Il burn-out: una "nuova" patologia

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Finalmente l'OMS ha riconosciuto al burn-out la dignità di malattia.

5 giu 2019 · Tempo di lettura: min.
Il burn-out: una "nuova" patologia

È noto da tempo il fenomeno del cosiddetto burn-out, ma solo da qualche giorno l’OMS ne ha riconosciuto la dignità di malattia e lo ha inserito nel nuovo elenco dei disturbi psichiatrici che entrerà in vigore nel gennaio 2022, l’ICD-11.

Che cos’è il burn-out?

È una sindrome, cioè un insieme di sintomi di natura varia, che colpisce soprattutto alcune categorie di lavoratori, coloro che rientrano nelle “professioni d’aiuto”. Ne fanno parte insegnanti, educatori, infermieri, a volte anche medici, soprattutto se a contatto per tempi prolungati con alcune categorie di pazienti come gli psicotici cronici, gli anziani e gli affetti da Alzheimer, i malati terminali, i disabili. Più in generale, il burn-out è definito come “stress da lavoro”, ma sono in genere queste le categorie più colpite.

Il primo ad occuparsi di burn out è stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974.

Il burn out si riferisce - secondo la classificazione - specificamente ai fenomeni nel contesto occupazionale e non dovrebbe essere applicato per descrivere esperienze in altri ambiti della vita.

I suoi sintomi sono estremamente generici e sovrapponibili con molte altre patologie, questo ha reso così difficile la classificazione: essi includono, infatti, ansia, depressione, calo dell’autostima, irritabilità, insonnia, fino a demotivazione professionale con conseguente assenteismo e aumento delle assenze dal posto di lavoro anche per malattie fisiche indotte per via psicogena.

L’ingresso formale nella classificazione è importante perché sottrae il burn-out, nome generico per un malessere molto doloroso che dai gradi più lievi può spingere anche al suicidio, da una nebulosa indistinta non meritevole di cura e attenzione, per farne invece, agli occhi del soggetto che ne soffre e di chi lo prende in carica, qualcosa da trattare con competenza.

Perché proprio queste categorie, in genere piuttosto motivate a scegliere quel tipo di professioni, sono le più a rischio? Perché aiutare gli altri, soprattutto gli “intrattabili”, coloro che non guariscono, è nel tempo estremamente frustante. I servizi che si dotato di una supervisione periodica, in genere psicoanalitica, sono più protetti: il personale ha modo di esprimere il proprio disagio, la rabbia, il senso di colpa senza sentirsi giudicato o venire punito, e soprattutto ha la possibilità di essere aiutato a dare senso a qualcosa che sembra non averne più: perché assistere a lungo chi morirà, chi si sa non potrà guarire? Come ritrovare passione nel proprio lavoro, un ambito così importante nella vita?

Un terapeuta, psicologo o psicoanalista, può essere di estremo aiuto alla persona caduta, magari lentamente e inconsapevolmente, nel dramma del burn-out, letteralmente “essere bruciato, fatto fuori”.

Non solo i sintomi sono importanti, ma è l’intera identità che rischia di compromettersi: noi siamo quello che facciamo, ci identifichiamo con quello che facciamo. Se il nostro lavoro ci diventa estraneo o addirittura ostile, è l’identità stessa che entra in crisi: i sintomi visti sopra non sono che una conseguenza. È opportuno pertanto non limitarsi a trattare quelli, ma andare alla radice della loro origine e rivedere, con la persona, le sue risorse, i suoi obiettivi, le possibilità di cambiamento o adattamento.

È quindi indicato questo disturbo alla psicoterapia?

Certamente sì, le sue conseguenze  sintomatiche sono del tutto indicate e non occuparsene rischia di condurre il soggetto a perdere il posto di lavoro, o scivolare in una pericolosa depressione. Un’altra conseguenza del burn-out non trattato può consistere nella creazione inconscia di difese, come la negazione o la depersonalizzazione, per restare al lavoro senza soffrire, diventando indifferenti, o ostili (si pensi ai non rari casi estremi di insegnanti o infermieri accusati di picchiare o addirittura far morire i loro pazienti). Queste persone non sono “mostri”; possiamo ipotizzare che, almeno in certi casi, la deriva sia iniziata con uno stato di burn-out non riconosciuto.

La presa in carico terapeutica, prima di tutto, non fa sentire la persona sola, incompresa, poiché profondo è il vissuto di solitudine di chi attraversa questa esperienza. In seguito, la terapia avrà cura di riabilitare l’autostima, di esplorare con la persona altre possibilità, di ridurre i sintomi principali che sono l’ansia e la depressione.

Per tutte queste ragioni, l’ingresso del disturbo nell’attuale Manuale Diagnostico noto in tutto il mondo, è importante: perché “autorizza” le persone a farsi aiutare, e impone un’attenta professionalità a chi se ne occupa. Concludiamo dicendo che è importante anche per i posti di lavoro, in quanto la salute di chi lavora, e non solo il suo profitto, devono essere messi al primo posto nella scala di valori di un ospedale come di un’azienda.

Articolo della dott.ssa Rossella Valdrè, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’IPA (International Psychoanalytical Association).

Scritto da

Dr.ssa Rossella Valdrè, Psicoterapeuta e Psicoanalista

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