Tenacia e motivazione nel running

Negli sport di resistenza e in competizioni di lunga durata come la maratona la capacità di resistere allo sforzo e al dolore risultano fondamentali se si aspira alla massima prestazione.

24 MAG 2022 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

Tenacia e motivazione nel running

Chiunque si sia cimentato in un'attività sportiva intensa e prolungata sì sarà sicuramente reso conto quanto sia complicato andare avanti quando sopraggiunge la fatica. Negli sport di resistenza e in competizioni di lunga durata (quali le gare di fondo o la maratona) la capacità di resistere allo sforzo e al dolore risultano fondamentali se si aspira a prestazioni (e risultati) di livello assoluto.

Queste discipline mettono a dura prova la resistenza dell'atleta e richiedono un ingente consumo di risorse non solo fisiche ma anche mentali. A conferma di quanto affermato, sono state riportate in letteratura una serie di componenti di natura psicologica in grado di influenzare le prestazioni dei runners. Tra queste si annoverano impegno, dedizione, motivazione, resilienza e tenacia.

Quest'ultima, in particolare, risulta essere una qualità indispensabile per sostenere lo sforzo e la fatica. La tenacia mentale (mental toughness) è stata definita dall'allenatore di rugby Eddie Jones come "la capacità di continuare a fare quello che si sta facendo indipendentemente dalla situazione e dal fatto che tu sia fisicamente o mentalmente affaticato". La tenacia ti permette di andare oltre la fatica e di sopportare lo sforzo per portare a termine il compito o per raggiungere un determinato obiettivo.

Essere tenaci comporta un vantaggio in termini prestazionali, perché permette agli atleti di affrontare in maniera funzionale le pressioni e le richieste della competizione. Da una prospettiva concettuale, resta da chiarire se tale costrutto possa essere considerato una dimensione stabile (come un tratto di personalità) oppure variabile (differisce a seconda del contesto). Mentre alcuni ricercatori hanno concepito la tenacia come una dimensione della personalità fondamentale per una performance di successo, altri studiosi (per esempio, Goldberg, 1998; Loehr, 1995) hanno suggerito che tale caratteristica possa mutare a seconda del contesto. Harmison (2011) rimane a cavallo tra queste due posizioni e descrive la tenacia come "un costrutto di personalità complesso ma relativamente stabile che si può modificare nel tempo; in tal senso rappresenta dunque un sistema di processi interni che interagiscono tra loro e con il contesto circostante".

La tenacia non sarebbe dunque una qualità immutabile ma si modificherebbe a seconda dell'ambiente, della specifica situazione, della motivazione e dell'importanza che una determinata competizione assume per l'atleta (Harmison, 2011; Butt e Weinberg, 2017). Secondo tale prospettiva questa capacità può essere non solo potenziata, ma anche insegnata ed appresa.

Ma come è possibile allenare le proprie la propria tenacia per opporre maggiore resistenza alle sensazioni di fatica e dolore che si affacciano durante la corsa?

Uno studio di Butt e Weinberg (2017) suggerisce che vi siano diversi fattori associati alla tenacia che gli atleti percepiscono come facilitatori per la loro prestazione. I risultati di questo studio indicano che l'incrollabile fiducia in se stessi e nelle proprie abilità, un pensiero e un dialogo interno positivi, il desiderio di vincere e la capacità di rimanere concentrati sulla propria prestazione (non essere influenzati dalla performance degli avversari) permettano di mantenere la tenacia o di riconquistarla durante le sue naturali fluttuazioni. Al contrario la sfiducia e il rimuginio sui pensieri disfunzionali sarebbero collegati alla debolezza mentale.

È dunque fondamentale che gli allenatori e gli psicologi dello sport siano a conoscenza delle dimensioni cognitive, affettive e comportamentali che si associano alla tenacia, affinché possano aiutare gli atleti a rafforzare e sviluppare la loro resistenza mentale.In particolare, la capacità di instaurare un self talk (dialogo interno) positivo risulterebbe una strategia utile per riuscire a mantenere un atteggiamento di fiducia nei confronti di sé e della propria prestazione.

Con il termine self talk si indica il dialogo interiore che l'atleta intrattiene con se stesso e che può essere funzionale, o disfunzionale, a seconda delle caratteristiche con cui viene condotto. I pensieri hanno un effetto sulle azioni e sulle scelte che devono essere effettuate; rimanere imprigionati in pensieri negativi e disfunzionali può infatti ripercuotersi negativamente sul gesto atletico e, di conseguenza, anche sulla performance e sul risultato.

Per evitare di rimanere intrappolati in questo meccanismo, sarà essenziale sviluppare un dialogo interiore positivo ed efficace. A questo proposito sarà necessario:

  • utilizzare affermazioni positive e rilevanti per il compito;
  • utilizzare frasi brevi e specifiche;
  • usare il tempo imperativo per dare il comando di certezza;
  • evitare di focalizzarsi sul negativo e su ciò che è disfunzionale;
  • evitare frasi che esprimono il giudizio sulla persona, in particolare quelle svalutanti;
  • evitare di insultarsi o essere troppo intransigenti.

Per quanto riguarda gli sport di lunga durata, risulta particolarmente utile impostare un dialogo di tipo istruttivo nelle fasi iniziali della gara in modo da potenziare la concentrazione sul compito. Il self talk istruttivo lascerà poi spazio, nelle fasi successive della competizione, ad un dialogo interno di tipo motivazionale che permetta di attingere alle ultime energie rimaste e di focalizzarsi meglio sull'obiettivo (Tocco, 2022). Tali indicazioni hanno, ovviamente, un valore orientativo; le modalità di gestione del dialogo interno dovrebbero infatti essere quanto più flessibili e funzionali per l'atleta.

A livello applicativo, l'impiego della deliberate practice (allenamento intenzionale) risulterebbe fondamentale per lo sviluppo della tenacia. A differenza dell'allenamento ordinario la pratica intenzionale richiede un'attenzione focalizzata sul dettaglio e ha come unico scopo il miglioramento della performance. Tale tipologia di allenamento risulta spesso poco motivante e molto impegnativa, ma necessaria affinché l'atleta sviluppi le abilità tecniche, fisiche e mentali che gli permettano di fare la differenza durante la competizione.

Negli sport di resistenza l'allenamento intenzionale risulta essere spesso noioso e monotono, ma è indispensabile, poiché abitua l'atleta a sopportare carichi fisici e mentali gravosi. L'atleta che si adatta progressivamente alla fatica e del dolore in allenamento sarà poi in grado di tollerare e accettare queste sensazioni quando si presentano in gara. La deliberate practice permette dunque ai runners di percepire la fatica come un'opportunità di crescita piuttosto che un ostacolo. È inoltre essenziale ricordare agli atleti che ciò che contraddistingue il campione non è l'assenza del dolore e della fatica, ma la capacità di accogliere queste sensazioni come parte del proprio percorso di crescita.

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott. Massimo Masserini

Psicologo
Nº iscrizione: 03/16154

Dott. Massimo Masserini Psicologo clinico, Psicoterapeuta, Sessuologo Clinico e Pedagogista, Psicologo Giuridico e CTP, Neuroricercatore. Svolge attività di libero professionista a Bergamo presso il centro clinico e ricerca MindFit Clinic. Offre sostegno per depression, ansia, panico, etc.

Bibliografia

  • Bull, S. J., Shambrook, C. J., James, W., & Brooks, J. E. (2005). Towards an understanding of mental toughness in elite English cricketers. Journal of applied sport psychology, 17(3), 209-227.
  • Butt, J. & Weinberg, R. (2017). Mental toughness. International Journal of Sport Psychology, 48.
  • Cei, A. (2019). La mente dei campioni. Sport&Medicina, 2, 36-41.
  • Cei, A. (2021). Fondamenti di psicologia dello sport. Bologna, IT, Mulino.
  • Celenta, A. (2016). La fatica è una questione mentale. Endu channel. https://channel.endu.net/la-fatica-e-una-questione...
  • Giles-Corti, B., Timperio, A., Bull, F. & Pikora, T. (2005). Understanding physical activity environmental correlates: Increased specificity for ecological models. Exercise and Sport Sciences Reviews, 33(4), 175-181
  • Goldberg, A. S. (1998). Sports slump busting: 10 steps to mental toughness and peak performance.
  • Champaign, IL, Human KineticsHarmison, R. J. (2011). A social-cognitive framework for understanding and developing mental toughness in sport.  Mental toughness in sport: Developments in research and theory. New York: Routledge, 47-68.
  • Hutchinson, A. (2019).  ENDURE: mind, body and the curiously elastic limits of human performance. USA, William Morrow. Jones, G. (2002).
  • What is this thing called mental toughness? An investigation of elite sport performers. Journal of applied sport psychology, 14(3), 205-218.
  • Loehr, J. E. (1995). The new toghness training for sports. New York, NY, Plume.
  • L. Tocco (2022). Gestire la crisi e la fatica in gara: cosa fare quando la mente ci dice "non ce la faccio più"? La Gazzetta dello sport. https://www.gazzetta.it/running/06-04-2022/running...
  • Marcora, S. M., & Staiano, W. (2010). The limit to exercise tolerance in humans: mind over muscle?. European journal of applied physiology, 109(4), 763-770.
  • Morris, D. (1983). La scimmia nuda (II edizione). Milano, IT, Bompiani.
  • Thelwell, R., Weston, N., & Greenlees, I. (2005). Defining and understanding mental toughness within soccer. Journal of applied sport psychology, 17(4), 326-332.
  • Trabucchi, P. (1999). Preparazione mentale negli sport di resistenza. Cesena: Elika Editrice.
  • Trabucchi, P. (2012). Perseverare è umano: Come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport. Milano: Corbaccio editore.
  • Weinberg, R., Butt, J., Mellano, K., & Harmison, R. (2017). The stability-of mental toughness across situations: Taking a social-cognitive approach. International Journal of Sport Psychology, 48(3), 280-302.

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su psicologia dello sport