Il suicidio: un’epidemia silenziosa

Il suicidio è un fenomeno molto più comune di quanto si pensi. Cosa è possibile fare per prevenirlo? A cosa prestare particolare attenzione?

9 SET 2022 · Tempo di lettura: min.

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Il suicidio: un’epidemia silenziosa

Il suicidio avviene in ogni popolazione ed in ogni cultura, oggi come millenni fa. Nonostante trascenda le società, tutt’oggi è ancora uno dei più grandi e radicati tabù in tutto il mondo.

Pensare al suicidio è molto più comune di quanto si pensi, e l’ideazione suicidaria non si ritrova solo in popolazioni affette da disturbi fisici o psichici, ma è molto più frequente nella popolazione generale. L’idea di poter porre fine ai propri tormenti e dolori con un solo atto è considerata allettante in periodi duri della vita da una percentuale elevatissima di individui, ma il pensiero non porta necessariamente all’azione.

Sulla superfice del nostro globo avvengono quasi un milione di suicidi ogni anno, per l’esattezza 800000 persone provocano volontariamente la propria morte, equivale, quindi, ad un suicidio ogni 40 secondi. Si stima che per ogni persona che riesca nell’intento di togliersi la vita ce ne siano almeno 20 che ci provino non riuscendo ad arrivare all’obbiettivo desiderato. Quindi, oltre ad un suicidio ogni 40 secondi ne sussiste anche un tentativo non riuscito ogni 3.

Suicidio: quali sono i fattori di rischio

Lo studio del suicidio, e quindi anche la sua comprensione, è multidimensionale in quanto non sussiste una teoria univoca che lo possa spiegare in ogni suo aspetto. Per comprendere questo fenomeno così articolato e complesso, è fondamentale tenere in considerazione la peculiare e specifica combinazione personale di fattori di rischio e protezione di ogni individuo, quindi sia gli aspetti che ne possono aumentare la possibilità che quelli che la possono ridurre, che delineano un quadro unico e caratteristico in ogni persona. Nessun singolo fattore è stato dimostrato essere necessario o sufficiente a provocare il suicidio. I fattori di rischio per il suicidio sono caratteristiche che ne aumentano la probabilità, e se combinati con una vulnerabilità pregressa ed episodi di grande impatto possono amplificarla ulteriormente.

Ormai è imprescindibile il ruolo genetico e neurotrasmettitoriale nel suicidio. Sono coinvolte diverse complesse combinazioni di endofenotipi, modificazioni microcellulari nel corso del tempo, un’alterazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e soprattutto la presenza di disfunzioni dei neurotrasmettitori serotoninergici. In associazione al ruolo biologico dobbiamo considerare gli eventi individuali ed interindividuali che coinvolgono le persone ogni giorno e possono essere visti come causa scatenante dell’atto suicida. Sussiste un’interazione gene-ambiente, la quale modula la risposta dell’individuo all’ambiente tramite il corredo genetico. Quindi, l’epigenetica ci dice che determinati tratti di personalità, caratteristiche genetiche specifiche, eventi stressanti e traumatici durante l’infanzia rendono più probabile l’atto suicidiario.

Infatti le esperienze avverse avvenute nella giovane età sono forti predittori di pensieri e comportamenti suicidari nella successiva età adulta, come per esempio abusi sessuali, fisici e psicologici (il rischio di suicidio aumenta in concomitanza di tutti e tre i tipi di violenze), stili di attaccamento insicuro che aumentano la vulnerabilità personale e diminuiscono la resilienza, nonché l’autostima e la capacità di creare successive relazioni stabili con altri individui.

A tal proposito è stato riscontrato come un importante fattore discriminante per il suicidio sia l’isolamento sociale, il quale viene considerato il più forte ed affidabile predittore di pensieri, tentativi e comportamenti suicidari a prescindere da età, nazionalità e gravità clinica. L’isolamento sociale include la solitudine, ritiro sociale, mancanza di supporto sociale, vivere da soli, relazioni insoddisfacenti ed instabili, avere una famiglia disunita, essere reclusi in una cella singola in prigione, divorzi e rimanere vedovi (questo vale soprattutto per gli uomini di tutte le età che perdono la propria moglie).

È stato dimostrato che più di un terzo delle persone morte tramite suicidio avesse malattie fisiche croniche, recidivanti e terminali che possono quindi condurre a compiere suicidio come liberazione dalla sofferenza che si sta vivendo.

Anche i disturbi psicopatologici possono determinare un più alto tasso di suicidio, in particolare: ansia, depressione, psicosi e schizofrenia, uso ed abuso di sostanze, ed infine i disturbi di personalità con particolare importanza il disturbo borderline di personalità. Il lutto è associato ad una maggiore possibilità di rischio suicidario, sia che il lutto sia recente sia che lontano nel tempo, per liberarsi dal dolore e raggiungere la persona cara. Anche la presenza di ruminazione è spesso associata alla presenza di affettività negativa, le quali insieme aumentano ancora di più il rischio che si possa compiere suicidio.

Una bassa affettività positiva ed alti livelli di affettività negativa possono portare ad un maggior tasso di suicidio, soprattutto negli adolescenti. Inoltre, bassi livelli di affettività positiva possono associarsi ad inflessibilità cognitiva, la quale è da considerarsi un ulteriore fattore di rischio per il suicidio. Collegati a questi elementi cognitivi ne possiamo trovare altri che possono incrementare il rischio di suicidio, quali, la disregolazione emotiva, autosvalutazione e vergogna verso sé stessi, problemi a riconoscere i propri stati emozionali e bassi livelli di autoefficacia.

Anche la rigidità cognitiva è determinante, in quanto non permette all’individuo di vedere altre alternative e crea una visione del mondo “tutto o nulla”. Essenziale indicatore per un futuro compimento di suicidio è, anche, la disponibilità fisica di armi per poterlo svolgere e l’esposizione a comportamenti suicidari, oltre che precedenti tentativi e pensieri suicidari.

Tra i fattori di rischio per il suicidio c’è anche il periodo dell’anno in cui ci si trova. Aprile, Maggio (ed in generale i mesi primaverili) seguiti da Settembre ed Ottobre sono i mesi in cui si riportano maggiori tassi di suicidio. Anche determinati giorni della settimana presentano maggiori rischi di suicidio, come per esempio il lunedì, anche chiamato Blue Monday, in quanto per persone particolarmente in crisi e vulnerabili, ricominciare le proprie attività quotidiane (come tornare a scuola o al lavoro) può essere particolarmente stressante.

Il rischio suicidario è maggiore in individui di etnia caucasica e appartenenti alla fascia d’età adolescenziale, ossia una fase della vita di transizione determinata dal cambiamento e dalla necessità di trovare se stessi e la propria identità. Infatti in questa fascia d’età è stato riscontrato come ci siano maggiori suicidi, in quanto la seconda causa di morte tra i giovani individui fra i 15 e i 29 anni, soprattutto se mettono in atto comportamenti a rischio. È stato valutato un alto rischio anche negli appartenenti alla comunità LGBTQ+, soprattutto persone bisessuali, in quanto non totalmente appartenenti ed accettate né nella comunità eterosessuale né omosessuale. Tra i fattori di rischio, spesso troviamo dichiarazioni esplicite che vengono spesso sottovalutate.

Talvolta gli individui esplicitano chiaramente il loro dolore e le loro intenzioni, maggiormente rischioso è quando è già stato definito un piano per il suo svolgimento.

I segnali d’allarme cui prestare attenzione

I segnali che un individuo può lanciare possono essere verbali, ossia esprimere il proprio disagio e desiderio di morire, e/o comportamentali, non meno sottovalutabili. I segnali comportamentali possono comprendere (oltre a precedenti tentativi di suicidio) il liberamento dei propri averi, diventare donatore di organi e cambiare completamente atteggiamento e comportamento rispetto alla persona che si era prima di tali ideazioni, come il diventare più irritabili, mancanza di concentrazione, pianto facile, infastidirsi per piccole cose, difficoltà a prendere decisioni e sensi di colpa eccessivi. In generale ogni evidente cambiamento comportamentale senza una spiegazione logica può essere considerato un fattore di rischio per il suicidio.

Eliminando i fattori di rischio, purtroppo, non viene a crearsi un ambiente protettivo, in quanto i fattori di protezione sono quelle condizioni che permettono all’individuo di superare il proprio dolore mentale e che lo aiutano a trovare supporto ed ulteriori differenti alternative all’atto suicidario.

Ovviamente non c’è da preoccuparsi se si nota la presenza di uno o più di questi fattori in sé stessi o in persone care, questo non porta necessariamente al suicidio, per ogni individuo dipende dalla combinazione tra diversi di questi fattori studiati come predittori e tratti personologici, da tenere in considerazione, quindi, come per tutte le psicopatologie, caso per caso. Lo stesso vale per i fattori protettivi che possono essere considerati il rovescio della medaglia dei fattori di rischio ed è altrettanto fondamentale tenerli in considerazione per delineare un quadro completo e valido.

È fondamentale, quindi, tenere in considerazione la presenza di uno, o più fattori di rischio, il comportamento anomalo e repentino della persona in questione come i segnali verbali, quindi parlarne in possibili diverse modalità ed esplicitare il proprio piano e disagio che non riescono più ad affrontare e comportamentali, non meno importanti. Per esempio tra questi possiamo notare precedenti casi di suicidio che aumentano il rischio di successivi atti suicidari, una tendenza a dare via le proprie cose o salutare persone con più enfasi prima di compiere l’atto, cosa a cui non necessariamente si fa caso solitamente, una sofferenza marcata segnata da pessimismo ed incapacità di vedere alternative, improvviso isolamento dalle reti sociali, diventare donatori di organi, cambiare completamento atteggiamento o comportamento, maggiore irritabilità, mancanza di concentrazione, pianto facile, infastidirsi per le piccole cose, difficoltà a prendere decisioni, sensi di colpa eccessivi, in generale comportamenti anomali senza una spiegazione logica rispetto al normale modo di fare della persona in questione.

Frasi cui prestare attenzione

Essenziale è prestare anche molta attenzione a se e come un individuo parli dell’argomento: parlare di suicidio, al contrario di quello che comunemente nella nostra società si pensa non aumenta il rischio di suicidio in individui con tali ideazioni, bensì può permettere di creare un rapporto empatico e supportivo con l’aspirante suicida nonché aiutarlo a prendere in considerazioni possibili alternative e visioni differenti della propria situazione.

L’aspetto fondamentale, oltre che l’ascolto, è la comunicazione aperta su questo argomento per cercare di comprendere la difficoltà della persona che si ha davanti, senza sminuire il suo profondo dolore. Allo stesso modo è fondamentale parlare delle proprie emozioni e dolore in caso ci si trovi in situazioni simili per poter richiedere aiuto. Ancora meglio sarebbe farlo chiedendolo ad uno psicologo/a competente.

Nonostante non tutte le persone che successivamente commettono suicidio lancino segnali precedentemente, rimane importante prestare attenzione a questi aspetti e cambiamenti. Di conseguenza si potrebbero ipotizzare frasi anomale come “Chissà se ci rivedremo”, “Non so se ce la farò”, “Questa vita fa schifo e va tutto a rotoli”, “Non ci sono aspetti positivi nella mia vita”, “Meglio farla finita, vorrei addormentarmi e non svegliarmi più". Questi possono essere solo alcuni esempi per aiutare a comprendere il tipo di malessere profondo alla base che può condurre a tale atto.

In definitiva è fondamentale prestare attenzione ad aspetti umorali bassi e soprattutto frasi non corrispondenti al parlare quotidiano della persona in questione, che quindi si delinea in base alle peculiarità della stessa, in quanto purtroppo non esiste un manuale di istruzioni sugli aspetti a cui prestare attenzione, ma qualche esempio illustrativo spero possa risultare utile. Quindi appare essenziale prestare attenzione a come se ne comunica, dialogare sull’argomento, sia siano proprie le idee suicidarie o di altri, e allo stesso modo saper ascoltare, oltre che fare particolare attenzione ai fattori di rischio di cui abbiamo parlato ampiamente e rivolgersi ad esperti in merito in caso di preoccupazione. Tutto ciò può portare ad un’incidenza minore di casi di suicidio.

Come prevenire il suicidio?

Per prevenire il suicidio, oltre a prestare singolarmente attenzione ai campanelli di allarme citati, è fondamentale la prevenzione come programma strutturato. La prevenzione suicidaria ed i suoi programmi dovrebbero essere strutturati in modo tale da incrementare i fattori protettivi e cercare di ridurre i fattori di rischio suscettibili di modifiche grazie ad interventi mirati.

Per aumentarne l’efficacia, dovrebbero avere una durata adeguata ed essere ripetuti nel tempo, oltre che mirati in base al target. Importante è l’uso dei nuovi media, ma è stato dimostrato che gli interventi preventivi comunitari di questo genere si rivelano più efficaci se congiunti con interventi familiari ed individuali, ossia agiti su più fronti e quindi diversi aspetti della vita.

Solitamente, in generale, gli interventi preventivi si possono suddividere in:

  1. universali;
  2. selettivi;
  3. indicati.

I primi sono rivolti all’intera comunità o comunque un gruppo o sottogruppo ampio di persone, i secondi ad una specifica categoria considerata a rischio ed i terzi ad un individuo distinto che abbia già perpetuato tentativi od agiti in generale. Essenziali sono tutti i livelli di prevenzione per poter ottenere un più ampio risultato.

Interventi preventivi multilivello, infatti, riscontrano un maggiore effetto ed un potenziale sinergico. La prevenzione universale è una tipologia di interventi fondamentale perché è essenziale per cercare di cambiare la visione sociale che si ha sul suicidio. Questi programmi si occupano principalmente di riduzione dello stigma correlato a questo gesto e divulgazione di contatti utili in caso di bisogno o di una persona conoscente, attraverso la sensibilizzazione sul tema. Possono essere organizzati a livello istituzionale, come i programmi per limitare l’accesso all’approccio alle armi letali, psicofarmaci come per esempio gli antidepressivi triciclici, pesticidi e carbone o la messa in sicurezza di aree metropolitane e ferroviarie per lo scopo con la specifica apposizione di segnaletica, o da associazioni private.

Per esempio, il divulgare informazioni corrette e con alla base degli studi scientifici come in questo articolo, può essere considerato un programma di prevenzione universale in quanto diretto a tutti gli individui, a rischio come no. I programmi di prevenzione selettiva si riferiscono a categorie di persone considerate a rischio, quindi quelle che presentano i predetti fattori di rischio in maniera accentuata. È fondamentale formare a tal proposito le figure preposte all’educazione in particolare per poterli strutturare soprattutto nelle fasce d’età più a rischio.

I programmi di prevenzione indicata, invece, sono strutturati per persone in cui si riscontrano ideazioni e tentativi di suicidio già avvenuti e ben identificabili. Sono, quindi, interventi per individui estremamente a rischio, e sono strutturati sulle determinate caratteristiche personali del paziente, spesso quindi avviene in urgenza, in un ambiente ospedaliero e appunto valutando caso per caso. Sono imprescindibili tutti e tre i programmi di prevenzione per aumentarne l’efficacia, nonché un supporto psicologico individuale se ci si sente in difficolta, associato al parlarne con persone di fiducia per cercare di vedere e vivere alternative che a causa della profonda sofferenza risultano spesso celate.

Articolo scritto dalla Dottoressa Erica Farolfi, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta in formazione in Analisi Transazionale. Se vuoi approfondire e/o hai bisogno di aiuto, puoi contattarla cliccando qui.

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Scritto da

Dott.ssa Erica Farolfi

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