Storia della mia crisi esistenziale.

Inviata da Melania · 23 set 2020

È la prima volta che scrivo e devo ammettere che mi costa parlare delle mie emozioni, mentre lo faccio penso alle parole di Stig Dagerman: «Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione.»
Sono Melania e sulla carta non dovrei avere nessun problema: famiglia benestante, qualche amico, voti eccellenti almeno fino all’università dove sono cominciati i problemi che devo ammettere, ricordando eventi passati e poi rimossi, era inevitabile si palesassero. Ho una tendenza spiccata alla malinconia e al perfezionismo, ho paura di perdere il controllo e di risultare debole. Quando ero piccola - ricordo - mi imponevo di non piangere, la mia famiglia è molto rigida e le emozioni non si esprimono mai. Non ci si ascolta, a stento si parla. Credo che l’indifferenza dei miei genitori sia una forma di pudore, non ho mai dubitato del loro amore eppure so che, in me, qualche lascito è rimasto e mi vergogno a dirlo da persona adulta: la mia vita è un pendolo tra il senso di colpa e la voglia di renderli fieri, sempre più fieri e pensavo ci sarei riuscita.
Vivo in un palazzo con altre famiglie, tutti miei parenti. Da piccola ci sono stati screzi (quelli urlati e verbalmente violenti) tra loro e i miei genitori (mio padre è litigioso e gli hanno insegnato a essere il pater familias anche delle sue sorelle; mia madre è succube di mio padre e non molto assertiva in generale), tutti hanno smesso di parlarci. Avevo 12 anni. È rimasto così per anni, poi pace fu. Sono parenti invadenti. Non li ho mai perdonati veramente, non li amo. Mia nonna quando ho compiuto 18 anni mi ha letteralmente scavalcata mentre ero seduta su un gradino, niente auguri, né saluti. Io non c’entravo con le loro litigate. A ogni modo adesso ci occupiamo noi di lei, gli altri figli sono in vacanza al mare. Questa cosa mi infastidisce. L’attenzione nel posto sbagliato dei miei genitori mi infastidisce.
Ho superato il liceo con il massimo dei voti, sono entrata alla facoltà di medicina al primo tentativo e sebbene non me l’abbiano mai detto, so che i miei genitori erano fieri di me. Sono andata a vivere da sola.
Tutto è andato bene fino a che qualcosa in me è esploso, mentre preparavo l’esame di farmacologia : non riuscivo più a dormire, piangevo tutte le sere, tutto mi dava ansia e bastavano piccolezze a innervosirmi. In quel momento mi sono ricordata quello che pensavo da piccola (molto piccola) mentre mi confrontavo con gli altri, con il resto del mondo: non sarò mai abbastanza, vorrei tanto scomparire. E quel pensiero in fondo non mi ha mai abbandonata. Ero una bambina chiusa e timida, poi ho smesso. Mi piaceva disegnare, ma ogni volta che il mio disegno non incontrava i miei gusti lo cancellavo con tre croci sopra. Mi piaceva scrivere ma ogni volta che sbagliavo a scrivere, cancellavo con tre croci sopra. Quando avevo pensieri che non erano conformi alla mia educazione, mi disegnavo tre croci sul cuore con le dita. Poi ho smesso. Ho avuto disturbi alimentari (ho sofferto di anoressia). Poi ho smesso. I miei genitori non hanno mai fatto nulla, nessun dottore, non lo reputavano necessario. Non hanno mai fatto nulla che non fosse strettamente necessario perché tutto passa se “la prendi con filosofia” e mentre scrivo lo capisco anche io che provo del risentimento nei loro confronti che non ho mai né elaborato, né quindi affrontato.
Da qualche anno ho iniziato a isolarmi, ho iniziato ad avere problemi di memoria, non ho mai smesso di studiare ma il giorno prima dell’esame mi saliva e mi sale l’ansia del non è abbastanza, devi studiare meglio e di più, il tempo è passato e io non sono il luminare della medicina che pensavo sarei diventata alla mia età. So che la colpa è mia, che dovrei ridimensionare i miei obiettivi e vivere al di là del mondo perfetto che mi sono costruita nella testa, ma vedo tutto nero, non vedo la luce alla fine del tunnel, ho l’angoscia che mi assale quando provo a rialzarmi e questo mi fa arrabbiare perché mi sembra di lamentarmi, sto male al pensiero di quello che avrei potuto dare ai miei genitori. È come se io fossi stata la loro speranza di riscatto e senza preavviso, gliel’avessi tolta. Eppure allo stesso tempo penso: dov’erano i miei genitori? Ora sono adulta, ma prima dov’erano i miei genitori? Se loro mi avessero aiutata quando ero piccola, magari adesso sarebbe tutto diverso. Il passato offre la chiave di comprensione alla base di questi meccanismi, ma è nel presente che devo imparare a vivere. Imparare a vivere perché non credo di essere mai stata felice. È questo quello che penso, mentre affogo. So che, a dispetto di quante volte ho ripetuto la parola “adulta”, in fondo non sono mai davvero cresciuta, forse è questo uno dei miei problemi, del mio sentirmi insignificante. Sono solo una ragazzina viziata. So che la ruminazione non mi servirà a superare tutta questa tristezza, questo malessere anche fisico (soffro di gastriti frequenti) alternato a un totale disinteresse nei confronti del prossimo. E so adesso, come a otto anni che vorrei soltanto scomparire, vorrei che finisse tutto. Vorrei veramente diventare insensibile come sembro. Forse non ho mai smesso di avere otto anni, forse ...
Quello che non so è il perché io stia scrivendo, non so se ci sia davvero una domanda in queste lunghe righe o se, come scriveva Stig Dagerman, è solo un disperato bisogno di consolazione.

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Miglior risposta 24 SET 2020

Cara Melania,
Ho letto con molta attenzione tutto ciò che hai scritto e Man mano che leggevo mi è venuta molta curiosità di conoscere meglio la tua storia così ben descritta.
Hai parlato di assenza di emozioni nella tua famiglia, descrivendola come anaffettiva e piuttosto rigida con tanti "devo" imposti anche in maniera tacita e sottesa che tu hai così interiorizzato da provocare in te un immenso senso di colpa.
Essendo psicoterapeuta della Gestalt che lavora espressamente con le emozioni ti posso dire che il nostro corpo parla, anzi urla, come nel tuo caso, laddove le emozioni sono bloccate, e attraverso l'anoressia o i disturbi gastrici sta cercando di avvisarti che è arrivato il momento di prenderti cura di te stessa. I tuoi genitori, i tuoi parenti sono altro da te! Ora ci sei tu e l'unico tuo dovere è volerti bene.
Mi piacerebbe molto esserti di aiuto.
A presto
Dott.ssa Daniela Calabrese psicoterapeuta Roma e online

Studio Psicologia Calabrese Psicologo a Roma

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23 SET 2020

Cara Melania,
leggendo le Sue parole si percepisce molta tristezza. Mi sembra una ragazza che forse all'esterno sembra avere tutto ma dentro sente la mancanza di molte cose; di essere accettata per quella che è a prescindere dalle Sue "prestazioni", di poter esprimere le proprie emozioni anziché soffocarle dentro, di potersi permettere di sbagliare anziché "dovere" essere sempre perfetta, di essere ascoltata da qualcuno che dia importanza a quello che ha da dire e a quello che prova. Isolarsi forse Le serve per scappare dai vissuti difficili ma, come avrà visto, non funziona. Il non sentirsi mai abbastanza, credersi insignificante porta inevitabilmente all'ansia e alla tristezza. Vale anche per il senso del dovere nei confronti dei Suoi genitori. Ma Lei non può essere responsabile della loro felicità, correre anche quando è ormai senza fiato. Perché rischia di cadere e di non arrivare alla meta. Ha bisogno di prendersi cura di se stessi, di imparare a volersi bene. Altrimenti non riesce a interessarsi del prossimo, non Le rimane l'energia per farlo.
È evidente che Lei ha molte risorse, che è una ragazza capace e determinata, riflessiva e in grado di connettere lucidamente gli eventi del Suo passato alle difficoltà presenti. Lo dice Lei stessa; "il passato offre la chiave di comprensione". Ma subito dopo dice chiaramente quale sia il Suo bisogno, quello di imparare a vivere nel presente. Ha già capito cosa non La aiuta. Intuisce che ha bisogno di trovare una strada diversa che non è quella di scappare da tutto questo, di scomparire. Ma come già detto, imparare a vivere. Credo che tutte queste cose siano troppe per caricarsi della pretesa di farcela da sola. Chieda aiuto, intraprenda un percorso psicologico per essere accompagnata mentre sfrutta le Sue tante risorse e supera le difficoltà. Glielo auguro di cuore.
Un caro saluto
Dott.ssa Katarina Faggionato

Dr.ssa Katarina Faggionato Psicologo a Vicenza

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23 SET 2020

Melania il racconto che fa di sé è appassionato e al tempo stesso appare distante, proprio come le pagine di un libro. Non ha chiesto consigli, non ha posto domande, in piena linea con l'educazione rigida e austera della sua famiglia, ma fortunatamente c'è ancora una bambina di 8 anni che si ribella, che si fa sentire, che vuole in tutti i modi essere vista, che non ci sta ai silenzi, alle censure. Si prenda cure della Melania che ancora abita in lei, questa è la vera chiave per cambiare il suo presente.

Dott.ssa Sara Nepi Psicologo a Prato

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