa credenza; una convinzione: "io non vado bene come sono. Sono brutto, disgustoso, sbagliato a causa di questo".

«Nasconderò questo pezzo di me e farò finta. Inizia il "film"». Il primo passo per la costruzione di quello che in Analisi Transazionaleviene chiamato "copione di vita".

Prima di procedere è necessario comprendere il modo in cui rappresentiamo nella mente noi stessi e la realtà.

5. Le mappe e le convinzioni erronee 

Per comprendere meglio i contenuti che seguiranno è necessario avere qualche nozione su come il bambino "costruisce" le proprie mappe durante la sua evoluzione neuropsicologica. Farò un accenno, ma sarebbe meglio approfondire. Un approfondimento minimo può essere leggere il 3° e 4° incontro del Corso di preparazione alla nascita che trovate sul sito nella pagina di Psicologia.

La costruzione della realtà

La realtà che noi adulti conosciamo non è "la realtà", ma la nostra soggettiva interpretazione di essa.

Il bambino "costruisce" giorno per giorno la propria soggettiva interpretazione della realtà. Lo fa con "strumenti" anch'essi in costruzione. Gli strumenti sono le tantissime funzioni neuropsicologiche che servono a "funzionare", ad imparare come muoversi nella realtà: memoria, progressione, organizzazione, senso del tempo, orientamento, coordinazione visuo-motorio, psicomotricita', linguaggio. Piano piano, negli anni il cervello del bambino organizza, coordina tutte queste capacità per creare una mappa che gli permetta di cavarsela nel mondo. Ovvero si fa delle "idee" su cosa sia il mondo e come funzionino le cose. Sottolineo però che comincia a farsi queste idee o mappa, mentre ancora i suoi strumenti sono imperfetti e scoordinati. Così le esperienze vissute dal bambino e le prime impressioni su cui inserirà quelle successive saranno "scritte" profondamente, con strumenti fallaci.

Bisognerà tenere conto di quanto ho detto ora quando farò riferimento a pensieri, conclusioni, decisioni, credenze non realistiche. Non si tratta semplicemente di pensieri, anche se sono costretto a rappresentarli con parole. Nel bambino questi vissuti non sono scritti nella mente con parole, ma fissati a livello più profondo. Le parole che userò per rappresentarli vanno immaginate come "impressioni" profonde, atmosfere scolpite nel corpo e nell'anima. Per questo poi, da adulti, è così difficile prendersene cura.

Mentre il bambino costruisce, con i suoi strumenti ancora imperfetti, le mappe con cui rappresentarsi nel mondo e nei rapporti con gli altri, è inevitabile che faccia errori; che si faccia idee sbagliate, fantasiose, "magiche" della realtà. Sono pensieri, emozioni, comportamenti "infantili" che si affacciano nel nostro presente. A volte possono disturbare, altre volte farci sorridere. Un comportamento scaramantico ad esempio: magari se ci è passato davanti un gatto nero ci pensiamo un attimo prima di proseguire; oppure un "pregiudizio"; oppure avendo visto una stella cadente.. "è ridicolo, ma intanto il desiderio lo penso, chissà…". Da bambino recitando lo scioglilingua: "trentatrè trentini entrarono a Trento…" me lo raffiguravo dov'è Taranto. Beh ancora adesso se lo dico mi viene in mente quella parte geografica, non c'è verso. Siamo pieni di vecchie "convinzioni" erronee, ma ce le teniamo senza sofferenze, magari con simpatia.

Vi sono però traumatiche convinzioni erronee con esiti devastanti sui percorsi evolutivi successivi. Sono le false credenze relative ai bisogni rinnegati di cui abbiamo parlato. Non solo quei bisogni rimarranno "affamati e abbandonati", ma l'intera mappa sarà deformata e sempre meno aderente alla realtà. Una mappa poggiata su una significativa falsità identitaria non può che divergere sempre più dalla realtà costruendo un film destinato a portare sofferenza ulteriore.

6. La sofferenza ulteriore: definizione ed esempi

La sofferenza ulteriore diversamente da quella "utile", non nasce da eventi realistici o frustrazione di bisogni. Nasce da qualcosa che non è ammesso che esista. È un paradosso. Quando un bambino soffre per l'assenza della madre, quella sofferenza ha un nome, esiste il cibo che la fame vuole, anche se non c'è. Nel caso invece del bisogno negato c'è la fame, ma il cibo è innominabile e la sofferenza produce sforzi inconsulti. Le azioni che la sofferenza ci spingerà a fare per risolvere la fame saranno destinate al fallimento. Per far quadrare i conti di questo paradosso il bambino costruirà "falsi bisogni" la cui soddisfazione è amara e non sazia mai. Questo gioco di nascondini rende la mappa sempre più distante dalla realtà. La sofferenza produce comportamenti, emozioni, pensieri non ragionevoli che riportano al punto di partenza. Hanno senso solo in base a quegli specifici "film" che hanno deformato la nostra rappresentazione del mondo. Non si dice forse "sei fuori" quando una persona fa cose irragionevoli? Non ci sentiamo forse noi stessi fuori luogo dopo aver fatto o sentito o pensato qualcosa? Chi più chi meno, in forme più o meno dolorose, lo sperimentiamo tutti.

Esempi di sofferenza ulteriore invalidante:

"Solo all'idea di uscire di casa sto male e comincio a sudare freddo" – "quando qualcuno mi prende in giro vado su tutte le furie" – "non riesco a scacciare il pensiero che lei possa tradirmi, anche se oggettivamente va tutto bene. Ho l'impulso di controllarla" – quando sono insieme ad altri sono in continua tensione. Non vedo l'ora di scappare a casa" – "quando gli amici parlano non ce la faccio proprio a dire la mia. Solo al pensiero di manifestare un punto di vista diverso…mi blocco. Devo sempre mostrarmi d'accordo" – "sono ossessionato dall'idea di avere un male incurabile. Mi controllo continuamente" – "la mattina non ho neanche la voglia di alzarmi dal letto. Non voglio niente. Non sento niente" – "improvvisamente cado in momenti di prostrazione, di angoscia. Ho solo voglia di morire".

Esempi di sofferenza ulteriore quotidiana:

"in macchina mi infastidisco per qualsiasi mancanza di attenzione da parte degli altri automobilisti" – "se prima di andare a letto non ho sistemato la cucina non riesco a dormire" – "davanti ad una decisione, anche piccola, mi impunto. In genere faccio decidere a qualcun altro" – "non riesco a buttare nulla. Ho la casa piena di roba inutile" – "quando parlo in pubblico ho sempre la tremarella" – " guai ad arrivare in ritardo. Mi sprofonderei" – "Quando qualche sconosciuto mi rivolge la parola divento rossa come un pomodoro" – "La sera spesso mi prende un pò di tristezza".

Ognuno di noi potrebbe riempire pagine con esempi di piccole o grandi sofferenze che non sono giustificate da motivi "oggettivi". Questa è la sofferenza "ulteriore"; un carico da novanta tutto soggettivo rispetto a situazioni o stimoli che realisticamente non sono giustificati.

Nella seconda parte: come si sviluppa il Film che dà senso e sostiene la sofferenza ulteriore.

Scritto da

Dott. Francesco Drigo

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