7 APR 2026
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Buongiorno Tommaso, grazie per aver scritto con questa lucidità. Si sente che da una parte lei ha trovato un’esperienza che le dà benessere, dall’altra si è spaventato perché alcune cose stanno diventando più “spontanee” e perché insieme al travestimento compaiono fantasie che non riconosce come sue. È una tensione comprensibile: quando un’esperienza interna si apre, il timore non è solo “cosa significa?”, ma “dove mi porta?”.
La prima cosa che vorrei dirle è che quello che descrive, di per sé, non è un segnale di “perdita di controllo” o di una trasformazione improvvisa della sua identità. Il crossdressing può essere, per alcune persone, un modo di esprimere una parte di sé legata all’estetica, al corpo, alla morbidezza, alla libertà dalle regole del ruolo maschile. In altri casi è anche una via di eccitazione e fantasia. Spesso le due cose convivono: benessere identitario e attivazione erotica possono intrecciarsi, e questo non rende automaticamente la componente “femminile” dominante, né la rende un destino inevitabile.
Lei mi chiede se “la componente femminile può crescere ed essere predominante”. Io tradurrei questa domanda in modo più concreto: può diventare più presente e più importante, sì. Predominante nel senso di cancellare tutto il resto, di solito no: più spesso diventa un’area della vita che chiede spazio, riconoscimento, integrazione. Quando viene tenuta chiusa per anni, può diventare impellente proprio perché è stata a lungo confinata. È un fenomeno simile a molti altri aspetti psichici: ciò che non trova posto tende a ripresentarsi con più forza.
Sul primo punto che la sconvolge, cioè la naturalezza dei gesti “femminili” quando è en femme, non lo leggerei come un segno che “lei sta diventando donna” in senso clinico. Piuttosto come un effetto molto umano: quando il corpo cambia assetto (tacchi, vestiti, postura, modo di sedersi), il movimento si adatta. E quando la mente entra in un ruolo interno più morbido o più espressivo, anche il gesto cambia. È spontaneo, sì, ma “spontaneo” non significa irreversibile: significa che quella parte di lei, quando ha permesso, sa abitare quel registro senza sforzo. Questo, in realtà, è un indicatore di autenticità dell’esperienza, non necessariamente di “slittamento” identitario.
Il secondo punto è quello che la spaventa di più: le fantasie verso un uomo quando è in abiti femminili. Qui la cosa importante è non fare un salto logico troppo rapido. Le fantasie non sono sempre una “verità” sull’orientamento sessuale. A volte sono una forma di sceneggiatura simbolica: se lei si sente “in femminile”, può emergere il desiderio di essere visto, desiderato, corteggiato da una figura maschile, perché quella è la grammatica erotica più coerente con lo stato interno in cui si trova. Non significa necessariamente che lei desideri uomini nella vita quotidiana, né che la sua identità eterosessuale venga “annullata”. Significa che in quel contesto la sua mente sta sperimentando un ruolo, una dinamica, un tipo di desiderio che ha senso dentro quella configurazione.
E il tema dell’eccitazione “mentale” con genitali che si ritirano: anche questo non è così anomalo come pensa. L’eccitazione non coincide sempre con erezione. Ci sono stati di attivazione erotica che sono più legati alla fantasia, al senso di trasformazione, alla carica emotiva, e che possono essere accompagnati da risposte corporee diverse. La retrazione può essere anche un segnale di “disidentificazione” dal ruolo maschile in quel momento, o semplicemente un effetto del sistema nervoso autonomo quando è molto attivato. Chiamarla eccitazione mentale è legittimo. Non la rende “pazzo”, né automaticamente omosessuale, né automaticamente transgender.
Quello che merita attenzione, piuttosto, è l’aspetto dell’impellenza: “arrivo in ufficio e devo farlo”. Quando qualcosa diventa così necessario, vale la pena chiedersi che funzione sta svolgendo. È un piacere? È una regolazione dello stress? È una zona di libertà che compensa una vita molto controllata? È un bisogno di intimità con sé stesso? Capire questo le darebbe molta più pace rispetto a interrogarsi solo su etichette e significati.
Se lei lo desidera, un lavoro con uno psicoterapeuta che abbia dimestichezza con sessualità e identità di genere può aiutarla non a “togliere” questa parte, ma a integrarla, a farla diventare una scelta e non un’urgenza, e soprattutto a ridurre la paura. Anche perché un altro tema implicito, nel suo racconto, è il segreto: questa esperienza avviene nel suo studio, in solitudine. La solitudine, quando c’è un segreto, tende ad amplificare sia il piacere sia l’ansia.
Lei non mi sembra una persona che sta perdendo se stessa. Mi sembra una persona che ha scoperto un canale interno intenso e vero e ora ha bisogno di comprenderlo senza spaventarsi e senza trasformarlo in un problema morale. È possibile farlo, con calma, senza decisioni drastiche e senza etichette premature.
Un caro saluto.