Il fenomeno della movida

Indagini sulla "movida" intesa come un insieme di persone "apparantemente" riunite.

20 GIU 2016 · Tempo di lettura: min.

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Il fenomeno della movida

Apparentemente riunire una massa, una formazione collettiva, un insieme di persone sotto la stessa insegna, un vessillo che reca la impressa la parola "movida" può far pensare appunto, ad un movimento coordinato di persone legato insieme da una comune tendenza, un desiderio, un ideale. Questo è parzialmente vero. Se osserviamo da vicino il fenomeno siamo colpiti da quello che sembra piuttosto una riunione di individui soli, ognuno impegnato nel proprio rapporto con la sostanza (le sostanze) e scarsamente in relazione con il vicino che occupa insieme a lui la strada, l'angolo, la piazza.

Proviamo ad entrare nella testa e nel cuore di questo individuo che secondo le cronache estive è protagonista del degrado e a tale scopo passeremo lungo la strada che dalla psicologia della massa arriva alla psicologia individuale.

Permettetemi di andare un po' indietro nel tempo, alla prima costituzione delle comunità umane: tempi di terrore e violenza, in cui ci si metteva poco ad accopparsi l'un l'altro per un inezia, per prendere ciò che si voleva. Mi rifaccio brevemente al mito scientifico del padre dell'orda primordiale: egli era il padre padrone, era l'ideale, temuto e venerato ad un tempo e da esso scaturì in seguito il concetto di tabù. Il padre poteva tutto ovvero in tempi primitivi, di desideri primitivi, poteva avere tutte le donne che voleva e mangiava per primo! Gli altri non avevano queste libertà. Se non che questi, gli individui ad esso sottoposti, in breve lo uccisero e lo fecero a pezzi. Nessuno degli appartenenti alla massa dei vincitori poté mettersi al suo posto o, se uno di essi lo fece, le lotte si rinnovarono fin quando tutti compresero che dovevano rinunciare a succedere al padre. Formarono allora la comunità totemica (intorno ad un totem, un oggetto alto variamente adornato, che sale dal terreno e che simboleggia, nelle comunità ancora primitive, l'uccisione del padre: come una pietra tombale che sta lì a significare che il morto fu un tempo vivo, solo che in questo caso il totem sta li significare che ancora la minaccia del padre è presente..).

Facciamo un passo oltre ed entriamo nella psicologia individuale. Man mano che il processo di civilizzazione avanzava gli individui avevano, per cosi dire, interiorizzato il totem, trasferendo su un piano personale interno, il rapporto con il tabù, con la rinuncia ad occupare il posto del padre che il totem materializzava.

Abbiamo introiettato un rapporto con la mancanza a essere, a essere cioè soddisfatti completamente e per sempre.

Questa rinuncia è trasversale e riguarda ognuno di noi, ci dobbiamo fare i conti tutti i giorni ed è la base del sentimento comune di fratellanza: affratellati dalla condivisione di questa impossibilità ad essere il padre. Ci si lega l'un con l'altro e si fa del bene al posto di azzuffarsi escludendo di fatto la violenza dalla comunità poiché si esclude da essa la lotta per la successione al padre. Ed è precisamente secondo questo meccanismo che gli oggetti che consumiamo sono tutti oggetti parziali in quanto materializzano la presenza di un impossibilità a essere (penso al cibo o all'alcool come qualsiasi altro bene materiale), sono dei tramite attraverso cui ci relazioniamo alla possibilità di non essere mai soddisfatti completamente (prerogativa del padre) - anche se le pubblicità, le reclame, ci richiamano appunto a non considerare questa cosa ma a trovare negli oggetti la soddisfazioni una volta per tutte, la felicità perpetua e la sparizione di ogni mancanza che avvertiamo nella vita.

Ma la vita quotidiana purtroppo ci smentisce ogni volta. Anche gli altri (il nostro prossimo) sotto questa luce sono degli "oggetti" che ci permettono di avere a che fare con questa mancanza che avvertiamo e attraverso di essi, in loro compagnia, possiamo fare di questa - passatemi il termine - condizione tragica, una cosa lieta, una commedia. Non saremo mai soddisfatti completamente ma per un breve tratto si! E il mal comune ( di vivere) diventa mezzo gaudio!

Pensiamo di nuovo ad una cena, al vino e al cibo, non siamo lì solo per quello, per quello che è in fin dei conti un delizioso pretesto ma per dialogare e passare del tempo assieme. Ne usciamo arricchiti. Per una misura varia di tempo siamo stati felici, ci siamo sentiti completi, abbiamo placato la sete e il desiderio.. ma poi c'è un resto ed è quello che torneremo ad acchiappare la volta successiva. Non abbiamo da dolercene perché è il movimento che infonde la vita.

Ma cosa succede in quella che chiamiamo movida? Perché allora l'alcool, quel po' di musica, non garantiscono più il contesto per entrare in relazione con l'altro? Ma anzi isolano in un rapporto quasi autistico. L'abbiamo appena accennato con il discorso sulle pubblicità.

Perché non accettiamo più che gli oggetti siano oggetti parziali e pretendiamo di trovare in essi tutto; la completa soddisfazione, la cessazione di ogni mancanza, una vittoria completa sulle frustrazione quotidiane? A tal fine consumiamo l'alcool e ci consumiamo totalmente in esso non lasciando spazio ad altro. Ed ecco che gli altri magicamente spariscono e cosi la loro soggettività, la loro particolarità d'individui, per rimanere tutt'al più mera presenza fisica con cui condivido uno spazio: come le bestie che condividono un pascolo, una sostanza, mentre il nostro destino è quello di con-vivere.

Viene meno dunque il patto fraterno poiché ognuno tende a voler occupare solitariamente (per questo la movida appare un'omogenea riunione di solitudini) il posto del padre che tutto poteva e si non si vuol fare i conti con quel tabù nemmeno nella forma di una suo rottura, di una sua effrazione: siamo nell'onnipotenza narcisistica. Semplicemente non c'è, lo ignoro - ci vorrebbe un termine ancora più forte - non ne so nulla di lui e non ne ho mai saputo nulla. Gli individui che partecipano della movida ci appaiono come succubi di un ideale di onnipotenza, cercano un soddisfacimento assoluto, il godimento sfrenato in assenza di restrizioni ed i resti che si lasciano dietro non gli appartengono.

Come avviene tutto ciò? Acora qui il discorso sulle pubblicità ci ha anticipato. Questa è l'epoca in cui s'è imposto il modello capitalistico. Tutti ne siamo testimoni(al). Esso - lo sappiamo fin troppo bene - per sostenersi ha bisogno di consumatori ossessivi che si muovono sotto l'imperativo del godere, che ognuno in varia misura ha introiettato. Cosa succede a questo punto se all'ideale della rinuncia - che regola i nostri rapporti con un godimento mai assoluto - sostituiamo l'imperativo del godere, del godimento assoluto? Cambia lo statuto degli oggetti e dell'altro. Essi non sono più mezzi e modi per articolare uno stile con cui si sta nell'impossibilità, nella mancanza che è propria di ognuno, ma diventano oggetti puri e semplici per soddisfare quell'imperativo e per tenere in piedi l'illusione di poterla suturare quella mancanza, una volta per tutte (e lo facciamo tutte le volte... è un evidente insuccesso!).

Può essere che questo sia il meccanismo delle dipendenze patologiche. Dico patologiche per separarle da quella dipendenza comune a tutti gli esseri umani, una dipendenza dall'altro con la cui mediazione è possibile declinare la propria solitudine in rapporto alla legge della mancanza. Si può invece definire dipendenza patologica il momento in cui quella solitudine la si vuole eliminare una volta per tutta, la si vuole scacciare, chiudere fuori di casa per sempre attraverso la sostanza. Deleghiamo alla sostanza l'atto di vivere perché non siamo più capaci di stare nella mancanza, nel limite, nel dialogo, perché l'altro non ci aiuta fino in fondo, magari ci fraintende o ci rifiuta, ci assilla con le sue richieste, ci annoia. E viaggiamo soli, isolati, storditi da un imperativo a godere: fuori dalla comunità che per gli antichi era possibilità di salvezza.

Dott. Nicola Mariotti

Psicanalista, psicologo, psicoterapeuta

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Scritto da

Dott. Nicola Mariotti

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