Il mio ultimo, patetico tentativo di continuare una vita inutile e infausta.

Inviata da Fallita. · 10 mag 2017 Crisi adolescenziali

Che dire? Non so da che parte iniziare per scrivere questa roba, non so neppure se qui c'è un limite per i caratteri, o se posso scrivere un papiro indisturbata. Vabbe', proviamo a mettere giù qualcosa, tanto ormai... Non avrei mai pensato che mi sarei messa a scrivere a degli psicologi o cose del genere. Niente di personale, per carità, ma ho sempre risolto da sola i miei problemi "psicologici". Mi fa sentire patetica il fatto che io stia scrivendo qui, ma, ripeto, "tanto ormai"... l'alternativa sarebbe imbottirmi di pasticche o tagliarmi la gola, quindi tanto vale fare un ultimo tentativo per restare qui su questo mondo. La verità è che non ero mai scesa così in basso, sto perdendo del tutto - e dico DEL TUTTO - i contatti con la realtà, non ricordo neppure chi sono (o meglio, chi ero) realmente, e sto smettendo, o forse ho già smesso, di vivere. Ogni singola mattina, quando mi sveglio, mi rendo conto che ancora per altre 24 ore dovrò continuare questa vita infausta, e mi chiedo cosa mi freni dal portare a compimento il mio piano suicida. Farei soffrire i miei genitori con la mia morte... ed ecco perché sono ancora viva. Ma d'altronde, li sto già deludendo per come sto andando a scuola, quindi cosa cambierebbe? Darei soltanto loro l'ultima delusione, poi sarebbero finalmente liberi dalla mia presenza ingombrante. Tutti coloro che mi conoscono potrebbero finalmente liberarsi di me. Sarebbe davvero un gran giorno per chiunque se io morissi. Un verme in meno che vagabonda su questo pianeta patetico, non ci sarebbe nulla di sbagliato. Ma allora perché sto ancora qui? Uhm, credo di dovermi presentare. Ho 17 anni e frequento il terzo anno del liceo classico. Fino a pochi mesi fa sono sempre stata la classica alunna modello, che dava soddisfazioni alla famiglia, che sembrava poter avere un gran bel futuro, bla bla bla. Ero il classico tipo di persona che si dispera se ha la media dell'otto in una materia piuttosto che nove, giusto per rendere l'idea. Lo stesso tipo di persona che, adesso come adesso, mi fa schifo. O invidia, molto più probabilmente. In ogni caso, le cose per me sono radicalmente cambiate tre mesi fa, quando ho subito una perdita che mi ha devastato completamente e che mi ha dato una spinta verso il baratro in cui vegeto ora. Ma partiamo dal principio. Quando ero bambina, ricordo che uno dei miei crucci maggiori fosse il fatto che alcuni compagni di classe mi prendessero un po' in giro, dicendomi che ero grassa (che poi, neppure era vero), secchiona (cosa che io non ho mai ritenuto un insulto, comunque), cavolate di questo genere. Insomma, infanzia serena, tutto tranquillo. Mia madre mi seguiva molto per la scuola, ed era anche severa: ad esempio, se sbagliavo qualcosa mi strappava la pagina del quaderno. Ma credo che questo sia abbastanza normale. E comunque, per dare delle basi ad un figlio è necessaria anche la severità, no? Per quanto riguarda la morte che ora è ovunque attorno a me e soprattutto dentro quella che molti definiscono "anima", questa entità salvifica non si era mai affacciata nella mia vita, fino al giorno in cui, quando io avevo 12 anni, morì mia nonna (l'unica che io abbia mai conosciuto). Successivamente, quando io avevo quasi 14 anni, in una chat ho fatto brutti incontri, gente che mi ha plagiato la mente fino a convincermi che la vita fosse qualcosa di negativo, e che i miei genitori fossero brutte persone che esercitavano violenza psicologica su di me. In quel periodo sono stata autolesionista, e, dopo un litigio con mia madre, ho tentato di tagliarmi le vene (fallendo clamorosamente, difatti ho ottenuto solo tagli da normale autolesionismo, niente che potesse far pensare ad un tentativo di suicidio). Come mi era venuto in mente di tagliarmi le vene con un coltello? Che sciocchezza. Ma quello, paradossalmente, è stato il punto da cui allora sono riuscita a risalire, anche grazie ai miei genitori che, dopo un iniziale shock, mi sono stati molto accanto (seppur sbagliando alcune cose: ad esempio, mio padre alle volte quasi mi prendeva in giro per questo fatto dei tagli. Una volta, durante un litigio, io me ne ero uscita con una frase del tipo: "Non sapete quello che potrei fare..." e mio padre mi aveva risposto con tono beffardo: "Che vorresti fare, tagliarti?" e mi aveva fatto sentire una persona patetica. Ma magari, lo ero, come lo sono anche adesso, quindi nulla quaestio). Ma il sole, così come sorge, tramonta sempre presto. Quando avevo 15 anni mio zio, dopo una lunga malattia, è morto. Io, che dopo il tentativo di suicidio dei 14 anni avevo iniziato ad avere tendenze disposofobiche (conservando anche le bustine delle merendine, con i rimproveri di mio padre che è contrario all'accumulo di cose secondo lui inutili), ho iniziato ad accumulare ancora di più, ad esempio registrando i miei, a volte, quando magari raccontavano fatti della loro infanzia o cose così. Ho iniziato, insomma, a raccogliere le vite dei familiari che mi erano rimasti, dopo che una di queste vite (due, se ci aggiungiamo mia nonna) si era ormai spezzata, e quindi per me era "troppo tardi". Ho deciso che non dovevo sprecare il tempo che avevo con i miei, dato che ormai avevo sprecato quello avuto con mio zio defunto. Su questa onda del "raccogliere i ricordi" ho proseguito, incrementando sempre di più il numero di file al giorno, scrivendo testi sempre più lunghi e dettagliati nel mio diario (che sia cartaceo o digitale) etc. Ed arriviamo al 2017. Anno infausto. Tre mesi fa, al culmine del mio accumulo e della soddisfazione (ero felice, perché dopo tanti mesi di lavoro, stavo finalmente riuscendo a raccogliere un considerevole numero di ricordi dei miei familiari), una mattina, puff!, 30 GB di roba persi. Forse un virus, non so cosa accidenti fosse, fatto sta che sono crollata nella confusione e nella disperazione più nere. All'inizio neppure riuscivo a concentrarmi nello studio, difatti ho cominciato a prendere voti più bassi, a giustificarmi a destra e a manca, a scappare dalle verifiche con le classiche "assenze tattiche". Nel frattempo, mi sono attaccata ad una chat (di cui preferisco non dire il nome), dove ho conosciuto, solo virtualmente, persone, anche della mia età, con cui ho potuto scrivere un sacco. Stare lì mi ha permesso, in questi tre mesi, di fuggire il più possibile dalla realtà. Come un qualsiasi drogato, io ho usato la droga (la chat, s'intende), spendendoci giornate e anche notti intere, per evadere da una realtà che si era disgregata, una realtà dove non avevo più il controllo. Così facendo, però, ho peggiorato le cose. Evitare i problemi non li elimina, anzi... e infatti i fallimenti a scuola sono aumentati (l'ultimo oggi, scena muta totale in un orale), ho perso ancora di più il controllo, litigo continuamente con i miei che mi stanno addosso - giustamente - perché sono stanchi del mio essere continuamente tra computer e cellulare, e ieri sera ho litigato a tal punto con mia madre (che era esasperata perché neppure ieri avevo studiato), che lei mi ha pure graffiato. Nulla quaestio anche qui, tanto se non mi avesse ferito lei sul braccio, lo avrei fatto io. Difatti, quasi dimenticavo, in questi tre mesi di confusione totale, sono tornata ad essere autolesionista. Lo faccio non perché penso di risolvere qualcosa, ma perché nel momento in cui mi taglio, ho possibilità di non pensare a nient'altro, e allo stesso tempo ho modo di imprimere il mio odio per me stessa sulla mia pelle. Se non ci stanno segni rossi, non mi sento a posto sulla coscienza. I miei voti fanno schifo, i miei genitori sono perennemente arrabbiati con me (loro non sanno né della chat né della perdita che ho subito tre mesi fa, sanno solo che sto sempre al computer e che a scuola non sono "brillante" come un tempo), il controllo che avevo sul mio progetto di salvare quanti più ricordi possibile è andato in fumo... cosa mi resta? Sono addirittura arrivata a bere del detersivo al mero scopo di sentirmi male, così da convincere mia madre a non mandarmi a scuola (ovviamente i miei non sanno che ho bevuto il detersivo, credono che io abbia somatizzato l'ansia per la scuola, ed ecco perché mi sia sentita male, mentre ovviamente il vomito, la febbre etc. erano dovuti all'ingerimento del detersivo). Da tempo mi dico che voglio, o meglio, devo, cambiare, tornare come prima (prima della perdita), ma non ci riesco. Ogni volta che mi metto a studiare mi sale l'ansia, che si manifesta o attraverso sonnolenza (strano ma vero) o attraverso apatia. Da quanto tempo non studio in modo serio? Ho persino smesso di prendere appunti in classe, infatti mentre i professori spiegano, io scrivo per cavoli miei, esprimendo tutto ciò che ho sintetizzato qui. Non sono sicura di essere stata chiara. Ho inoltre paura di essermi resa molto riconoscibile attraverso questo testo, ma che mi importa? Seppure qualcuno che mi conosce lo trovasse e leggesse, e mi riconoscesse, a me che cambia? Tanto, se sono fortunata, tra pochi giorni questa tortura sarà finalmente finita. Tra la disposofobia, l'autolesionismo e la chat, non so neppure quante dipendenze ho... Ops, non ho approfondito il tema della disposofobia. Detto in breve: registro tutto ciò che dicono i miei familiari e che dico io, rovisto nella spazzatura della carta per fotografare i fogli buttati dai miei, devo costantemente sapere cosa stanno facendo i miei, mi dà fastidio se viene cancellato o buttato qualcosa, mi irrita sentire i miei che parlano se io non li sto registrando, etc. Ebbene, il giorno della perdita, questo controllo ferreo che ero riuscita ad instaurare, e che era uno dei pochi motivi per cui riuscivo ad essere felice, è andato in fumo. Di punto in bianco. No, non ci sono modi per recuperare le informazioni perse; se ci fossero stati, ora io starei benissimo. E quel giorno, quello schifosissimo giorno io sono piombata in questo baratro di disperazione. Sono affogata nel mio stesso casino, nel mio fallimento, e non riesco più a risalire. Considerando che ho avuto idee suicidarie per tre anni, questo tema - il suicidio - non mi è nuovo, e non è sorto certo dopo la perdita, ma in questi ultimi tre mesi si è trasformato da semplice desiderio a piano concreto. Più mi sono estraniata da una realtà disgregata, più questa realtà si è fatta soffocante, rendendo il mio totale fallimento come persona una cosa assolutamente palese, e la scuola ne è lo specchio. Come faccio a continuare a "vivere" così? Vorrei morire, ma allo stesso tempo non vorrei lasciare i miei col mio cadavere. Non mi fa paura imbottirmi di pasticche, o tagliarmi le vene, o buttarmi da un'altezza elevata; mi fa paura la reazione che i miei potrebbero avere di fronte al mio cadavere. Urla? Pianto? Shock? Malore? O forse rabbia. Forse mi odierebbero per il mio gesto egoista. O forse cadrebbero nella disperazione anche loro. O forse riuscirebbero a capire che senza di me sarebbe tutto migliore? Tanto che sto a fare io qui? A farli arrabbiare, a deluderli... Non vedo più un futuro. Non credo che per me ci sarà mai nulla. Io sono apatica, vuota, senza interessi, passioni o desideri. Quale futuro potrei mai avere? Con la scuola non riesco ad andare avanti, quindi come farò ad andare all'università? I miei vorrebbero mandarmi a lavorare, visti i miei recenti insuccessi scolastici, ma credo sia più una punizione che altro. Non credo che fare la barista o la cameriera sarebbe ciò che vorrò fare per tutta la vita, e ho paura che abbandonando la scuola mi precluderei qualsiasi carriera. Prima avevo dei sogni (diventare una giornalista o una psichiatra) ma direi che li ho abbandonati del tutto. Vorrei solo lasciare la scuola così, su due piedi, e ricominciare poi, sperando che qualche mese di vacanza mi permetta di stare un po' meglio e riordinare la mia testa, ma come dire ai miei che a maggio voglio lasciar perdere tutto, per poi rifare l'anno daccapo? In ogni caso, queste sono domande vane. Non so perché sto scrivendo questo papiro, forse vorrei solo un salvagente, chissà. Spesso, nella chat, mi hanno suggerito di rivolgermi a degli specialisti per stare meglio, ed eccomi qui. Mi scuso se sono uscita fuori tema, se ho scritto la storia della mia breve e stupidissima vita piuttosto che una semplice domanda, ma ho pensato che il modo migliore per spiegare la perdita, e quanto mi abbia fatto male, fosse quello di illustrare cosa mi ha portato a diventare così. Credo che il passato sia molto importante. Del resto, è l'unica cosa che ho, visto che il mio presente è uno schifo e il futuro è del tutto inesistente. Quindi, non so, immagino che nessuno leggerà mai questa roba, insomma, chi leggerebbe un papiro simile? Che poi, sarò sicuramente stata molto confusa e imprecisa. Ma visto che sono capitata qui in questo sito mentre facevo ricerche sull'omicidio, direi che già scrivere è un bel risultato. L'alternativa era quella di prendere un coltello, far fuori i miei genitori e successivamente, finalmente, ammazzarmi. E' da settimane che ci penso. Se l'unico motivo per cui resto in vita sono i miei genitori, eliminando loro eliminerò l'unico legame che ho con la vita, e non ci sarebbe più nessuno a piangermi. Non ho amici o cazzate del genere, ho solo i miei genitori. Se solo riuscissi ad eliminarli, risparmierei loro la sofferenza di ritrovarsi, una mattina, o un pomeriggio, con un cadavere al posto della figlia. Direte, se non vuoi farli soffrire per la tua morte, continua a vivere. Ma io non riesco! Non ho motivazioni per andare avanti in questo inutile e tortuoso percorso che, fra un giorno o fra ottant'anni, finirà comunque! Perché dovrei andare avanti? Perché procrastinare qualcosa di inevitabile? Perché continuare a deludere i miei genitori giorno dopo giorno? La mia esistenza è per loro motivo di delusioni, arrabbiature e ansia. Quindi perché dovrei proseguirla? Io non la voglio, per i miei è deleteria, e allora l'unica soluzione è farla finire una volta per tutte. Ma ogni volta che mi avvicino a loro dormienti con un coltello, poi mi fermo. Non riesco. Qualcosa mi frena, mi impedisce di dare a loro e a me la pace che in vita io non avrò, e che col mio fallimento sarà preclusa anche a loro. Intendiamoci: io non voglio essere un'assassina. L'idea di ucciderli mi fa male. Ma quali altre scelte ho, se li faccio soffrire sia vivendo che morendo? L'unico modo per far finire tutto questo è la morte... ma mi manca quel pizzico di "follia" che di solito aiuta se si deve uccidere qualcuno. E niente, vegeto. Chissà perché spero che qualcuno risponda. Nessuno leggerà questo schifo... in ogni caso, lascio un saluto. Sperando che sia l'ultimo. Ps. Perdonate se non inserisco il vero nome, ma preferirei mantenere il riserbo sulla mia identità, sono già fin troppo riconoscibile da tutto ciò che ho scritto...

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Miglior risposta 11 MAG 2017

Ciao, come vedi qualcuno ha letto il tuo "papiro" (e chissà quanti lo faranno oltre a me). E ti assicuro che leggendolo non mi è assolutamente balenato il pensiero di quanto sia inutile la tua vita. Anzi.

Carissima, da come scrivi, pensi e agisci ho difficoltà a vedere quella persona "patetica, insignificante e debole" che dici di essere. Ciò che in verità ne esce fuori è un'immagine di una persona confusa e spaventata ma non certo debole e patetica.
Parli di un attaccamento al passato, quasi morboso, e ci può anche stare... Chi non ha paura della morte? Chi non teme di godersi attimo dopo attimo la vita?
La tua "raccolta" di dati quotidiani ti ha ancorato ancora di più al passato.
Ma mi viene da chiederti: ne vale la pena essere così morbosamente attaccata al passato e tralasciare il presente e soprattutto il tuo futuro?
Ti sembrerà una frase fatta ma, sul passato non è possibile operare, è accaduto e non si torna indietro. L'azione è concessa solo sul presente e indirettamente sul futuro. Sei tu che determini il tuo presente e condizioni il tuo futuro.
Quindi basta spostare le proprie forze...
Quanto stai investendo sul presente? Quanto sul futuro? E quanto sul passato?

Ciò non significa che il passato sia da buttare, ma bisogna usarlo come sprone per migliorare, come esperienze vissute da ripetere o no... o come bei ricordi da sfoderare per sorridere quando la vita (e capita a tutti) ti abbatte.

Hai perso tutto il materiale raccolto fino ad ora? Benissimo. Vivilo come un nuovo inizio: aprire una nuova pagina del tuo DIARIO, che riparte DA TE, da oggi.
Un nuovo DIARIO che sia per te utile per il tuo futuro.

Riprendi in mano i tuoi sogni, perché devi iniziare ORA a lottare per ottenerli. Sei in tempo!!
È evidente come le capacità ci siano, ti sei solo dimenticata momentaneamente di averle, persa nella cura di quello che è stato (la tua idea di diventare un giorno giornalista mi sembra coincida perfettamente con la tua attitudine al racconto...).

Cambiando la prospettiva della tua vita su di te e sul presente, a cascata avrai un cambiamento su tutta la tua vita, in generale. Fidati!

E ricorda che chiedere un aiuto (anche ad uno psicologo) non è sinonimo di sconfitta, ma anzi... di forza e voglia di cambiamento e tu EVIDENTEMENTE ne hai tantissima. :)

Resto a disposizione...
Ciao

Dott.ssa Mariangela Cardinale Psicologo a Agrigento

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11 MAG 2017

Gentile utente, nel "papiro" che scrivi, oltre a tanta sofferenza, si può intuire anche un grande desiderio di uscire dalla condizione in cui ti trovi e anche delle risorse che tu da sola probabilmente non sei in grado di vedere... Questo scritto è stato un buon inizio. Prova a rispondere a qualcuno di noi. Io resto a disposizione.

Dottoressa Francesca Fontana Psicologo a Monza

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