10 DIC 2025
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Buongiorno Gab,
partirei dalla matematica. Dire “forse non sono portato” è una formulazione che spesso arriva dopo un accumulo di frustrazione e insuccessi. A volte significa davvero che c’è un’incompatibilità strutturale con un certo tipo di pensiero astratto, altre volte significa che, in questo momento della vita, non si hanno più le risorse cognitive ed emotive per reggere un percorso così intensivo su quel versante. In entrambi i casi, ciò che conta è che lei ha già un’esperienza sufficiente per sapere come si sente dentro Ingegneria Informatica.
Parallelamente, l’interesse per il diritto non appare una fantasia improvvisa, ma qualcosa che “le è sempre piaciuto”. Questo è un elemento importante. Non garantisce che Giurisprudenza sia la scelta “giusta”, ma segnala una continuità interna. Una parte di lei è attratta da un modo diverso di pensare, ragionare, argomentare, lavorare con testi e norme piuttosto che con formule e algoritmi. L’obiezione di sua madre è comprensibile sul piano generazionale, viene da un immaginario in cui il percorso di vita è lineare: si studia da giovani, si lavora da adulti, non si cambia troppo. La sua traiettoria, invece, dice un’altra cosa: a quarantun anni è disposto a rimettersi in gioco, a stare nei banchi, a confrontarsi con esami e fallimenti. Non si tratta di “non farsi problemi per l’età”, ma di riconoscere che la sua vita non è finita, e che ha ancora molti anni davanti in cui un cambiamento professionale può avere un senso. Il punto, dunque, non è tanto “sono troppo vecchio?”, quanto: “a che cosa voglio dedicare il mio tempo mentale ed emotivo nei prossimi dieci anni?”. Ha già iniziato, in qualche modo, a costruire anticorpi alla solitudine: il taekwondo, la palestra, l’attenzione al proprio carattere “abbastanza forte” che la fa andare avanti. Non sono dettagli marginali. Dicono che lei non è in una posizione depressiva passiva, ma in un movimento attivo, pur dentro la fatica. Tuttavia, la scelta universitaria tocca qualcosa di più profondo: non soltanto “cosa faccio”, ma “chi sono” e “in che mondo voglio abitare”. Può essere utile allora spostare la domanda: non “vale la pena o no diventare avvocato?”, ma “in quale tipo di lavoro mi vedo più vivo, più coinvolto, più in linea con il mio modo di essere?”. L’ambito giuridico non coincide solo con l’avvocatura. Ci sono funzioni che richiedono capacità di analisi normativa, strutturazione del pensiero, scrittura rigorosa, senza per forza passare dalle aule di tribunale. In questo senso, Giurisprudenza può essere letta non solo come “la strada per diventare avvocato”, ma come formazione in un certo modo di ragionare. Detto questo, la decisione non andrebbe presa come gesto impulsivo di fuga dalla frustrazione matematica. Sarebbe importante che lei facesse, se possibile, un passaggio più esplorativo. Leggere programmi di corsi giuridici, ascoltare qualche lezione aperta, parlare con studenti o giovani laureati, informarsi sul lavoro quotidiano di chi opera in quel campo.
C’è infine un elemento che merita attenzione: la solitudine che descrive, “nonostante abito con i miei”. Vivere a casa dei genitori, in questa fase di vita, può sostenere economicamente ma rischia, a volte, di congelare un certo movimento di separazione interna. Il giudizio di sua madre sul suo percorso, per esempio, potrebbe pesare più di quanto lei vorrebbe ammettere. Uno spazio psicologico potrebbe aiutarla proprio a distinguere ciò che desidera lei da ciò che teme di deludere negli altri, a nominare la sua solitudine in modo più preciso, a capire se la stanchezza verso lo studio è solo legata alle difficoltà oggettive o anche alla mancanza di un progetto sentito come realmente suo. Non mi pare, perciò, che la sua domanda sia: “posso permettermi di ricominciare a quarantun anni?”. La sua storia mostra che lei si è già “ricominciato” più volte, con lavoro, impegno, disciplina. La domanda più vera forse è: “se uso le forze che ho, le voglio usare per restare in un percorso che mi sta spegnendo, o per avvicinarmi a un campo che sento più mio, anche se richiede coraggio e tempo?”. A questa domanda nessun altro può rispondere al posto suo, ma può senz’altro essere accompagnato a non sostenerla da solo.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai