Sto morendo di sete (leggi: crisi esistenziale)

Inviata da Erik Manni · 29 giu 2021

Mi chiamo Erik, ho quasi 30 anni e sto morendo di sete.
Da quando sono nato è andato tutto storto e le cose sono precipitate a spirale accumulando problemi giorno dopo giorno dopo giorno, fino ad arrivare al punto in cui mi sento soffocare, in cui sono circondato dall’acqua e vedo tutti che ci nuotano aggraziati, e invece io paradossalmente languo e muoio per la mancanza di nutrimento e di vita.

Da quando ero piccolo, sono sempre stato circondato da un deserto psichico e affettivo quando invece io sono una persona estremamente profonda e che sarebbe pronta ad accogliere l’abbondanza e l’amore, ma che non ha mai conosciuto né l’una né l’altro perché la famiglia non glieli ha dati e non sa dove andarli a cercare (e detto francamente, anche se li vedessi forse non li riconoscerei).

Già dai primi giorni di vita mangiavo poco o niente, crescevo poco, avevo sempre problemi di salute di natura psicosomatica che sono stati ampiamente sottovalutati.
I miei genitori erano cupi e anaffettivi e non sapevano che fare con me. Mi lasciavano molto tempo da solo, però intanto mi hanno proiettato addosso un mondo angosciante fatto di mostri, di scenari terribili pieni dei loro fantasmi di guerra, abusi e povertà.
Anche se io sono nato e cresciuto alla periferia di una città pacifica e moderna e senza particolari problemi economici, e quindi non c'era ragione di vedere il mondo in quel modo, per me quella è stata la realtà finché non ho imparato a pensare con la mia testa, e credetemi, imparare a fare tutto da soli e sviluppare un’autonomia di pensiero, mettere in discussione i modelli familiari disfunzionali quando si hanno 5 o 6 anni non è facile per niente. È quasi impossibile, ma io ci sono riuscito, anche se a un prezzo insostenibile che pago ancora adesso. Forse è stato lì che la mia personalità in formazione si è spaccata e frammentata. La mia famiglia è quella che avrebbe dovuto insegnarmi e amarmi e invece ha abdicato su tutta la linea.

Per me la quotidianità era un grumo innominato di angoscia da quando mi alzavo a quando andavo a letto e non riuscivo a dormire perché da ogni angolo di buio si sporgevano dei pericoli immaginari, una cosa aggravata dal fatto che avevo molta fantasia ed empatia e quindi incameravo tutto, tutto ciò che mi circondava, come una spugna.
Per me la normalità erano dei parenti tossici e giudicanti, un padre assente e chiuso e senza emozioni né empatia, una madre ossessiva e con diagnosi di psicosi e di depressione, e chissà che altro non diagnosticato, che un giorno urlava e mi aggrediva fisicamente e il giorno dopo mi baciava, e il giorno dopo ancora alternava lunghe dormite all’ammazzarsi di lavoro e “soffrire per gli altri perché è giusto così nel nome di Dio”.

E intanto io, una bambina (sì, all’epoca c’era una “a” invece che una “o”), testarda e intelligente e con una grande voglia di sopravvivere, sono stato il mio migliore amico, il mio genitore e il mio unico esempio. Io, autonomamente, a 13 anni ho chiesto di iniziare una terapia psicologica e ho dovuto lottare perchè i miei genitori non volevano firmare il consenso. A 16 anni ho messo su casa. A 18 anni lavoravo e studiavo. Ditemi voi se è normale. E meravigliamoci se adesso pago il conto di tutto quello che mi sono lasciato indietro e allora sono anni che sono fermo e non progredisco e non riesco più a studiare o lavorare o ad avere uno straccio di relazione sociale. Sto andando in pezzi. Ho anticipato i tempi e i tempi adesso sono arrivati a chiedere il conto con tutti i dannati interessi.

Ho dovuto imparare dai libri, dalla fantasia e dagli errori madornali che ho fatto uno dopo l’altro. Dai burroni da cui nessuno mi ha salvato. È un miracolo che io sia vivo. E per non avermi insegnato, per non avermi sostenuto e amato, ho ancora dentro una rabbia atroce e cieca nei confronti della mia famiglia che cerco di sfogare in ogni modo socialmente accettabile che mi salvi da quelli non socialmente accettabili; che cerco di elaborare, integrare, ma che porca miseria, non se ne va e non se ne andrà mai nonostante mia madre sia morta da un decennio e mio padre ormai sia molto anziano e ancora più spento.

La mia personalità si è strutturata attorno al niente e infatti per moltissimi anni ho dovuto fare i conti con l'impossibilità di capirmi e pertanto comunicare me stesso agli altri, perché non avevo nessun aiuto e nessun esempio esterno e in sostanza venivo ignorato da tutti. Tanto me la cavavo, tanto respiravo ancora, tanto i bei voti li prendevo e non dicevo mai niente, fino al giorno che guarda a caso non mi hanno trovato sul marciapiede in fin di vita e allora, oh, forse si sono accorti che c’era qualcosa che non andava?

Avevo bisogno di qualcuno che mi vedesse e mi capisse, e allora per reazione ho sviluppato un complesso narcisistico che inizialmente mi fa credere di essere il migliore in qualunque campo in cui mi impegno un attimo, supportato anche dal fatto che io effettivamente SEMBRO il migliore perché le cose mi vengono facili non appena mi ci impegno. Ho questi enormi picchi di energia, questo fuoco che mi brucia dentro e mi fa compiere imprese molto difficili, mi fa andare benissimo ai primi esami che do o ai primi mesi di un lavoro o una relazione, mi fa spaccare il mondo, e quando sembra che le cose stiano andando bene…puff, tutto cala e perdo qualunque interesse ed entusiasmo.
E quindi mi sento il più incapace della Terra e mi autosaboto distruggendo tutto ciò che sono riuscito a costruire perché, come voi ben sapete, la gratificazione esterna non nutre il mio sé profondo ma gonfia solo il mio ruolo sociale, un ruolo falso e un riconoscimento falso datomi da una società che disprezzo, e quindi mi fa solo arrabbiare anziché darmi gioia.

Ho costruito tutta una serie di ruoli che poi ho demolito serialmente, e non se ne salva neppure uno. Scrittore, venditore, insegnante, biologo, medico, massaggiatore, alpinista, sportivo, attore e almeno altri venti; io sono uno, nessuno e centomila. Tutte discipline in cui ho perso alcuni anni della mia vita investendoci tempo e soldi e anima finché il fuoco durava, ma non appena ricevevo i primi premi e le lodi, non appena le cose FUNZIONAVANO, e anche alla grande, chiudevo tutto e scappavo via.

Ho cambiato tante case. Ho cambiato liceo e 5 facoltà universitarie e alla fine mi sono diplomato e laureato a una triennale di cui adesso non mi interessa niente, non con il massimo dei voti bensì con dei voti normali, nonostante io avessi tutte le capacità per fare di meglio. Io sono così, costruisco e poi disfo, con quella rabbia che non si è mai assopita che mi consuma e che davvero non so dove mettere e allora la riverso su me stesso.

Adesso non lavoro e sto facendo la mia seconda triennale a quasi 30 anni, ho l'opportunità di iscrivermi a una magistrale che mi interesserebbe, eppure non voglio, non lo faccio perché ho una paura fottuta che anche questa vada male e non so dove sbattere la testa. Non voglio più fare niente. Sono confuso e mi sto adagiando nel pantano in cui sono finito. Dopo dieci anni di vita in solitaria sono tornato a casa di quel padre che odio e a cui romperei la testa ma non so come venirne fuori perché non ho uno straccio di soldo e perché piuttosto che accettare un lavoro degradante come tutti quelli che ho fatto in passato e dove essere in contatto con colleghi invidiosi e capi che mi insultano e mi molestano preferisco spararmi.

Questo sembrerà molto snob, ma tante belle premesse, tanta intelligenza, tanta sensibilità e poi tutto quello che il mondo ha da darmi è un posto da HM o da McDonalds o [inserire qui multinazionale a caso], per potermi pagare un affitto e tornare a vivere da solo come facevo anni fa invece che stare da mio padre, e potermi tenere in piedi a suon di hobby del fine settimana, pizza e netflix? Ma che ci sto a fare in questo mondo allora? E come fa la gente normale a non farsi questa domanda e non uscire completamente di testa?

Ogni tanto provo strenuamente a risollevarmi, ma ogni attività piacevole diventa presto un’ossessione e una scusa per ubriacarcisi, e che mi fa sentire in colpa perché non preparo esami e non lavoro, quindi alla fine perdo mesi e mesi senza fare…niente. Fisso il muro. Io le cose (e le persone) le prendo e le scavo fino all’osso e poi l’osso lo butto via, e niente mi soddisfa più.

E sì che in passato ho fatto anni di terapia, e un po’ mi hanno aiutato a rimettere insieme i tassellini della mia esistenza o quantomeno a pescarli dal mazzo, a dargli un nome, ma adesso mi ritrovo con una serie di questi tasselli apparentemente spaiati fra loro e non so più come incollarli.
Paradossalmente, l'unica cosa che adesso ho ben chiara è la mia identità di genere e la mia sessualità, argomenti che per anni sono stati il fulcro della terapia psicologica e su cui francamente ho lavorato anche troppo, perché si riteneva che il problema fosse quello. In realtà, è solo un pezzetto del disastro totale, ma almeno uno l’ho sistemato.

La mia affermazione di genere mi sta rendendo felice, ma è fisicamente impegnativa perché sto a tutti gli effetti attraversando una seconda adolescenza e mi sto abituando a un corpo nuovo, e anche se questo mi rende immensamente più rilassato e contento quando sono da solo nella mia stanza, poi quando vado là fuori è fonte di ulteriore scollamento sociale perché viviamo in una società ancora profondamente transfobica e omofoba. E ancora una volta, nessuno mi chiede come sto, perché tanto sembro cavarmela, gli esami del sangue vanno bene, solo le persone che pago per farlo, i medici e gli psicologi, sono interessati a farmi questa domanda per scriverlo su un foglio (e ho sempre il terrore che se dico che sto male in altri ambiti della vita, mi vietino la terapia ormonale che è l’unica cosa giusta che io abbia mai fatto).
Detto in gergo, a me non mi caga nessuno ed è anche normale, visto che come posso pretendere che la gente mi ami per quello che sono se io per primo, genere a parte, non so ancora chi diavolo sono e cosa ci faccio su questo pianeta?
Io che cerco disperatamente di integrarmi e ritrovare me stesso, come posso farlo se poi questo me stesso non trova una sua collocazione?

Le alternative sono solo continuare a mentire e recitare ruoli e compromessi, oppure fuggire via da tutto, e non mi piace né una né l’altra.
Non ho la forza di infilare dei vestiti in valigia e mollare tutto e andare a “cercare fortuna” in un Paese diverso, anche se ogni tanto mi ritrovo a desiderarlo, ma poi mi chiedo se non sia tutta una grande utopia che da un’altra parte le cose andrebbero meglio, quando il caos prima di essere là fuori, ce l’ho sotto i tre strati di meningi.
Non ho la forza di compilare un curriculum in cui dovrei per forza mentire per giustificare al mondo come mai sono anni che non lavoro, come mai ho cambiato così tanti percorsi. Dovermi giustificare per tutto ciò che sono e che ho fatto come se avere gli occhi aperti e il cuore sanguinante fosse un crimine e come se me la fossi andata a cercare volontariamente.

Spesso ho pensato di voler morire, in passato sono stato spesso sull’orlo del suicidio.
Ma non riesco nemmeno a fare questo, perché in realtà io amo vivere. Amo la mia mente. Amo pensare anche se mi fa vivere male nel mondo e non riesco a drogarmi come fanno tutti di alcol, erba, shopping, figli, discoteche, pettegolezzi o qualunque altra merda li tenga in piedi. Amo questo corpo che sta diventando sempre più simile a quello che sono. Amo gli animali, la natura, la cultura e tutte le altre cose che la gente sta distruggendo perché non le capisce e perché pensare, amare e avere cura del prossimo è molto più difficile che essere egoisti e menefreghisti.

Io semplicemente non sto bene con me perché non so questo me chi sia, e perché il mondo che mi circonda è molto più arido di quello che ho dentro e ormai è tardi, è tardi per qualsiasi cosa. Io sto affogando nel deserto.

E quindi sto qui in questa impasse senza sapere come uscirne, non so cosa farne degli anni che mi restano. Ho mandato la mia vita a farsi fottere così tanto che non so nemmeno più da dove cominciare, da qui il titolo e da qui la mia richiesta, a cui è chiaro che risponderete “le consiglio di fare un ulteriore percorso di psicoterapia”, io per primo sento di averne bisogno. Ho appuntamento fra sette giorni. Magari se servirà chiederò anche un supporto farmacologico. Ma la domanda è: davvero credete che questa sia la soluzione? Credete che si possa salvare qualcosa da una vita del genere? C’è un suggerimento da darmi, qualcosa che potrei fare subito -terapia a parte- per uscire da questo stato? Io ormai di fiducia non ne ho più e temo che le fondamenta che dovevano essere costruite prima, adesso non si possano più edificare. O finirò a cercare in ogni interlocutore, amico, boss, compagno e sconosciuto l’ombra di una famiglia che non ho avuto e che nessuno mi ridarà indietro e che non posso proiettare su gente innocente.

Sono una rana in una pozza d’acqua dove tutte le altre rane si godono, ignare, il sole in superficie, e fortunate loro perché ci riescono. Io non ci riuscirò mai e infatti sto affogando, o per meglio dire, sto morendo di sete nel bel mezzo di un lago.

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Miglior risposta 30 GIU 2021

Buonasera,
le rispondo per punti.
Si, noi pensiamo che la terapia sia una possibilità di incontro con l'altro, non importa quanti fallimenti ci sono stati prima o quanti ne verranno dopo, la vita è sempre una possibilità di incontri non dettati da un tempo ordinario ma da un fuori tempo in una a-temporalità che non tiene conto di quello che noi pensiamo;
No, non c'è nessuno da salvare. Salvare, nella sua accezione più propria ha un forte richiamo morale, qui non c'è nessun "peccatore o peccatrice da salvare" pensiamo piuttosto che si possa animare, risvegliare anima, dare vita, risvegliare vita, restituire vita, anche in quella che lei definisce "una vita del genere". Il senso della diversità e della profondità della vita è oltre ogni giudizio e pregiudizio, non ci sono vite giuste e vite da scartare, questo per quanto mi riguarda è un errore ontologico prima ancora che psicologico.
No, non ho un suggerimento da darle (per come lo intende lei) per uscire da "questo stato" se non affidandosi ad un professionista o qualunque altra figura che sia in grado di intercettare e di suonare le note del suo pianoforte.
Auspico di non essere stata troppo terapeuta e che in qualche modo la mia visione esistenziale, almeno per oggi, l'abbiano dissetata.
Dott.ssa Silvana Censale

Dott.ssa Silvana Censale Psicologo a Prato

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30 GIU 2021

Carissimo, la sua lunga richiesta trasmette tutto il suo disagio. Da qui riesco a sentire il peso della sua vita e della fatica che fa per portarla. Lei scrive del profondo odio che ha nei confronti dei suoi genitori. Ha lottato con questo odio e cosa ci ha guadagnato e quanto ci ha perso, invece? Perché non provare invece a perdonare o quanto meno ad essere più gentile con queste persone, che non avranno fatto del male a quella bambina per dispetto, ma solo perché non sapevano come gestire il loro dolore. ? Lei non sa chi è, ma forse nessuno di noi lo sa, poi anche a saperlo, perché dovrebbe essere importante? Cosa è importante? Stare bene, questo è sempre la cosa più importante. Lasciare che la nostra mente ci faccia del male? Non so se ne vale la pena. In effetti è la sua mente che la fa affogare. Che differenza c'è tra quando lei "costruisce" ed è nello stato di positività e quando distruggere e cosa interviene in quei momenti? Forse è sempre opera della sua mente. Si , la mente, che non sempre ci racconta la verità e si diverte a propinarci visioni e prospettive inutili, dolorose, disfunzionali, della nostra vita e lo fa perché siamo così. Ci siamo evoluti per pensare, ma pensiamo troppo, ora. Pensare meno e lasciare che le acque del lago ci portino su, a galla, lasciando fare e senza lottare. Risalire a galla per stare bene. Forse dovrebbe essere l'obiettivo di tutti, non solo il suo.
Resto a sua disposizione anche on-line. Carissimi saluti.
Dottoressa Barbara De Luca

Dott.ssa Barbara De Luca Psicologo a Catanzaro

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30 GIU 2021

Mi spiace che abbia affrontato da solo tutto questo ma d'altra parte complimenti per averlo fatto ed essere tutto sommato ancora in piedi.
Una buona notizia è che le rane non affogano, l'altra è che di rane consapevoli ce ne sono molte in giro e la terza è che le rane bevono attraverso la pelle, hanno bisogno di quelle pozze.

Dr. Gabriele Calsolaro - Psy.Home Psicologo a Maglie

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