Sono una psicoterapeuta ad orientamento PSICOANALITICO LACANIANO
FORMAZIONE:
Ho svolto i miei studi (triennale e specialistica) presso l'università degli studi de L'Aquila. Mi sono laureata alla triennale con una tesi sulle dipendenze nell'epoca iper moderna in un'ottica psico-socio-culturale. La tesi della magistrale verteva invece sulla tematica dei disturbi alimentari in rapporto alla funzione paterna e alla sua evaporazione. Dopo la laurea magistrale, mi sono formata presso I.R.P.A, Istituto di Ricerca in Psicoanalisi Applicata, diretto da Massimo Recalcati.
SERVIZI:
Mi occupo di terapie psicoanalitiche individuali, di coppia e di gruppo. Terapie rivolte all'infanzia, all'adolescenza e supporto genitoriale. Sono specializzata in Terapie per disturbi alimentari, dipendenze, attacchi di panico, dist. Della sessualità, relazionali e d'ansia generalizzata.
ATTIVITA' PROFESSIONALI:
Sono anche membro di un centro clinico per la cura dei nuovi sintomi (Jonas Roma). Inoltre, da quest'anno, svolgo il ruolo di tutor/docente presso la scuola di specializzazione nella quale mi sono formata (I.R.P.A).
Il nome del mio centro è TELOS
Perché TELOS?
L'etimologia di questa parola rimanda al concetto di compimento. Questo concetto non va tuttavia confuso con il termine "riuscita".
La scelta di questo nome ha in sé una motivazione molto netta che si può assumere a partire dal famoso detto nietzschiano: "diventa ciò che sei".
In questo consiste quello che chiamiamo compimento.
Cosa vuol dire?
La divisione che abita ciascuno di noi consiste proprio in questa impossibilità di far coincidere quello che si pensa, o si vuole, con ciò che si è o si fa esperienza di essere. L'ostinazione nel tentare di far aderire questi due aspetti è ciò che chiamiamo nevrosi o sofferenza. Possiamo dire che questa ostinazione (che non è cosciente) è ciò che ci fa ammalare psichicamente. Capita così di passare un'intera esistenza a combattere quello che è il proprio destino, quello che ci viene dall'Altro, dalla nostra venuta al mondo, nel tentativo di liberarci di e da questa ferita, da questa divisione.
Diventare ciò che si è non vuol dire accettare passivamente quello che ci capita ma vuol dire assumerlo come proprio tratto distintivo. Vuol dire fare un'operazione su ciò che l'Altro ha fatto di noi. Noi non siamo mai quello che siamo in modo deterministico, per questo Nietzsche utilizza il verbo: Divenire. È richiesto un lavoro da parte nostra per poter diventare ciò che si è.
In questo senso, il legame tra il soggettivo e il sociale è ciò che tiene le fila di questo discorso, aprendo il terreno perché questo lavoro sia possibile.
"Il carattere dell'uomo è il suo destino". (Eraclito)
La pratica psicoanalitica è una pratica che si basa sull'ascolto delle parole del paziente. Le parole hanno un posto fondamentale nella cura, poiché noi siamo fatti di parole. L'essere umano è tale proprio perché parla. Le parole che abbiamo ricevuto dall'Altro, già prima di venire al mondo (come per esempio il nostro nome), segnano già le tracce della nostra vita, della nostra soggettività. Conoscerle, sentirle, fare un lavoro su di esse, può aiutarci a risolvere i nostri sintomi, i nostri nodi traumatici. L'unica regola è parlare. Poter parlare.
"È quindi evidente che l'enunciato della regola fondamentale tutto sommato è dire, a una persona che viene per domandarvi qualcosa, eventualmente un aiuto, la regola fondamentale. Che non è altro che farle notare che bisogna patire e tribolare un minimo per fare qualcosa insieme, vale a dire che la cosa non funziona se in un modo o in un altro non si arriva fino a ciò che dispiace, non già all'analista, ma che dispiace profondamente a chiunque: fare uno sforzo [...]
Ciò a cui si tende, nell'enunciato della regola fondamentale, è proprio la cosa di cui un soggetto qualsiasi è meno disposto a parlare, vale a dire, per articolare bene le cose, il suo sintomo, la sua particolarità. La regola vuol dire: vale la pena attardarsi attraverso tutta una serie di particolari affinché qualcosa di singolare non venga omesso [...]
Se si incontra qualcosa che definisce il singolare, è quanto ho chiamato col nome DESTINO. È questo, il singolare. Vale la pena che sia tirato fuori, cosa che avviene per una buona sorte, sorte che ha comunque le sue regole.
La psicoanalisi è la ricerca di questa buona sorte, che non è sempre né necessariamente quel che si chiama felicità".
J. Lacan, 'Sulla regola fondamentale' in 'La Psicoanalisi n. 35. La pratica lacaniana. Senza Standard ma non senza principi', 2004.
La regola fondamentale in psicoanalisi è quella della libera associazione.
Lacan ci indica bene che solo attraversa di essa, in quanto riferita al sintomo, è possibile arrivare ad estrarre qualcosa di singolare dal discorso del soggetto.
Lacan distingue il particolare del sintomo dal singolare della soggettivazione. Questa distinzione è la posta in gioco in un'analisi.
Permette, per esempio, di fare una differenza tra una cura che punta a risolvere il sintomo ed una cura che, invece, ha di mira un processo di soggettivazione, ossia la singolarità della vita della persona che chiede aiuto.
Certo, il sintomo gioca il suo ruolo fondamentale e decisivo ma non è la sua dissoluzione, come obiettivo primario, che ci interessa. Il fatto che il sintomo possa sciogliersi è sicuramente auspicabile ma non necessario per la singolarità.
Perché? Perché il sintomo è qualcosa che si sposta, si adatta e, una volta risolto, si può benissimo riformare in altri modi. Puntare alla singolarità, invece, permette di fare un lavoro che ha come piano la posizione della persona nel mondo, ed e' a questo comportarmi il sintomo.
Per questo Lacan sottolinea che la psicoanalisi non ha necessariamente come fine la felicità ma la possibilità per chi chiede aiuto di passare attraverso il suo sintomo per trovare e assumere qualcosa di singolare, qualcosa della sua unica singolarità. Per assumere, quindi, il suo destino.
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