Perché pensiamo di non piacere agli altri?

Se lasciamo che l’imbarazzo e la paura del rifiuto prendano il sopravvento, non saremo in grado di interpretare e di comprendere al meglio chi ci sta davanti.

21 feb 2019 Crescita personale - Tempo di lettura: min.

psicologi

«Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!», Luigi Pirandello.

Spesso, quando conosciamo una persona nuova, abbiamo la sensazione di non piacerle troppo e di non aver fatto una buona impressione su di lei. Questa situazione si ripete più spesso di quanto crediamo. Pensiamo, magari, di aver parlato troppo o troppo poco, di non essere risultati simpatici o di essere stati poco interessanti. Ma è davvero così?

Secondo quanto riportato dal sito PsychologyToday, questa sensazione è stata identificata come il “Liking Gap”, ossia la tendenza a sottovalutare il giudizio che le altre persone hanno di noi. Questa definizione è stata creata dalla psicologa Erica Boothby e il suo team che hanno eseguito cinque studi su questa tematica.

In questa ricerca delle persone che non si conoscevano intavolavano una conversazione per circa cinque minuti. Dopodiché, ciascuno valutava quanto gli piacesse il suo interlocutore ma anche quanto credevano che lui fosse piaciuto all’altro.

Da questi studi è risultato che, in generale, a ogni persona piace di più il suo interlocutore rispetto a quanto non pensi di essere piaciuto all’altro. La conversazione, infatti, era sembrata interessante e piacevole. Questa differenza fra realtà e percezione, secondo i risultati dello studio, era maggiore soprattutto nei casi delle persone più timide.

Perché si produce il “liking gap”?

Secondo la psicologa Erica Boothby questo fenomeno si presenta spesso a causa di una lettura poco corretta dei segnali dell’interlocutore. In particolar modo, quando parliamo per la prima volta con una persona che non conosciamo, abbiamo più difficoltà a interpretare le sue parole e la sua comunicazione non verbale. Per esempio, una delle situazioni più comuni è quella in cui non sappiamo se l’altra persona sia in grado di capire il nostro senso dell’umorismo.

In più, quando non conosciamo il nostro interlocutore, tendiamo ad avere una conversazione piuttosto cortese e seguiamo attentamente le norme sociali, per gestire l’imbarazzo iniziale e per non rovinare tutto. In questa situazione, la paura di essere rifiutati rende più complessa l’interpretazione dei segnali che invia il nostro interlocutore. Tra l’altro, la cosa è reciproca.

Si attivano, infatti, fenomeni come l’effetto “spotlight”, ossia pensiamo che l’altra persona si stia concentrando su ogni nostro gesto e parola, soprattutto sui dettagli negativi, fisici e non. In questo modo, si mette in moto un’autocritica molto feroce che ci porta a pensare che l’altro si ricorderà di noi solamente per i nostri difetti e che, di conseguenza, il suo giudizio sarà negativo.

Essere coscienti dell’apparizione di tutti questi fenomeni può essere utile per ridurre i loro effetti ed evitare di essere troppo critici verso se stessi. Se lasciamo che l’imbarazzo e la paura del rifiuto prendano il sopravvento, infatti, non saremo in grado di interpretare e di comprendere al meglio chi ci sta davanti.

«Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso», (Confucio).

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