Pazzi d'amore

L’innamoramento, questa intensa emozione, è qualcosa che dura per sempre o un sentimento a breve termine, un’illusione?

29 mag 2014 Crescita personale - Tempo di lettura: min.

Roma (Città) Roma

L’innamoramento, questa intensa emozione, è qualcosa che dura per sempre o un sentimento a breve termine, un’illusione? Mi sono trovata più volte dinanzi a persone colpite da questo “uragano psicologico”, come viene spesso definito l’innamoramento, che mi pongono quesiti ansiosi di ottenere una risposta.

Innamorarsi non significa amare qualcuno, ma essere completamente in balia e vivere nell’altro. Quando siamo innamorati vediamo in colui che è l’oggetto del nostro amore la parte mancante di noi stessi, insieme alla quale ci sentiamo finalmente “completi”. La vita sembra aver acquisito un senso, la pienezza, una vibrazione sovrannaturale che ci innalza al di sopra dei comuni mortali.

Il racconto mitico di Tristano e Isotta è il primo, nella letteratura occidentale, a descrivere l’innamoramento o “amore romantico”, seguito dalle vicende di Romeo e Giulietta, di Abelardo ed Eloisa, fino ai film proiettati oggi nei nostri cinema. E’ una storia tra le più commoventi e tragiche apparsa in occidente intorno al secolo XII che ci può offrire una chiave di comprensione delle forze psicologiche che agiscono in noi quando siamo in preda ad un “delirio amoroso”.

Da quando Tristano beve la pozione magica e “cade” prigioniero della sua follia d’amore per “Isotta la bella” percepiamo che non è Isotta che lui vede, ma qualcosa di universale e trascendente, qualcosa di divino personificato in lei.

Tristano e Isotta passano attraverso terribili sofferenze, ma non vivono mai insieme una vita normale, quotidiana. Tristano rifiuta la moglie “umana” rappresentata da “Isotta dalle mani bianche” ed il racconto si conclude come nella grande tradizione romantica con lui e “Isotta la bella” che muoiono d’amore, muoiono insieme, lui per lei e lei per lui, per finalmente ricongiungersi nel “Castello di marmo bianco dove in ognuna delle sue mille finestre arde la luce di una candela ed un menestrello suona e canta una melodia senza fine”.

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Ma che cosa può mai voler dire questa immagine? In che luogo si trova questo castello?

Questo castello è un luogo interiore (un luogo “dell’anima”): il luogo più intimo e profondo dentro di noi, là dove ci troviamo quando siamo bambini e dove ritornano gli innamorati, i poeti e i pazzi.

Questo mito apparentemente così lontano nel tempo è il mito della nostra civiltà. Dentro ognuno di noi vivono un Tristano od una Isotta alla ricerca disperata dell’Amore che lo innalzi e lo nobiliti, che lo trascini verso l’infinito, al di sopra delle misere vicende umane. Un Tristano e una Isotta alla ricerca dell’Anima perduta.

Ma spesso succede che la dea diventi una donna qualunque o l’uomo che un tempo era tutta la nostra vita perda il suo fascino e ci si trovi soli e delusi. Possiamo davvero chiamare questo particolare stato psicologico di adorazione ed esaltazione dell’altro “Amore”?

Quando Tristano rifiuta “Isotta dalle mani bianche” in realtà rifiuta il rapporto con un essere umano all’interno della dimensione umana, in favore di “Isotta la bella”, qualcosa che appartiene all’altro mondo, ad un mondo etereo popolato dalle fate e dagli dei.

Il mito ci mostra l’enorme forza psicologica che si manifesta con l’innamoramento. Secondo Jung quando questo fenomeno psicologico accade nella nostra vita, vuol dire che una parte importante di noi stessi, un potenziale inconscio sta emergendo: questa potenza interiore è la nostra “anima”. “Anima” in senso psicologico significa la nostra dimensione più profonda, quella parte di noi stessi che “sente” e che noi spesso trascuriamo. Quando la nostra “anima” non riesce a manifestarsi nel mondo “dissacrato” che non le offre possibilità di espressione, non trova altra strada che quella della “proiezione”, cioè quella di personificarsi in un uomo o in una donna che acquisiscono così sembianze divine ( o diaboliche, chissà…) comunque cariche di quel “qualcos’altro” che permea ogni incontro fatale. Qualcosa che ci rapisce e ci trascina verso l’ignoto, al di là di noi stessi e della nostra quotidianità.

Dobbiamo riconoscere che l’innamoramento ha oggi, nella nostra cultura, un importante significato psicologico e rappresenta una possibilità di crescita. E’ importante però saper distinguere quello che appartiene alla realtà esteriore da quel che appartiene al nostro mondo interiore. Il grande errore è quello di scambiare le parti, di vedere in un altro essere umano la parte mancante di noi stessi, di fare del mondo un grande teatro dove mettere in scena un dramma interiore e chiamare “Amore” questo moto evolutivo.

Per amare qualcuno prima di tutto dobbiamo vederlo per quello che è, non delegare mai all’altro il faticoso compito di sostenere l’immagine di una perfezione divina né alimentare continuamente l’intensa emozione di un’estasi amorosa. Soltanto chi conosce se stesso e vive in contatto con la propria interiorità può veramente amare l’altro e vedere attraverso i veli di Maya, la dea della mitologia indù che esegue la danza dell’illusione. In questo caso la fase dell’innamoramento può rappresentare il momento iniziale di una relazione più matura e durevole, oltre il quale possiamo davvero incontrare ed accogliere l’altro nella sua intima verità, in tutta la sua luce e la sua ombra.

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