Sport estremi: Le motivazioni che spingono a ricercare il rischio

Quali sono i motivi che spingono un'atleta a ricercare il rischio all'interno della propria disciplina sportiva? O semplicemente, che cosa spinge una persona a ricercare il rischio?

17 APR 2019 · Ultima modifica: 23 APR 2019 · Tempo di lettura: min.

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Sport estremi: Le motivazioni che spingono a ricercare il rischio

Gli sport estremi: Un fenomeno in crescita

Il termine "sport estremi" entra a far parte del linguaggio italiano negli ultimi due decenni, indicando quelle attività sportive (come il parkour, il base jumping o il bungee jumping...) che possono essere definite da tre caratteristiche principali: l'individualità, l'espressione creativa e l'assunzione di rischi (Weber, 2002). Sempre di più sono infatti quelle persone, soprattutto tra i giovani, che, addentrandosi nella pratica dello sport estremo, hanno una marcata tendenza a ricercare il rischio, incorrendo spesso in incidenti mortali. Nel mondo odierno, si può notare infatti come la sfida non sia più con l'avversario, ma con sé stessi e con gli elementi naturali (siano essi il vento, l'acqua, la pendenza di una parete o una curva di una pista). Alla prestazione e al risultato si sostituisce ora il piacere del vissuto corporeo, dato dalla sperimentazione di sensazioni forti e inusuali e dal confronto con sé stessi.

"In un mondo che attribuisce all'autocontrollo e all'autoregolazione un grande valore, la partecipazione ad attività culturalmente considerate "rischiose", consente al Sé e al corpo, di godere, almeno temporaneamente, dei piaceri del corpo "grottesco" o "primitivo" (Lupton, 2003, pp. 180).

Il corpo diviene così un "contenitore del Sè" che permette di definire i chiari confini della propria identità, in un contesto sociale sempre più incerto e frammentato. In genrale si potrebbe dire che l'assunzione deliberata del rischio negli adulti apparirebbe come un modo per ricordarsi il prezzo della propria esistenza e come una valorizzazione della leggerezza contro i vincoli della pesantezza della società odierna. Nei giovani, invece, apparirebbe soprattutto come un modo estremo per costruire il senso della propria vita e una scorciatoia per cercar di fronteggiare il dubbio e il caos nel quale è immerso (Ferrero Camoletto, 2005, 2008).

Una spiegazione psico-sociologica

Le prospettive teoriche tradizionali

Analizzando gli studi che hanno cercato di dare una spiegazione psico-sociologica degli sport estremi, ci si accorge come nella maggior parte dei casi, il fattore personalità sia stato considerato il principale movente che spinge le persone a praticare le attività estreme e a ricercare il rischio all'interno di esse: per lo più adolescenti, affascinati dall'individualità e dalla pericolosità intrinseca allo sport (Brymer, 2005; Brymer & Oades, 2009; Olivier, 2006; Simon, 2002). Le prospettive tradizionali hanno definito addirittura "pazzi" quegli individui che, scegliendo di praticare uno sport estremo e detenendo una relazione malsana con la paura, sarebbero patologici nella loro ricerca di rischio e nel loro desiderio di sfidare la morte.

Ricerche con una prospettiva psicoanalitica hanno invece considerato la partecipazione agli sport estremi come una malsana tendenza narcisistica. Gli individui narcisisti sarebbero spinti in questa direzione per via di alcune loro caratteristiche di personalità riconducibili ad esempio alla propensione a razionalizzare i comportamenti e i sentimenti ritenuti inaccettabili, a sopravvalutare le proprie capacità e a negare i propri limiti così come la propria vulnerabilità (Elmes & Barry, 1999; Hunt, 1996). La forma narcisistica cosiddetta "overt" risulta essere la più diffusa e la più comunemente individuata in coloro che praticano attività ad alto rischio, in quantoinclude caratteristiche quali l'egocentrismo, l'arroganza, la vanità, l'indifferenza e la mancanza di empatia nei confronti degli altri. Nello specifico, il classico narcisista viene definito con "la pelle dura" in quanto tende a costruire uno scudo tra sé e gli altri per rendersi insensibile ma contemporaneamente nutre il bisogno di sentirsi potente e superiore rispetto agli altri, per nascondere, in realtà, un grande senso di inferiorità e di vuoto interiore. Volendo essere costantemente al centro dell'attenzione, è competitivo e desidera ottenere riconoscimenti e gratificazioni immediate che, se non arrivano, possono sfociare in un intenso sentimento di rabbia (Gabbard, 1989; Masterson, 1981; Wink, 1991). L'esempio concreto di uno sportivo appartenente a questa tipologia di personalità narcisistica è quello di Pipin Ferreras, famoso apneista cubano che nel suo scritto autobiografico "Nel blu profondo - Una storia di amore e ossessione", parla della sua carriera e in particolare della morte della compagna Audrey Mestre, l'apneista francese, morta nel 2002 durante un tentativo di record "No Limits" in apnea, nelle acque della Repubblica Domenicana. In Ferreras si possono osservare le preoccupazioni relative alle fantasie di successo e l'invidia provata nei confronti degli altri sportivi famosi, che adora se gli sono utili ma svaluta rapidamente, passando a mettere in risalto i loro difetti, se capisce di non poter trarre da loro alcun vantaggio (Manca, 2009).

Infine, gli studi di Zuckerman hanno fatto riferimento ad uno specifico tratto di personalità geneticamente determinato definito nel termine di "sensation seeking", che, se presente in maniera forte, condurrebbe alla ricerca costante del rischio. Le persone con alti livelli di sensation-seeking preferiscono esperienze nuove ed intense ed hanno una maggiore probabilità di attuare comportamenti a rischio come l'assunzione di droghe, alcol, guidare in maniera pericolosa, o in questo caso, la pratica degli sport estremi (Zuckerman, 1983, 2000).

Le prospettive teoriche recenti

Accanto agli studi che si focalizzano unicamente sull'individuo e sulle sue caratteristiche di personalità, talvolta considerate addirittura patologiche o devianti, si distinguono quegli studi che hanno voluto considerare l'esperienza vissuta dai praticanti, dando enfasi agli aspetti positivi dello sport estremo. Questo perchè gli individui sarebbero motivati anche da qualcosa di diverso rispetto alla semplice ricerca del rischio. Ad esempio, il tenace raggiungimento della vetta del Monte Everest da parte di George Mallory che ha portato alla sua morte nel 1924, non può essere considerato un evento perseguito da un Sensation Seeker, in quanto l'impresa comporta più fatica e concentrazione che adrenalina(Barlow, Woodman & Hardy, 2013; Brown & Fraser, 2009; Brymer, Downey & Gray, 2010; Castanier, Le Scanff & Woodman, 2010).

La concentrazione è ricaduta sui concetti di regolazione emotiva e di agency (la capacità di agire nel contesto sociale, attuando delle azioni in vista del raggiungimento di un obiettivo indipendentemente dagli esiti). Alcuni studi (Barlow et al., 2013; Castanier et al., 2010) dimostrano come individui impegnati in attività sportive come il canottaggio e l'alpinismo dispongono di una maggiore difficoltà a descrivere le proprie emozioni e ad entrare in relazione con gli altri (specialmente con il proprio partner). Il che, condurrebbe entrambe le categorie di sportivi ad impegnarsi in sport ad alto rischio per fronteggiare le proprie difficoltà emotive piuttosto che a ricercare il rischio. Si sostiene infatti, che l'incremento dell'agencypersonale in un aspetto della propria vita, può avere un effetto positivo in un altro ambito della stessa, nella misura in cui i due ambiti abbiano caratteristiche simili. In questo senso, un aumento dell'agency personale nell'esperienza stressante ma allo stesso tempo romantica del canottaggio o dell'alpinismo, riuscirebbe a portare un aumento della propria agency anche nei rapporti di natura emotiva (in particolare la relazione d'amore con il partner), che in maniera analoga, si caratterizzano per lo stress e il romanticismo provato (Lester, 2004). In altre parole, si potrebbe dire che la persona che se si è sentita "un agente" delle proprie emozioni all'interno di un contesto di alta tensione per un prolungato periodo di tempo, riuscirà ad affrontare anche gli stress prolungati incontrati nella propria quotidianità.

Infine, ci sono state altre possibili spiegazioni rispetto alla pratica degli sport estremi. Molte persone hanno dichiarato la loro propensione ad impoegnarsi in essi per il raggiungimento di obiettivi (come il diventare un insegnante), la motivazione sociale (come l'interazione con gli altri atleti), la ricerca della libertà, la fuga dalla noia, la connessione con l'ambiente naturale e, ancora, l'ottenimento di piacevoli sensazioni corporee cinestetiche (muovendosi ad esempio in aria o in acqua) (Brymer & Oades, 2009; Brymer & Schweitzer, 2012; Willig, 2008).

Dunque, cosa dedurne? Che non tutte le motivazioni che spingono una persona a praticare degli sport "ad alto rischio" sono patologiche! Dall'analisi delle due prospettive teoriche si può notare come gli studi realizzati più recentemente abbiano favorito il passaggio da una concezione patologica e negativa della persona e dello sport estremo ad una concezione più adattiva e positiva. Lo sport estremo potrebbe portare ad esiti psicologici ed emotivi positivi, come la trasformazione della paura in coraggio, lo sviluppo dell'umiltà o semplicemente la trasformazione di un'ansia aspecifica vissuta nel quotidiano in adrenalina specifica da utilizzare come forza motrice nella pratica di quegli sport che si collocano un pò sopra alle righe!

Dott.ssa Elisa Simeoni - Psicologa

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Scritto da

Dott.ssa Elisa Simeoni

Psicologa Nº iscrizione: 20602

Psicologa, laureata in Psicologia Clinica con il massmo dei voti presso l'Università Cattolica di Milano, in formazione come Psicoterapeuta alla Scuola di Specializzazione “Mara Selvini Palazzoli" di Brescia ad orientamento sistemico-relazionale. In costante aggiornamento anche nel settore legato alla promozione della salute e del benessere, attraverso corsi e seminari.

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