Perché pensiamo di non piacere agli altri?

Se lasciamo che l’imbarazzo e la paura del rifiuto prendano il sopravvento, non saremo in grado di interpretare e di comprendere al meglio chi ci sta davanti.

21 FEB 2019 · Ultima modifica: 9 LUG 2021 · Tempo di lettura: min.

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Perché pensiamo di non piacere agli altri?

«Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!», Luigi Pirandello.

Con questa frase sul piacere agli altri, Pirandello mette in evidenza come in ambito sociale ognuno abbia un suo modo di vedere le cose e di interpretare la conversazione e gli atteggiamenti degli altri. L’accettazione, il riconoscimento e il piacere agli altri sono sensazioni che tutti proviamo e che molto spesso sono parte integrante della volontà di formare parte di un gruppo. È importante però ricordarsi è che la prima persona a cui dobbiamo piacere e che dobbiamo accettare siamo noi stessi. Ma allora perché pensiamo così spesso di non piacere agli altri?

Perché vogliamo piacere agli altri?

Abbiamo accennato che in un certo qual modo tutti quanti vogliamo essere accettati e formare parte di un gruppo e per questo rispettiamo protocolli e regole e cerchiamo di dare il meglio di noi nelle interazioni sociali. Ma quando questo atteggiamento si trasforma in un problema?


Questo atteggiamento può diventare un problema quando diventa metro di paragone per valutare noi stessi e per accettarci, quando si ha paura di essere valutati negativamente o quando si inizia a rimuginare costantemente su quello che pensano gli altri o sull’impressione data, invece di valutare se i contenuti del nostro comportamento o delle nostre azioni siano in linea con quello che pensiamo noi di noi stessi. Il fulcro dell’attenzione diventa pertanto la paura di essere criticati e rifiutati dagli altri.

Cause e conseguenze


Questo tipo di preoccupazione, al di là di problemi legati all’autostima e alla costruzione della propria identità può portare a conseguenza anche nella nostra vita quotidiana, Se ci concentriamo su ciò che gli altri pensano di noi potremmo ritrovarci a fare cose che non ci piacciono e a incrinare relazioni sociali e lavorative, scolastiche etc., poiché non siamo realmente concentrati su ciò che stiamo vivendo, ma su quello che crediamo che gli altri si aspettino da noi.

A lungo andare pertanto tale atteggiamento può portare a rendere invivibile la propria vita e verso l’insoddisfazione cronica dal momento che non si cercherà più di soddisfare i propri bisogni ma quelli degli altri. Le cause di questo atteggiamento, come vedremo anche meglio in seguito quando parleremo di due specifici comportamenti analizzati psicologicamente (il linking gap e l’effetto spotlight) possono derivare da mancanza di validazione infantile o da problemi legati al perfezionismo, all’egocentrismo e a una bassa autostima. Le persone che tendono a basarsi sul giudizio altrui normalmente si pongono infatti degli standard di perfezione molto alti e che pertanto raramente riescono a raggiungere sentendosi inadeguati.

Un’altra causa risiede anche nella mancanza di empatia e nel porre l’attenzione su sé stessi, sulle proprie sensazioni, emozioni e sui propri pensieri, interpretando costantemente ciò che dicono gli altri, come un riferimento a sé stessi (normalmente sempre negativo).

Ciò porterà ovviamente a intaccare un’autostima, probabilmente già di per sé bassa e che non considera la conoscenza del sé e delle proprie qualità, i fatti, l’esperienza e i diversi successi ottenuti nell’arco della propria vita.

Proteggersi dal giudizio degli altri

La maggior parte delle persone per poter superare il giudizio altrui e la scomodità di sentirsi (anche se in maniera immotivata) sempre al centro dell’attenzione, ricorre a strategie di difesa, come per esempio comportamenti protettivi. Questi tipi di comportamenti sono atteggiamenti che permettono alla persona di gestire meglio la sua ansia come per esempio distogliere lo sguardo, parlare piano, nascondere le mani, non intromettersi nelle conversazioni o addirittura cercare il modo migliore per abbandonare la situazione.

Questo tipo di comportamento nel breve periodo può aiutare a ridurre l’ansia, ma non permette di esprimere al massimo il proprio potenziale e frustra la persona perché non è più in grado di esprimere sé stessa e nel lungo periodo, l’evitamento delle situazioni e delle relazioni interpersonali, potrebbero portare la persona a peggiorare il proprio benessere psicofisico e comunque a non risolvere il problema e la paura.

L’atelofobia


La paura di non piacere agli altri, quando si presenta in forma patologica, viene chiamata atelofobia. In generale questo paura si presenta come una paura di sentirsi imperfetti o di essersi comportati in maniera non consona alla situazione e pertanto di non sentirsi all’altezza. L’atelofobia si colloca all’interno dei disturbi d’ansia.

non pensare agli  altri

Piacere a tutti: segnali e controindicazioni

Quali sono i segnali che ci fanno capire che invece di cercare la realizzazione personale, stiamo seguendo un cammino solo per piacere agli altri? Alcuni comportamenti che ci indicano questa situazione, a parte ovviamente l’ovvio timore di chiedersi e rimuginare sull’impressione che si è data, sono:

  • fornire giustificazioni di quello che si sta facendo, in modo tale che gli altri non possano giudicare ma approvare il vostro operato
  • Rimuginare su quello che gli altri pensano di voi
  • Posticipare  sempre le decisioni per paura di deludere qualcuno, senza pensare a quello che si vuole davvero
  • Non chiedere mai aiuto perché non si vogliono mostrare le proprie debolezze e non si vuol far credere agli altri di non essere in grado di fare quello che si sta facendo
  • Non riuscire a dire di no, né tantomeno a imporre dei limiti, finendo così per mettersi sempre in secondo piano.

Se riconoscete questi atteggiamenti è probabile che il vostro sforzo per piacere agli altri stia intaccando le vostre scelte e il vostro benessere ed è pertanto importante fermarsi un attimo e chiedere aiuto.

Alcune conseguenze di questo atteggiamento, che se protratte nel lungo periodo potrebbero diventare ossessioni o comunque minare ulteriormente la nostra autostima e il nostro benessere, sono facili da identificare:

  • Gli obiettivi diventano irraggiungibili proprio perché tendono alla perfezione e perché molto spesso non sono neanche vostri e pertanto frutto di un riflesso di ciò che pensiamo gli altri credano.
  • Non essere fedeli a sé stessi. Nel momento in cui agiamo o pensiamo solo per piacere agli altri, stiamo lasciando da parte la persona più importante a cui dovremmo sempre rendere conto, ovvero noi stessi.
  • Scarsa motivazione. In questo senso tute le cose che facciamo o pensiamo diventano prive di fondamento e motivazione dal momento che le facciamo solo “per gli altri”
  • Incapacità di sanare la propria autostima e risolvere le proprie insicurezze, dal momento in cui affidiamo la costruzione della nostra identità ad altre persone, sarà difficile lavorare sulla conoscenza di sé stessi e migliorare l’autostima

Partendo da questi basi, proviamo ad analizzare due aspetti psicologici legati alla dinamica di piacere agli altri e sentirsi inadatti: il linking gap e l’effetto Spotlight.

cos'è il linking gap

Il Linking gap e la sensazione di non piacere agli altri

Spesso, quando conosciamo una persona nuova, abbiamo la sensazione di non piacerle troppo e di non aver fatto una buona impressione su di lei. Questa situazione si ripete più spesso di quanto crediamo. Pensiamo, magari, di aver parlato troppo o troppo poco, di non essere risultati simpatici o di essere stati poco interessanti. Ma è davvero così?

Secondo quanto riportato dal sito PsychologyToday, questa sensazione è stata identificata come il “Liking Gap”, ossia la tendenza a sottovalutare il giudizio che le altre persone hanno di noi. Questa definizione è stata creata dalla psicologa Erica Boothby e il suo team che hanno eseguito cinque studi su questa tematica.

In questa ricerca delle persone che non si conoscevano intavolavano una conversazione per circa cinque minuti. Dopodiché, ciascuno valutava quanto gli piacesse il suo interlocutore ma anche quanto credevano che lui fosse piaciuto all’altro.

Da questi studi è risultato che, in generale, a ogni persona piace di più il suo interlocutore rispetto a quanto non pensi di essere piaciuto all’altro. La conversazione, infatti, era sembrata interessante e piacevole. Questa differenza fra realtà e percezione, secondo i risultati dello studio, era maggiore soprattutto nei casi delle persone più timide.

Perché si produce il liking gap?

Secondo la psicologa Erica Boothby questo fenomeno si presenta spesso a causa di una lettura poco corretta dei segnali dell’interlocutore. In particolar modo, quando parliamo per la prima volta con una persona che non conosciamo, abbiamo più difficoltà a interpretare le sue parole e la sua comunicazione non verbale. Per esempio, una delle situazioni più comuni è quella in cui non sappiamo se l’altra persona sia in grado di capire il nostro senso dell’umorismo.

In più, quando non conosciamo il nostro interlocutore, tendiamo ad avere una conversazione piuttosto cortese e seguiamo attentamente le norme sociali, per gestire l’imbarazzo iniziale e per non rovinare tutto. In questa situazione, la paura di essere rifiutati rende più complessa l’interpretazione dei segnali che invia il nostro interlocutore. Tra l’altro, la cosa è reciproca.

Si attivano, infatti, fenomeni come l’effetto “spotlight”, ossia pensiamo che l’altra persona si stia concentrando su ogni nostro gesto e parola, soprattutto sui dettagli negativi, fisici e non. In questo modo, si mette in moto un’autocritica molto feroce che ci porta a pensare che l’altro si ricorderà di noi solamente per i nostri difetti e che, di conseguenza, il suo giudizio sarà negativo.

effetto spotlight

Effetto Spotlight


Come abbiamo accennato si parla di effetto spotlight quando si tende a dare un peso eccessivo a ogni piccolo errore o imperfezione, pensado che gli altri siano pronti a giudicarci e a deriderci per questo, reputando tali piccoli eventi palesemente evidenti. Ovviamente nelle maggior parte dei casi, le altre persone non notano minimamente tali imperfezioni ma per noi non è affatto così.

Questo tipo di effetto unisce due caratteristiche che in un primo momento sembrano aver poco a che vedere una con l’altra: ovvero una bassa autostima e un alto egocentrismo. È un fenomeno tipico degli adolescenti ma non è raro ritrovarlo anche in molte persone adulte.

Una ricerca pubblicata nel Journal of Personality and Social Psychology ha rivelato come molte persone sovrastimino come la loro apparenza e le loro azioni siano notate dagli altri. In questi esperimenti per esempio, venivano fatte indossare ai soggetti magliette che loro ritenevano scandalose o al contrario ritenuta piacevole, o li facevano intervenire in conversazioni con opinioni positive o negative. Nella maggior parte dei casi le persone che interagivano con questi soggetti, non ricordavano gli indumenti della persona e allo stesso modo anche le opinioni positive o negative non marcavano la conversazione in maniera decisiva.

In generale questi studi hanno messo in evidenza come, in una serie di fenomeni sociali quotidiani, le persone si aggrappino alle proprie esperienze personali per poi proiettarle in quello che pensano gli altri. Ovvero ogni persona è il centro del suo mondo, e pensa pertanto di essere al centro anche del mondo altrui.

E questo tipo di insicurezza non vale appunto solo per il nostro aspetto e comportamento ma anche per le nostre emozioni: in questo caso parliamo di illusione di trasparenza, e fa riferimento alla possibilità che le persone notino attraverso le nostre espressioni ciò che stiamo provando.

Bisogno di riconoscimento

Molto spesso il bisogno di riconoscimento parte da una mancanza di validazione psicologica ed emotiva che deriva dall’infanzia e dalla propria famiglia. Ma potrebbe anche essere una fase in cui la persona sta costruendo la propria identità, e pertanto ha bisogno di accettazione da parte degli altri, come accade per esempio durante l’adolescenza.

L’effetto spotlight molto spesso si verifica in persone che hanno bisogno di dare sempre la migliore immagine del sé, ricercando la perfezione e che pertanto diventano dipendenti dal giudizio altrui: ne hanno bisogno per il riconoscimento del proprio sé, ma al contempo sono vittime del loro costante giudizio (che poi alla fine è solo ipotetico).

In generale le varie ricerche hanno dimostrato come non solo il nostro comportamento, aspetto ed emozioni vengano notate molto meno di quanto si creda, ma che anche quando questo dovesse  avvenire, per causa di comportamenti inaccettabili o “figuracce”, in breve tempo le persone se ne dimentichino.

come superare la paura di non piacere agli altri

Come superare l’effetto spotlight e la paura del giudizio degli altri?

Se ci sentiamo succubi del giudizio degli altri a discapito del nostro benessere psicofisico è sempre consigliabile una terapia psicologica che aiuti ad identificare e superare le cause di tale malessere. In ogni caso è anche possibile provare alcuni esercizi che ci possono aiutare a capire che gli altri in realtà non stanno sempre giudicando le nostre azioni. Per esempio:

  1. potreste ripetere l’esperimento di indossare un vestito stravagante e diverso dall’ordinario e poi chiedere, il giorno dopo, quante intorno a voi se ne ricordano. O magari sbagliate qualcosa di proposito e provate a chiedere chi l’ha notato.
  2. L’importanza dell’errore o del difetto. Provate a chiedervi il perché vi vergognate tanto di quel errore o di quel comportamento. È davvero così grave? O è una cosa comune e innocua che non pregiudica niente? È sempre utile soppesare ciò per cui ci si vergogna o ci si sente in colpa. Molto spesso trasformiamo piccoli dettagli che non sono fondamentali per la nostra vita, in paranoie che ci fanno stare male.
  3. Se vi sentite in difetto e non all’altezza in una determinata situazione, invece di focalizzarvi sui vostri difetti o errori, provate a ribaltare il focus o la conversazione verso i pregi o verso un aspetto positivo. In questo modo potreste riuscire a sentirvi meno oppressi e più liberi di continuare a vivere quella situazione.
  4. Provate a prendervi meno sul serio e a lasciar correre ogni tanto Create un vostro circolo di affetti che vi facciano sentire sicuri e liberi di esprimervi. Avere una base solida di affetto e appoggio ci rende più sicuri nei confronti del mondo.
  5. Create un elenco di valori e bisogni, di cose che vi piacciono e di motivazioni. In questo modo quando dovrete prendere una scelta potrete ricordarvene e agire in base a quello che sentite voi.
  6. Provate ogni tanto a dire di no, quando non vi va di fare una cosa (senza sentirvi in colpo dopo!). È una sensazione liberatoria.
  7. Riflettete sulle ragione della vostra insicurezza e sul perché non riuscite ad accettarla, su quali sono i motivi che vi fanno sentire in colpa e perché. In questo modo potreste scoprire qualcosa di più su di voi e magari porre le basi per superare il problema. Come sempre il primo passo per superare un problema è l’accettazione.
  8. E soprattutto ricordatevi che non bisogna per forza piacere a tutti: la persona a cui dobbiamo rendere conto in primis siamo noi stessi.

Essere coscienti dell’apparizione di tutti questi fenomeni può essere utile per ridurre i loro effetti ed evitare di essere troppo critici verso se stessi. Se lasciamo che l’imbarazzo e la paura del rifiuto prendano il sopravvento, infatti, non saremo in grado di interpretare e di comprendere al meglio chi ci sta davanti.

«Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso», (Confucio).

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GuidaPsicologi.it

Bibliografia

  • https://www.psychologytoday.com/us/blog/domestic-intelligence/202012/the-liking-gap
  • https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0956797618783714
  • https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10707330/

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Commenti 2
  • Alessia43568

    Buonasera a tutti ,sono un adolescente normale come tutti gli altri sono anche molto socievole. Nella mia vita sono sempre felice anche perché per fortuna ho una famiglia che non mi fa mancare nulla e degli amici fantastici,ogni tanto però vivo dei periodi di malessere,cosa intendo,periodi in cui mi annoio a morte non ho davvero voglia di fare nulla nel vero senso della parola ,la noia in questi periodi è il centro di tutto mi porta a stare male e ad essere infelice ,questi periodi di malessere per fortuna non capitano molto spesso ma quando capitano mi sento davvero male e penso anche al suicidio ,anche per una minima sciocchezza mi cade il mondo addosso non so se consultare uno specialista o aspettare che questi momenti passino ,grazie dell ascolto.

  • Blaise93

    Veramente tutte le volte che penso di non piacere ci azzecco sempre però vabbè!

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