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Transfert e controtrasnfert: sono davero utili?

Inviata da Elena il 13 feb 2016 Orientamento professionale

Avevo già esposto una domanda sul distacco professionale e sulla sua quasi superata utilità. Le risposte sono state spesso omologate, neutre, altre volte violente e aggressive (qualcuno mi ha anche scritto privatamente di studiare, prima di parlare, perchè io non so nulla e quello che dico non ha nessun senso), una sola eccezione ha risposto con empatia, argomentando ogni cosa con molta dovizia.
Adesso voglio affrontare l'utilità del trasfert.
Da Wikipedia: "Il transfert (o traslazione) è un meccanismo mentale per il quale l'individuo tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio ovvero il soggetto non comprende completamente da dove si originino tali sentimenti, emozioni e pensieri. Il transfert è fortemente connesso alle relazioni oggettuali della nostra infanzia e le ricalca."
La prima osservazione che mi viene in mente è questa: non operiamo già un transfert anche sulle persone che conosciamo nella nostra vita quotidiana, persino su chi incontriamo per la prima volta per strada, eccetera eccetera? Che utilità, dunque, in una relazione terapeutica che spinge il paziente a rivivere costantemente il suo passato, facendolo sentire inferiore, schiacciato, dipendente quasi in tutto dal terapeuta che, con la sua "neutralità", spesso non gli fornisce nemmeno gli strumenti di informazione da cui poter trarre uno spunto?
Gli psicologi temono il coinvolgimento umano per mantenere il potere? Non credono, dunque che, così facendo, aumenteranno i sentimenti negativi del paziente, esasperandone altri?
Sicuramente qualcuno mi risponderà: è voluto. Tutto si crea affinchè il paziente proietti sul terapeuta quello che gli serve, sentedosi comunque accolto e non giudicato, libero nelle sue esternazioni... oserei dire, quasi "perdonato" nelle sue esagerazioni, laddove si vengano a creare. Questo avviene sulla base di un Codice Deontologico che i terapeuti si ostinano a seguire o, a volte, a violare, creando, in ogni caso, grande confusione nella mente del paziente, il quale non è più in grado di ragionare con la sua testa se non nel momento in cui dice: basta, me ne vado. Perchè? perchè esistono altre figure professionali più vicine a lui, più accomodanti e umane, che gli spiegano chiaramente, passo dopo passo, quello che c'è da sapere per una sua rapida evoluzione. Il paziente/cliente viene stimolato ad informarsi, invitato a leggere, e con lui vengono condivise delle conoscenze preziose che, invece, gli psicologi tengono per sè. Perchè? Per creare il trasnfert.
Io credo che questo concetto debba essere abbandonato a favore di un altro tipo di rapporto più proficuo per entrambi: il paziente non è un incapace (salvo rari casi) e lo psicologo non è onnipotente. E, in ogni caso, ricordo che padri della Psicologia quali Freud e Jung (ma molti altri loro colleghi) hanno avuto come amanti proprio delle loro pazienti. Hanno solo elaborato questa teoria per placare i loro istinti, ma non ci hanno creduto fino in fondo: basta vedere come hanno condotto le loro vite.
Quindi... perchè riproporre un modello evidentemente fallace (i forum sono tuttora pieni di pazienti che instaurano una relazione sessuale con i loro terapeuti) e perchè non rivedere tutte quelle tecniche che, oggiogiorno, sembrano risultare inefficaci e pericolose? Viviamo in un mondo che ci impone di appiattire il cervello, dove i supereroi sono perfetti e chi non raggiunge lo standard si frustra talmente tanto da arrivare persino ad ammalarsi. E il ciclo si ripete: medici che rimandano a psicologi, psicologi che instaurano un rapporto distaccato e poco chiaro nei vari passaggi della terapia (il paziente fa domande alle quali non riceve una risposta soddisfacente ma spesso solo un atteggiamento incomprensibile), pazienti che abbandonano e che vagano da un professionista all'altro finchè non si rivolgono ad altri tipi di professionisti. Solo allora, paradossalmente, ritrovano se stessi.
La mia è una provocazione? Può esserlo, sì. Ma siamo nel 2016, si parla di pari diritti anche per gli omosessuali, di famiglie arcobaleno, di molti altri argomenti che, in passato, facevano rabbrividire... invece, la Psicologia si dirama in numerose branchie, segue direzioni sempre diverse, si distingue per scuole e, alla fine, fa perdere il vero significato per cui essa è nata.
Io spero di ricevere un parere da parte degli psicologi di questo sito, se la mia richiesta sarà pubblicata. E sgombro il campo da ogni dubbio: non ho un problema di transfert con nessuno. Anni fa sono stata curata da uno psicologo junghiano che, ovviamente, è andato oltre il distacco professionale, ma senza mai dimenticare il motivo per cui mi ero rivolta a lui: sopravvivere, vivere, fare progetti e diventare indipendente. L'unica terapia che mi abbia davvero aiutata in questi anni. In marzo ne compitò 43.
Grazie per le risposte.

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Salve Elena
ohhh...ecco qua una bella domanda a cui è un piacere rispondere.
Un piacere perché affrontare questi temi apertamente credo sia di grande utilità sia per noi psicoterapeuti (costituendo momento di confronto e di utile riflessione in merito) sia per tutti coloro che leggono e che si pongono i tuoi stessi interrogativi e hanno voglia di saperne di più.
Come dicevo in altra lettera, oggi come allora (ai tempi della nascita della psicoanalisi, e di altre terapie alternative all'ipnosi, metodo praticato per tutto l' '800 e primo '900), se vogliamo che i nostri (vari e svariati) metodi di cura possano continuare a progredire, il contributo critico del paziente è fondamentale.
Se poi trattiamo del discorso (molto complesso) del transfert e controtransfert il punto di vista del paziente e di coloro che hanno un interesse alla psicoterapia e (anche solo interesse culturale), non può essere assolutamente ignorato.
Tuttavia devo anche rilevare che oggi come allora (e qui il tempo sembra non essere passato) parlare di questo è anche difficile in quanto sull'argomento vige anche una certa forma di tabù che fa sì che ci s'imbarazzi e che ci si arrocchi molto sulla difensiva.
Gli utenti, per fortuna, anche in questo spazio di guidapsicologi ci interrogano e si interrogano in merito.
Non potrebbe essere diversamente dal momento anche che stiamo parlando del "cuore della psicoterapia" e qui, cara Elena si inserisce a debito posto la tua domanda.
Dove lo mettiamo questo cuore in psicoterapia?
Da sempre è stato ingombrante, seppure senza di lui non ci sarebbe vita emotiva ed interiore e dunque il Transfert è un elemento che non può essere eliminato, perché, nella psicoterapia (oltre agli aspetti cognitivi) sono le emozioni che, ben più profonde, esprimono e colorano la vita interiore.
Le emozioni ferite, condizionano atti mancati, alimentano conflitti interiori, causano sintomi, producono sogni.
Il transfert è dunque una necessità, di cura, solo con il mettere queste emozioni malate in "ballo" e "ballare" con loro si può produrre terapia, cioè cura.
Però le emozioni "distorte" che ci vengono portate in terapia (e che si riferiscono ad avvenimenti passati e spesso traumatici), sono state vissute in relazione con altri per questo che, anche nella terapia, dovranno essere ri-vissute, non da soli, ma con un'altro, un altro che però sia pronto e sia capace di dare, col suo contributo emotivo, diverso colore alle cose accadute e correggerle.
Si balla insieme un nuovo ballo, si colora insieme al terapeuta forse lo stesso disegno di un tempo, ma con colori nuovi, ecco il controtranfert.
E' necessario che i movimenti emotivi transfert e controtransfert vadano insieme...
Dunque l'accadimento psichico del transfert e contro-transfert è un inevitabile ed ineludibile aspetto della cura, che però dovrà essere poi "liquidato" (cioè tolto di mezzo) e questo sarà possibile solo quando "il ritorno dell'emotività" nascosta e spesso soppressa, avrà finito la sua carica "virulenta" e acuta, attraverso debita interpretazione.
E' assolutamente necessario che il terapeuta padroneggi questa materia per condurre il processo a buon fine perché questo è suo compito specifico al quale più di ogni altra cosa viene preparato nel corso degli studi e, in particolare, nell'obbligo di svolgere a sua volta un percorso personale di psicoterapia con le modalità prescelte dal suo indirizzo di studio.
Nella storia della psicoanalisi, come ormai ben sappiamo e come ormai viene reso noto (anche attraverso il cinema, come attraverso i film che tu hai visto, e ti dirò che ce ne sono di ancora più vecchi ad esempio sul caso di B. Pappenheim, chiamata poi con lo pseudonimo di Anna O.), i Padri hanno avuto i loro "problemini" con le pazienti donne, le quali però hanno dato un contributo fondamentale e, a tutt'oggi, non riconosciuto. Ad Anna O. va il merito di aver coniato il termine di "cura parlata" a riguardo della psicoanalisi (e a ben vedere ha centrato perfettamente il punto della terapia); a S. Spielrein va attribuito se non del tutto, ma in larga parte, il concetto di transfert.
Non dimentichiamo che, con la loro intelligenza e con le sofferenze della malattia, sono coartefici della rivoluzione psicoanalitica, come lo sono, le "povere isteriche", magari meno colte e appartenenti a classi più abiette, che però hanno fornito materiale di studio e sperimentazione a prezzo del loro male.
A mio parere non sono ricordate abbastanza.
Ci sarebbe moltissimo ancora da dire, ma temo che dovrò accorciare.
I progressi oggi nello studio di transfert e controtransfert sono notevoli.
Dove i Padri hanno anche fatto cose poco nobili, diciamolo, (erano anche tempi assai diversi culturalmente da oggi), noi abbiamo maggiori strumenti.
Tuttavia la nostra attenzione all'agire terapeutico deve essere massima.
Si deve continuare a imparare la gestione del transfert e controtransfert e s'impara, a mio modestissimo parere, soprattutto con l'esperienza, perché le emozioni del paziente non vanno rifiutate ma gestite lucidamente e senza imbarazzo occorre trovare, per ognuno, la via giusta per giungere a risolvere e liquidare, il transfert senza lasciare ferite e senza ferirsi.
Solo guardando chiaramente in faccia questi aspetti possiamo divenire sempre più bravi in questi difficili compiti.
Ultima cosa, poi finisco: terapeuti non ci si improvvisa, è un lungo percorso, un lungo cammino, mai finito, mai concluso, da farsi con umiltà, e ascoltando il paziente, le sue domande , i suoi vissuti, le sue esigenze.
Il paziente è il Soggetto della terapia, il terapeuta è il suo "servitore" (il termine servitore è accettato e la definizione non l'ho inventata io).
Un caro saluto
Mi scuso per la lunghezza della risposta, spero non abbia annoiato.
Dott. Silvana Ceccucci psicologa psicoterapeuta.

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Cara Elena
guarda ieri ho risposto ad una tua domanda simile a questa (non credo sia proprio questa in quanto qui ci sono elementi diversi e, diciamo questa tua domanda è un ulteriore approfondimento dell'argomento), è stata una risposta che mi ha impegnata molto e che spero vedere pubblicata.
Comunque sia ora ti rispondo ancora perché, come dicevo ieri l'argomento merita vari confronti.
Innanzitutto mi dispiace molto che qualcuno ti ha dato dell'ignorante in quanto non mi sembri proprio tale per nulla e poi, in ogni caso, non è una cosa corretta.
Come ti ripeto, dando una ulteriore risposta alla tua domanda proseguo qua quanto argomentato ieri e anzi parto dal finale dell'altra lettera.
Infatti, terminavo dicendo che il concetto di transfert si è molto evoluto ed ora è considerato un poco diversamente da un tempo, sia come concetto globale, sia proprio nel trovare modi, non proprio per eliminare il transfert in psicoterapia, (infatti, come tu stessa dici il transfert, in qualche modo, è un fatto che avviene naturalmente e che dunque, fa parte di meccanismi umani di base, anche se al di fuori della psicoterapia si tratta di una "proiezione" più che di un trasfert in senso psicoanalitico e, questo termine è usato propriamente in psicoterapia), dicevo, non per eliminare il transfert ma per ridimensionarlo e agevolarne la "liquidazione" (liquidazione=spiegato nell'altra lettera).
In effetti il transfert si manifesta in modo molto forte, soprattutto a seconda del grado di "regressione" (altro termine psicoanalitico) che il tipo di psicoterapia prevede; quindi la tua domanda è effettivamente molto centrata e anche specialistica (altro che ignorante, sei avanti molto, a me sembra).
Nella psicoanalisi classica, ad esempio, il transfert è molto forte perché il paziente, sdraiato nel lettino, è di fatto in forte regressione, anche per l'atteggiamento neutro dello psicoanalista, che dietro il paziente si limita ad ascoltare.
In una psicoterapia "vis a vis" già il transfert è attenuato perché c'è maggior scambio e minor regressione.
E così potrei continuare per altre terapie.
Però considera (e qui l'ho spiegato nell'altra lettera ieri) che il tranfert non può essere eliminato perché è la base che permette di "correggere" le emozioni distorte del passato e quindi è il "cuore pulsante" della psicoterapia.
Sono molto daccordo con te che occorrerebbe davvero discutere molto su questi argomenti e mettere il paziente nella posizione ottimale di poter capire.
Inoltre il paziente cliente ha il diritto di chiedere e di essere trattato come merita.
I pazienti con cui si lavora meglio sono quelli attivi e reattivi, che pure chiedono e criticano e contestano, su basi di conoscenza e sapere.
Lo psicoterapeuta non è detentore di un sapere irraggiungibile, oggi molti (che possono farlo leggono e studiano). Anche chi non legge e studia ha certo sue osservazioni interessantissime da fare, ha esperienze di vita e punti di vista originali.
Mai trattare un paziente come un "sacco vuoto da riempire".
Non sei per nulla provacatrice e se lo fossi, saresti benvenuta.
Sei forte e ti apprezzo molto.
Riguardo alle donne in psicoterapia, ho già argomentato molto ieri.
Spesso il sapere (in molti campi) creato dalle donne è stato ignorato ed altri se ne sono impadroniti, non è una novità.
Tra le storie della nascita della psicoanalisi ci sono molti amori nascosti, fecondi di idee e di progresso.
Sappiamo che, al di là del transfert, possano nascere nella terapia anche amori autentici (tra gli studi ci sono anche i dettagli su come riconoscere queste situazioni).
Allora, le pazienti donne implicate furono o abbandonate o inviate ad altri.
Oggi, senza "consumare" la storia in terapia, si può fare lo stessso.
Il codice deontologico, cara Elena va visto, come tutela del paziente e non del terapeuta, proprio perché questo elemento di un possibile amore da consumarsi in terapia, ha già provocato (fin dall'inizio) enormi sofferenze, del paziente, più che del terapeuta stesso (come ben si può comprendere).
Quindi tassativamente il terapeuta deve attenersi in modo rigidissimo a questa regola.
D'altronde il codice dice anche che non si possono prendere in cura i parenti o amici e questo sempre a loro tutela...forse pochi sanno che Freud psicoanalizzò la figlia Anna....
Le regole di oggi sono a tutela del paziente, per non ripetere errori del passato.
Ti saluto molto caramente e continua a leggere, studiare e fare domande scomode!
Così ci si interroga e si progredisce!
Dott. Silvana Cecucci Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Silvana Ceccucci Psicologo a Ravenna

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Cara Elena, condivido pienamente le considerazioni che hai così chiaramente esposto. Quella che critichi è la vecchia immagine ed impostazione psicoanalitica.
E non solo Tu ed io ma tutta una nuova generazione di psicoanalisti, non importa a quale scuola appartengano. Se vuoi approfondire leggi " Psicoterapia psicoanalitica" di Nancy McWilliams.
Circa il transfert hai perfettamente ragione, è ubiquitario e direi fondante ( nel profondo) tutte le relazioni umane.
Non sò se sei una analista o studente o "semplicemente" (avrai certo capito la ragione delle virgolette) culturalmente interessata, o reduce da una esperienza analitica deludente. Comunque sono felice di aver letto la Tua lettera che dimostra un profondo e sincero insight psicoanalitico.
Se lo stai ancora cercando Ti auguro di trovare l'Analista Umano che cerchi, quello che si prende cura del suo analizzato, e non che lo cura.
Con molta simpatia. Marco Tartari, Asti

Dott. Marco Tartari Psicologo a Roatto

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Gentile Elena,
il transfert è uno degli strumenti con il quale uno psicoanalista, e non solo, si orienta per la conduzione della cura, senza,come già ho detto in precedenza, c'è solo terapia e non psicoanalisi...sottile distinzione per una pratica terapeutica.
Il transfert orienta il terapeuta, il punto è che non perché Lei non ci crede, perché abbia avuto esperienze non piacevoli, dirette o indirette, allora un terapeuta non ci debba credere.
I terapeuti sono persone, ognuno con i propri limiti e le proprie difficoltà, ma non per questo vengono meno - tranne in alcuni casi - alla loro professionalità. Il Codice Deontologico è uno strumento importantissimo che non solo regola il professionista, ma tutela il paziente.
Come per tutte le Leggi non è certo il Codice Deontologico che frena da un'azione sconveniente, illegale o solo poco professionale...come del resto non basta il Codice Civile come deterrente per un omicidio, atti violenti, stupri, truffe ecc
Non è la legge ad essere vincolante, è il soggetto che fa la differenza, allo stesso modo funziona per la terapia ed i terapeuti.
Per quanto riguarda i forum nei quali si parla di terapeuti che hanno superato il segno...può essere, ci sono stati casi e ce ne saranno in futuro, nessuno lo nega, ma non sono così frequenti come si legge.
Un terapeuta, in una relazione terapeutica, viaggia su di un confine sottile, a volte parole, atti, inflessioni vocali possono essere fraintesi, la cosa migliore è affrontare l'argomento con il terapeuta in questione.
La psicoanalisi, come l'origine della psicologia, hanno sicuramente un passato obsoleto...ma è l'attualità dei fatti che le rende ancora applicabili. Tecniche e strategie...e terapeuti, cambiano con l'evolversi della società.
Non è il transfert a rendere una pratica obsoleta...se parliamo di Freud è superato per certi aspetti sicuramente: non siamo più nel periodo vittoriano dove il sesso è tabù, ora il sesso è sdoganato, e un terapeuta deve fare i conti con la società che cambia.
Il transfert non viene ad instaurarsi a causa del silenzio o perché il terapeuta tiene nascosto qualche sapere particolare, è una cosa diversa...
Il non dire del terapeuta è determinante: le scelte sono quelle del paziente e i tempi e i modi in cui una terapia avanza può essere determinata dal terapeuta solo in parte. Si devono rispettare i tempi dei pazienti, se non lo si fa o la terapia non ha effetto o il paziente si allontana...
C'è qualcosa nella Sua insistenza che è curiosa...interessante...

A disposizione
Dott.ssa Fornari Daniela

Dott.ssa Daniela Fornari Psicologo a Iseo

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Ciao Elena!
il distacco professionale, oltre a non essere possibile, è anche dannoso.
è impossibile perchè non siamo automi: i pazienti quando dicono qualcosa, soprattutto se l'argomento ci riguarda oppure è un argomento irrisolto, ci tocca. E ovviamente quando qualcosa ci tocca, noi sentiamo qualcosa a livello emotivo e cognitivo. Adoperare questa risonanza per poi esporla al paziente è motivo di crescita per lui. quindi non esporsi e tenersi le cose, impoverisce la terapia.
In gestalt l'uso del tranfert e del controtransfert sono fondamentali.
Il dramma terapeutico diventa quando il terapeuta non è consapevole di quello che prova e reagisce facendo degli agidi (criticando, sminuendo, mortificando la persona davanti).
Spero di essermi riuscito a spiegare.
Un saluto
Giovanni Ruggiero

Giovanni Ruggiero Psicologo a Pescara

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cara Elena, per quanto mi riguarda il transfert dei miei pazienti è importantissimo. Io non do nessun limite nessuna restrizione rispetto ai sentimenti che loro si sentono di proiettare sulla mia figura di terapeuta, sia positivi che negativi, sia di profonda rabbia, che di delusione, o gioia e amore o qualunque altro tipo di vissuto. Il mio lavoro terapeutico si base quasi nella totalità sulla relazione che instaura con il paziente il quale può e deve sentirsi libero di proiettare su di me ciò che vuole. Sarà poi compito mio interpretare tutto questo, fare chiarezza sul mio controtrasfert e rendere partecipe di ciò il mio paziente e lavorarci sopra. Spero di avere almeno in parte risposto ai tuoi dubbi.


Dott.ssa Cinzia Marzero Psicologa Psicoterapeuta
Torino- Moncalieri

Dott.ssa Cinzia Marzero Psicologa-Psicoterapeuta Psicologo a Moncalieri

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