15 OTT 2025
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Ciao Chiara, capisco quanto possa essere difficile trovarsi ogni giorno a gestire comportamenti così ambivalenti e faticosi, soprattutto in una fase della vita già impegnativa come quella in cui vi trovate: due bambini piccoli, tanta energia da dare, ma anche tanto da tenere insieme, tra bisogni, routine, relazioni e mille decisioni quotidiane.
Dal tuo racconto emerge una mamma attenta, presente, che si interroga e si mette in discussione. Questo è un primo passo fondamentale, anche se spesso non sembra sufficiente. Ma lo è. Vuol dire che il legame con tuo figlio non è lasciato al caso, è vissuto, osservato, contenuto. Nonostante la fatica.
Quello che descrivi nel tuo bambino più grande è una complessità emotiva che in realtà è molto più comune di quanto si pensi. La sua apparente indecisione, il comportamento ambivalente – “voglio andare, non voglio andare” – è un segnale di un mondo interno che sta imparando a regolarsi. I bambini piccoli non sanno ancora dare un nome a ciò che provano, e spesso passano da un’emozione all’altra in modo caotico, travolgente. È come se la loro emotività fosse un’onda che li porta su e giù, e la tua presenza è la riva a cui cercano di aggrapparsi.
Nel caso specifico dello sport, quello che racconti è molto indicativo: la fatica del distacco, il bisogno di rassicurazione, ma anche la voglia – una volta entrato – di esserci, di partecipare. Ciò che accade prima dell’ingresso può essere visto come un momento di “lotta interna” tra la paura del nuovo e il desiderio di mettersi in gioco. Non è dispettoso, anche se può sembrarlo: è in crisi, nel suo piccolo modo. La fase dei 3-4 anni è molto delicata, perché il bambino sta facendo i primi veri passi verso la propria autonomia, ma lo fa tra mille incertezze.
Inoltre, c’è un aspetto che nomini e che è importante non trascurare: l’arrivo del fratellino. Questo passaggio, anche se ormai “passato” da due anni, ha sicuramente inciso profondamente sull’equilibrio del tuo primo figlio. Il primogenito, a volte, si sente spodestato, non più “unico”, e può esprimere il proprio disagio attraverso comportamenti regressivi (la lagna continua), provocazioni, sfide. Non sempre in modo consapevole. Sta cercando un posto nuovo nella famiglia. Vuole essere visto. E lamentele, crisi, pianti, sono un modo (scomodo, ma efficace) per richiamare attenzione e vicinanza.
Parli anche delle punizioni, delle sculacciate, del senso di impotenza. È comprensibile sentirsi frustrati, soprattutto quando sembra che “nulla funzioni”. Ma forse la questione non è trovare una strategia “giusta” per farlo cambiare, quanto provare a capire cosa ci sta dicendo con quei comportamenti. Perché ogni comportamento infantile, anche quello che ci esaspera, è una comunicazione.
A volte, l’unico modo che un bambino ha per dire “mi sento sopraffatto”, “non so come stare bene con te e con il fratellino”, “ho paura di essere lasciato indietro”, è attraverso la lagna, il pianto, il no costante. E allora forse ciò di cui ha più bisogno non è la punizione, ma la riconnessione. Non intesa come vizio, ma come contenimento affettivo. Stare con lui nel momento della crisi, nominare quello che sta vivendo: “Vedo che sei confuso. Prima volevi andare, poi no. A volte è difficile decidere, vero?”, oppure “Forse sei un po’ spaventato, non vuoi che io vada via, ma io ci sono, torno, e so che ce la puoi fare”. Non sempre le parole fanno effetto subito, ma aiutano a creare un linguaggio emotivo interno.
Un bambino che oggi urla, domani sarà un bambino che – se ascoltato – saprà dire “mi sento in ansia”. Ma questo lo può imparare solo se glielo insegniamo noi, con l’esempio, con la calma che non sempre avremo, ma che possiamo provare a coltivare, anche solo per pochi secondi ogni volta.
Tu e il tuo compagno siete già molto presenti: niente schermi, routine chiare, autonomia nella quotidianità, sono risorse preziosissime. Adesso forse c’è bisogno di un passo in più, non nella fermezza educativa (che è giusta e necessaria), ma nella qualità del legame. Nella pazienza di stare accanto anche quando sembra che lui stia facendo di tutto per respingervi.
Non sei sola. Molti genitori attraversano questa fase sentendosi esausti e scoraggiati. Ma il fatto che tu te ne stia occupando in questo modo, interrogandoti, cercando un confronto, è la dimostrazione che stai facendo un grande lavoro. Non perfetto, perché la perfezione non esiste, ma autentico.
Cordialità.