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Dottoressa: soffro di crisi d'ansia

Ansie e dintorni. Un breve riepilogo del senso psicodinamico dell'ansia e delle sue manifestazioni sintomatologiche

21 GEN 2020 · Tempo di lettura: min.
Dottoressa: soffro di crisi d'ansia

Accade frequentemente, sempre più frequentemente devo dire, che persone di ogni età e di ogni estrazione sociale che arrivano in terapia, per vari motivi ed in varie forme, raccontino di aver provato una manifestazione ansiosa. Trovo utile approfondire il concetto di ansia e dei suoi "segnali" più diffusi, in questo particolare momento sociale.

Trovo importante intanto dire che l'"attacco di ansia" è un'espressione che esiste per lo più nel gergo colloquiale, non nel manuale diagnostico di riferimento (DSM5), dentro il quale troviamo invece i disturbi d'ansia. L'ansia è una condizione di paura intensa e di angoscia sottostante che potremmo definire come una macro-categoria, che caratterizza appunto i disturbi di ansia e si manifesta in molti modi, tra cui ad esempio le fobie, l'ansia da separazione, il mutismo selettivo, il disturbo di panico, le ipocondrie, ma ancora la ritroviamo come base determinante nei Disturbi ossessivo-compulsivi (DOC) e nel Disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

L'ansia è quindi una condizione emotiva e fisiologica sostanzialmente caratterizzata dalla preoccupazione eccessiva per potenziali "pericoli" o minacce future (paura di ammalarsi, paura che un proprio caro muoia, paura di fare del male involontariamente) e può prendere moltissime forme nell'ambito appunto dei cosiddetti disturbi d'ansia.

L'ansia è diversa dalle comuni preoccupazioni

Chiaramente non dobbiamo confondere l'ansia con le normali e comuni preoccupazioni che tutti quotidianamente possiamo avere. Infatti le manifestazioni a base ansiosa tendono a creare una preoccupazione eccessiva, particolarmente intensa e spesso scollegata rispetto al pericolo reale. Se, per esempio tutti abbiamo paura di ammalarci, nel caso dell'ipocondria tale paura diventa costante e pervasiva, ciò significa che entra nel nostro quotidiano condizionando la nostra vita.

Il fatto che una paura, che diventa appunto ansia, sia apparentemente poco realistica, talvolta, pone il paziente di fronte alla vergogna e all'imbarazzo nel poterla esprimere liberamente ai propri familiari o amici.

Come posso dire al ragazzo con cui esco che cenare fuori mi crea ansia, poiché temo che nel piatto ordinato ci sia un ingrediente che può scatenarmi un'allergia mortale?

Il panico: la manifestazione più acuta dell'ansia

L'ansia può avere altresì tra le sue manifestazioni più acute il panico, appunto. I sintomi dell'ansia possono essere simili a quelli dell'attacco di panico, ma hanno un'intensità e una durata differenti.

Chiunque abbia fatto esperienza di un attacco di panico sa quanto questo sia assimilabile alla sensazione di morte imminente, e non a caso spessissimo i pazienti passano dal pronto soccorso convinti che si tratti di infarto. In pochi minuti, poco più di una decina circa, avviene il picco di intensità con una serie di manifestazioni fisiche tipiche, tra le quali: palpitazioni, sudorazione eccessiva, tremori o scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o dolori addominali, sensazioni di respiro corto, difficoltà a respirare, vertigini o svenimento, brividi o vampate di calore, sensazioni di torpore o formicolio, sentimenti di irrealtà (derealizzazione) o di distaccarsi da sé (depersonalizzazione), paura di perdere il controllo o di impazzire e paura di morire.

Dopo questo picco avviene naturalmente un abbassamento della sua carica emozionale e queste manifestazioni psico-fisiologiche rientrano. Può altresì accadere che si verifichino più attacchi in successione. Chiaramente una tale esperienza lascia il soggetto spossato e provato, fisicamente e psicologicamente, inducendo tra l'altro la paura, comprensibile, che tale esperienza possa ripetersi.

A proposito del disturbo da attacchi di panico, tra le domande che più spesso i pazienti mi pongono rispetto a questo sintomo, alcune mi sembrano particolarmente importanti:

  1. Perché così?
  2. Perché adesso?
  3. Come mai proprio a me, che sono sempre stato così forte, e ho superato periodi molto più difficili?

Apriamo alcune considerazioni. La tipologia di manifestazione ansiosa, il momento, il "luogo" d'esordio sono, a mio parere, elementi centrali al fine di comprendere il senso più profondo del malessere di una persona.

Se è vero, come è vero, che ciascuno di noi è portatore di una storia, il sintomo potrebbe essere definito come "una storia dentro un'altra storia".

Apparentemente scollegato dal momento di vita della persona, apparentemente scollegato dalla sua manifestazione, questo va decodificato non tanto secondo il linguaggio del razionale, bensì del simbolico.

Dunque, talvolta il paziente si pone o mi pone la domanda: perché mi è venuto un attacco di panico mentre guidavo? Non ho mai avuto problemi a guidare, non ho mai fatto incidenti, etc.. Questo infatti è il tentativo umano, ma forse semplicistico, di collegare il sintomo ad un fatto, ad un dato concreto, al "trauma reale", secondo la logica. Un approccio psicodinamico invece, prova a spostare lo sguardo su un piano simbolico, che, ricordiamolo sempre, non è universale, ma soggettivo. Dunque per tornare all'esempio sopra citato, il punto non è perché mi viene l'attacco di panico mentre guido, bensì "cosa rappresenta per me la possibilità di guidare"? A quali conseguenze mi porta immediatamente l'impossibilità di farlo?

Il sintomo si muove sul registro comunicativo dell'inconscio, dunque spesso quando ci addentriamo in questi meandri, accade che emergano emozioni, direi parti di noi, che si alzano in opposizione alla nostra ragione perché hanno qualcosa da dirci, di inascoltato, fino a quel momento. Potremmo trasformare la domanda in: perché il mio corpo e la mia mente hanno dovuto costruire un attacco di panico violento mentre guidavo, costringendomi a fermarmi e a non potere andare a lavorare, macinando km come un tempo? Perché ho dovuto costruire un sintomo che mi impedisce di procedere secondo i tempi e i modi della mia vita consueta? Quale parte di me si sta ribellando violentemente? E rispetto a che cosa?

Per restare dentro questo esempio, dunque avere un attacco di panico durante la guida, mentre siamo in autostrada, o su un cavalcavia, oppure in mezzo al traffico, se siamo soli, o se abbiamo passeggeri, mentre andiamo in un luogo specifico, sono tutti elementi determinanti nella ricostruzione della "storia del sintomo". Quelli che sembrano dettagli insignificanti, sono invece i segni importanti che dobbiamo provare a ricostruire insieme al paziente per capire il quadro generale.

Occupiamoci del quando

Il momento di vita che il nostro inconscio sceglie, per quanto apparentemente scollegato da un episodio specifico, credo si possa definire come una sorta di "punto di rottura".

Quasi sempre, nella ricostruzione più precisa e meno approssimativa che solitamente ci diamo da soli, appare abbastanza velocemente uno spartiacque tra il prima e il dopo. Da dopo l'arrivo del sintomo, specialmente se violento come un attacco di panico, cambia l'idea che abbiamo di noi e dei nostri limiti. Credo che la nostra mente e il nostro corpo, entità assolutamente intrecciate, anche se a volte lo dimentichiamo, diano sempre dei segnali di avvertimento, delle manifestazioni di disagio, di sofferenza, magari molto meno eclatanti dell'arrivo sconvolgente del sintomo, che pertanto possiamo abbastanza facilmente bypassare. Frequentemente siamo ben capaci di trovare un equilibrio, magari non sano, ma comunque sostenibile, che ci consente di andare avanti e quindi non affrontare il problema per il momento. Quella sofferenza quindi rimane sottopelle e continua la sua azione "di disturbo" in modo sempre più visibile.

Finché accade che il sintomo "esplode" e da lì non è più possibile non ascoltarlo, proprio perché si manifesta occupando tutta la scena e inficiando in modo via via crescente lo spazio mentale.

Può succedere infatti, spesso, che a seguito di un episodio banale, poco rilevante di per sé, si inizi a manifestare la sintomatologia; ma non dobbiamo dimenticare che il sintomo, la patologia, il malessere, si costruiscono nel tempo, negli anni, spesso nei decenni. L'esplosione acuta e manifesta diventa il momento finale in cui una parte di noi inizia a gridare, come si fa quando tentiamo di farci ascoltare da chi non vuole ascoltarci.

Più nella nostra vita abbiamo sperimentato la capacità di autogestirci, di autoregolarci, di tenere tutto sotto controllo, applicando rigidamente il senso di responsabilità e l'autonomia, senza riuscire ad allentare i nostri rigidi schemi, più saremo predisposti in particolari condizioni a dovere rompere violentemente tutto questo, per potere ricostruire da zero nuovi modi più adatti e funzionali per stare dentro momenti di vita diversi.

Uno degli aspetti più interessanti del lavoro analitico, riguarda infatti la ridefinizione del concetto di forza e di limite. Il momento storico nel quale viviamo sembra alimentare sommessamente l'idea che più possiamo controllare e gestire tutto (e tutti), più saremo protetti da eventuali minacce e pericoli. Di fronte alla più sconcertante perdita di controllo, quella appunto che proviene da dentro di noi, dalla nostra mente, spesso rimettiamo in campo il vecchio modo, quello che conosciamo da più tempo, irrigidendo ulteriormente i nostri confini. Attraverso un lavoro terapeutico è possibile provare a ridefinire sostanzialmente questo modo di stare nelle cose, trasformando i muri in porte e finestre che consentono il passaggio e dunque il cambiamento. Il fatto che tale "cedimento del sistema" arrivi in persone con queste caratteristiche, proprio in una fase apparentemente tranquilla o serena, o comunque più serena di altre, non deve stupirci, poiché ancora una volta, il nostro inconscio sa quando i tempi sono maturi, quando possiamo occuparci pienamente di quella voce sofferente dentro di noi.

Il sintomo non arriva per distruggerci, ma per aiutarci a costruire modelli, luoghi della mente ed equilibri più adatti a chi siamo oggi.

 

Scritto da

Dott.ssa Matilde Viola

Bibliografia

  • Psichiatria psicodinamica", Glen O. Gabbard, 2014.
  • American Psychiatric Association (APA) (2013), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2014

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1 Commenti
  • adem neziraj

    ciao dottoressa io sofro di ansia o pensiere negative o paura andare vedere una partita di calcio dove ce tanto agenti stadium .mie pensiere sempre negativo mai positivo.anche se sto bene con salute ogni giorno penso che sto male o melatie non penso mai il futuro mi sono bloccato mente che penso solo brute cose .sto pasando un vita terribile per spiegare tutto bisogna scrivere 5 pagina per farti capire dottoressa.

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