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Cinema e psicologia: "Bao", il corto di animazione che ci insegna a “lasciar andare”

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Una donna, rattristata dall’uscita di casa del figlio, divenuto adulto, ha un’altra occasione di essere mamma. Ma scoprirà che nessuno rimane piccolo per sempre.

7 MAG 2020 · Tempo di lettura: min.
Cinema e psicologia: "Bao", il corto di animazione che ci insegna a “lasciar andare”

Il cinema è una forma espressiva che rende possibile un forte coinvolgimento emotivo, che viene elicitato dall'immediatezza delle immagini e dei suoni, diventando un mezzo efficace per la sperimentazione delle emozioni. Grazie a questa sua caratteristica è in grado di determinare sul fruitore un impatto affettivo molto potente, stimolando riflessioni e pensieri riguardo i propri vissuti e moti interni.

Anche il cinema permette, quindi, di affrontare tematiche psicologiche molto complesse, ed è l'intenzione che ha Bao, cortometraggio di animazione del 2018, targato Disney Pixar [disponibile su Disney Plus e YouTube], che è stato in grado di emozionarmi e commuovermi, facendomi pregustare, fin dalle prime immagini, l'idea che la vera sorpresa stesse in ciò che ancora non avevo visto, proprio come la bontà nascosta nel ripieno di un raviolo.

Bao sembra, in apparenza, un corto rivolto ad un pubblico di bambini, ma, in realtà, intende affrontare, usando soltanto le immagini e sfruttando i 7 minuti di durata complessiva della pellicola, molti temi differenti, che hanno a che fare con la solitudine, con il rapporto madre-figlio, con la sindrome del nido vuoto, con l'indipendenza e con il dolore dovuto alla separazione dagli affetti, anche quando si tratta di un evento naturale all'interno del ciclo di vita, tale da renderlo maggiormente godibile ad un pubblico di adulti.

Trama

La storia è ambientata nella comunità asiatica-canadese di Toronto e, già dalle prime scene, siamo in grado di intuire la solitudine che vive la protagonista, una donna cinese intenta a preparare deliziosi ravioli al vapore, che il marito trangugia in fretta prima di scappare al lavoro, lasciandola seduta in tavola da sola, nel silenzio della casa vuota. È proprio allora che la donna, apprestandosi ad assaggiare uno dei ravioli adagiato su una foglia di lattuga nel fondo della vaporiera, si ferma esterrefatta, in quanto il bocconcino che sta per ingoiare improvvisamente prende vita, assumendo sembianze umane. Spinta dal suo istinto materno, la donna inizia ad accudire il piccolo, vedendolo crescere giorno dopo giorno, dedicandovisi in modo viscerale e morboso, accudendolo e crescendolo fino a quando l'età non porta il figlio a volere più spazio e libertà. Il raviolo, divenuto un bambino vivace e sbruffone, costringe la madre ad imparare un'importante lezione: nessuno rimane piccolo per sempre. Quando, infine, il figlio le presenta la sua fidanzata e le esprime l'intenzione di lasciare la casa materna per andare a vivere con quest'ultima, la madre glielo impedisce, compiendo un terribile gesto.

Il dolore che sperimentiamo nel "lasciar andare"

Nella lingua cinese Bao, da un lato, designa il classico raviolo al vapore (il baozi), dall'altro indica un tesoro, qualcosa di prezioso, proprio come gli affetti che arricchiscono la nostra vita.

Non ci vuole molto per capire che la donna soffra di "sindrome del nido vuoto" e sogni una seconda maternità. Il rapporto tra la madre del corto e il piccolo raviolo va a sostituire, in modo del tutto allegorico, quello che la donna aveva con il figlio che ha ormai lasciato la casa per iniziare una propria indipendenza in qualità di giovane adulto.

Secondo le regole del ciclo della vita, è normale lasciare i genitori una volta raggiunta una certa età. I bambini crescono e, prima o poi, prendono la decisione di intraprendere una nuova strada, in totale autonomia. Nonostante sia un processo che fa parte della vita, la decisione dei figli di lasciare la casa nella quale si è nati e cresciuti, talvolta, può causare nei genitori, ed in particolare nelle madri che, nella maggior parte dei casi, sono le persone a loro più vicine, quella che è conosciuta come "sindrome del nido vuoto", caratterizzata da vissuti abbandonici, senso di vuoto e di solitudine, provati dai genitori quando i figli se ne vanno da casa, ritrovandosi d'un tratto soli a dover fare i conti con una nuova dimensione di coppia, il ritornare cioè ad essere solo in due, e anche con l'inevitabile presa di coscienza dell'età che avanza, soprattutto al giorno d'oggi, in una società che vede posticipata l'inizio della vita adulta dei figli che proseguono gli anni di studio e di formazione, stazionando nella casa dei genitori più a lungo, a causa dell'indisponibilità economica conseguente al non avere un lavoro.

L'indipendenza, pur quindi facendo parte della normale evoluzione degli essere umani, è comunque un tema sempre carico di dolore per i genitori, ma non solo, in quanto per molti il tema di lasciar andare una qualsiasi persona cara, è fonte di grande sofferenza.

Per quanto non sia messa in dubbio la gioia provata dai genitori nel vedere i propri figli potersi realizzare e divenire adulti sani ed equilibrati, pronti a "spiccare il volo", non si può non tenere conto dei sentimenti di tristezza e di malinconia che possano provare legittimamente, sentendosi togliere quel ruolo genitoriale sul quale una buona parte della propria identità si era, fino a quel momento, fondata.

Tuttavia, è sempre importante ricordare che le relazioni con i figli non terminano quando loro se ne vanno di casa, ma che dovranno essere tutt'al più rinegoziate in termini di tempo e di spazio, dando così la possibilità di svilupparsi in modo diverso, dal momento che essere indipendenti non significa di certo perdere le relazioni e gli affetti.

Bao è una storia che ci permette di capire in pochi minuti quanto possa essere doloroso il "lasciar andare" e che cosa si sarebbe disposti a fare, alcune volte, pur di tenere chi amiamo sempre con noi, ma anche che certi legami restano indissolubili, nonostante il trascorrere del tempo e la distanza creata dallo spazio.

Scritto da

Dott.ssa Cristina Modica

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