Suicidio assistito

Inviata da Nessuno1 · 26 ago 2019 Depressione

Gentili dottori,
Sono nata con un'anomalia cromosomica che ha condizionato da sempre in negativo tutta la mia vita.
Mi ritrovo in un'età in cui vorrei poter avere un marito, dei figli. Vorrei poter avere una famiglia come tutte le donne vere, ma non sarà mai possibile perché non sono una donna. Lo sono solo sulla carta d'identà. Non ho mai avuto una pubertà spontanea, le mie ovaie non si sono mai sviluppate. Non potrò avere mai figli e nessun uomo mi vorrà mai. Già sono un cesso, bruttissima e deforme a causa della malattia, quindi gli uomini non mi considerano. Quei pochi con cui riesco ad arrivare a un livello di confidenza tale da parlare della mia malattia, subito dopo spariscono, non mi vogliono più.
Con le donne è ancora peggio. Le odio tutte. Mi deridono e si sentono superiori a me perché più alte e più belle. Perché loro sono donne vere e io invece no. Quando vengono a sapere che sono un essere inferiore, che non sono una di loro mi escludono, mi parlano dietro le spalle e alla fine mi cacciano.
Nessuno mi vorrà mai. Né come amica, figuriamoci come compagna o come moglie. Sono destinata a restare per sempre sola, in un corpo che non voglio e che mi fa schifo, pieno di mancanze e di handicap fisici. Dovrò vivere per sempre con un cervello non all'altezza dei normali (ho deficit cognitivi e visuo-spaziali importanti) ma purtroppo non sono abbastanza ritardata da non rendermi conto della mia situazione.. E sto malissimo.
Sono arrivata a un punto che ho deciso che io una vita così non la voglio più. La mia malattia non la voglio più.
Qualche mese fa ho contattato un'associazione che si occupa di fare da tramite con alcune cliniche svizzere che praticano il suicidio assistito.
Insieme al mio terapeuta sto cercando una persona che mi possa fare da fiduciario per il testamento biologico, in modo da cominciare finalmente l'iter per il suicidio assistito, ma non è facile trovare qualcuno disposto a prendersi questa responsabilità.
Nell'ultima seduta il terapeuta mi ha chiaramente detto che questa mia scelta lo fa soffrire e che spera che io ci ripensi, ma che vede anche che si tratta di una scelta ragionata, non presa in un momento di sconforto ma maturata nell'ambito di un percorso si terapia che dura da quattro anni. Una decisione dettata dalla presa di coscienza che per me non ci sarà mai una guarigione e che, per quanto io possa combattere e fare progressi dentro e fuori il setting terapeutico, non avrò mai una vita normale. Magari "quasi" normale, nella migliore delle ipotesi, ma comunque non avrò mai le possibilità che hanno le persone sane, normali.
Il mio terapeuta vorrebbe che portassi i miei genitori in seduta e che li informassi della mia scelta di ricorrere al suicidio assistito.
Io sono d'accordo, penso che lo debbano sapere. Ma ho anche tanta paura. Paura di farli soffrire troppo e paura che si sentano in colpa per la mia malattia.
Anche perché di recente un professore genetista mi ha confermato quello che già sapevo: che la mia malattia è di origine o paterna o materna, quindi uno dei miei genitori, pur se involontariamente, mi ha fatta nascere sbagliata. Certo, è stato un caso imprevedibile, ad oggi pare che non ci siano fattori di ereditarietà né fattori di rischio per l'insorgenza di questa sindrome.. Eppure, è innegabile che uno dei miei genitori non mi abbia fornito il patrimonio genetico di cui avevo bisogno per essere una donna vera. Non riesco a non pensare che, anche se sono stati bravi genitori e voglio bene a entrambi, la causa di tutte le mie sofferenze è uno di loro due. Uno di loro ha sbagliato. OK magari non avrà colpe, ma intanto chi paga per quell'errore, ogni giorno, sono io. Sono io che ne subisco le conseguenze. Non riesco a perdonarli del tutto.. E,in ogni caso, la mia scelta di non voler più vivere resta.
Che dovrei fare? Parlare con loro di questa mia decisione oppure no?

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Miglior risposta 27 AGO 2019

Gentilissima,

non riesce a perdonare nessuno, ma prima di tutto non perdona se stessa.
Ciò che muove le sue azioni e le sue decisioni è la rabbia, il cui eco risuona limpido attraverso le sue parole.
Le prime reazioni che ne derivano sono la paura, il bisogno di scappare, di nascondersi. E' ciò che sembra caratterizzare le persone, uomini e donne, con cui è entrata in contatto, ma sembra che innanzitutto sia ciò che riguarda i suoi vissuti.

Ognuno sceglie come vivere la propria vita, al di là del dolore e della sofferenza che questa ci ha riservato e di cui non siamo responsabili. Ognuno ha una propria modalità di rapportarsi agli altri; mi sembra di cogliere dal suo scritto che ciò che la lega al mondo sia un doppio filo: un grande bisogno di affetto e vicinanza e, all'opposto, come difesa, rabbia, rifiuto, distruttività.

Sono questi gli elementi su cui si fondano i legami che tesse con gli altri.
Sono questi i presupposti su cui intende fondare le decisioni circa ciò che è vita e ciò che la spingerebbe a cancellarla.

Su questi elementi sarà importante convergere il suo lavoro psicoterapeutico.

Resto a disposizione.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Barbara Furlano
Psicologa, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica - Asti

Dott.ssa Barbara Furlano Psicologo a Asti

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