Gli attacchi di panico e la paura della paura

L'importanza della pratica clinica nel trattamento degli attacchi di panico. Come lo psicoterapeuta può aiutare ad affrontare il grande mostro.

6 MAG 2020 · Tempo di lettura: min.

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Gli attacchi di panico e la paura della paura

Cos'è l'attacco di panico? Lo dice la parola, si potrebbe rispondere. Se le parole hanno un senso, come è vero che sia, l'attacco di panico è una reazione di paura intensa ad uno stimolo.

Detto così però la definizione non ci dice niente di più di quanto non sappiamo già.

Secondo il DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si definisce come un improvviso attacco di intensa paura o intenso disagio, che raggiunge il culmine in breve tempo (nell'ordine dei minuti) e comprende almeno 4 dei seguenti sintomi: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o grandi scosse etc.

È importante una diagnosi corretta e soprattutto la diagnosi differenziale.

Ancora più importante però è dare voce a chi ne soffre. Se chiediamo ad una persona che soffre di attacchi di panico di descriverci la situazione spesso andiamo incontro ad un racconto frammentato, disarticolato, confuso; a meno che la persona in questione non sia già stata da specialisti del settore, più o meno competenti, e non sia già stato sottoposto a prove, test, esami clinici.

Purtroppo spesso chi si occupa di disturbi così invalidanti, forse perché inglobato in un sistema patologico che spaventa, dimentica che la cosa più utile che un clinico può fare è ascoltare la persona che ha bisogno di aiuto. Quando si parla di ascolto però non si intende l'atto volontario di sentire e decodificare i suoni emessi dal nostro interlocutore. Bisogno parlare di Ascolto, con la A maiuscola.

Ascoltare una persona che racconta dell'esperienza devastante dell'attacco di panico significa mettere a disposizione della relazione che si instaura non solo la nostra conoscenza, o la nostra esperienza, ma anche e soprattutto le nostre emozioni.

Quando si parla dell'importanza del setting in psicoterapia si fa riferimento non solo il setting fisco (la stanza, la luce, i colori, l'arredamento), né soltanto quello formale (l'appuntamento, la durata dell'incontro, la posizione relativa del clinico e del paziente) ma soprattutto quello mentale, cioè l'assetto del clinico che accoglie le parole, le lascia risuonare nella grande cassa acustica costituita dalle sue emozioni, e permette al pensiero di dare un senso non semantico, ma emotivo a quello che la persona dice o non dice.

Quello che insomma si tende a dimenticare è che lo psicoterapeuta è parte integrante del processo terapeutico, sia nella fase diagnostica che in quella dell'intervento. Torniamo a cosa ci racconta la persona che ci porta nello studio il suo attacco di panico. Se lo ascoltiamo veramente ci parla di una situazione in cui il pensiero viene a mancare, sopraffatto dalla paura.

La paura di per sé però non è un'emozione dannosa. Pensiamo alla sua funzione ancestrale di protezione, di preparazione alla fuga o all'attacco.

Negli animali, esseri più semplici di noi, è ancora molto evidente: un animale che ha paura è molto pericoloso perché tenderà ad attaccare nell'intento di difendersi. La peculiarità dell'attacco di panico però, oltre a quello che ci dice il DSM V, è che spesso compare in situazioni in cui non siamo realmente in pericolo, non dobbiamo difenderci da qualcosa, non dobbiamo scappare.

Anzi a volte si presenta nelle situazioni più normali: uscendo di casa, entrando in ascensore, prendendo un mezzo pubblico…. Tanto è stato scritto e da specialisti autorevoli sulle cause che inducono la nostra mente a rispondere così. Non starò qui ad illustrare le diverse teorie, anche e soprattutto perché ogni individuo, ogni patologia, ogni sofferenza ha la sua storia. Non vorrei essere riduttiva e non potrebbe essere altrimenti.

È però molto chiara una cosa: chi soffre di attacchi di panico ha bisogno di aiuto. E ne ha bisogno subito.

La sensazione di annullamento, di impotenza, di smembramento richiede una soluzione. La vita spesso viene interrotta dalla paura, non si esce più, non si studia più, non si lavora più. Chi gli vive attorno si presta ad accompagnare la persona a compiere anche le azioni più abituali, facendola sentire grata, ma inetta, incapace di prendersi cura di sé.

Il mondo diventa una prigione.

Anche se in alcuni momenti i sintomi sembrano affievolirsi, c'è purtroppo una sola certezza: torneranno, e saranno ancora più invalidanti. Nessuno merita di vivere così.  Per questo l'intervento psicologico è fondamentale e deve essere tempestivo.

Molti si rivolgono alla terapia farmacologica. In campo psicoterapico si dice che un ansiolitico non si nega a nessuno. Così la medicina salvifica diviene una specie di feticcio, da spostare nella borsa o nella tasca di turno. Insieme all'aiuto che i congiunti si offrono di dare, la medicina diventa una stampella, che come la stampella ci induce a camminare storti.

Senza demonizzare l'uso di psicofarmaci, che deve però essere prescritto da uno specialista e da questo controllato, anche il farmaco va a rinforzare l'idea di un sé inetto, incapace, dipendente.

Invece il mostro si può affrontare. Come qualsiasi mostro fa paura, ma come qualsiasi mostro nella fantasia è sempre più grande e terrifico che nella realtà.

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Scritto da

Daniela Arborini

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