13 DIC 2025
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Buongiorno Eli,
quello che racconta mette insieme, in un solo punto, ferite diverse: il lutto per una gravidanza extrauterina, l’angoscia per il corpo che “non risponde”, e la minaccia di perdere il legame affettivo proprio nel momento in cui sarebbe più necessario sentirsi sostenuta. È comprensibile che, in questo intreccio, la mente ricorra ad una narrazione semplice ("sono un fallimento"), perché il dolore ha bisogno di una frase che lo contenga. Tuttavia quella stessa frase, che pure sembra darle un senso, in realtà la schiaccia. Lei non è un fallimento: sta attraversando un’esperienza fallimentare, che è cosa molto diversa. Un fallimento è un evento, non un’identità. Il suo corpo ha vissuto un trauma - una gravidanza extrauterina è un evento potenzialmente pericoloso, che tocca profondamente l’immagine di sé come donna, come corpo fertile, come partner - e ora viene ulteriormente sovraccaricato da un messaggio implicito: “se non puoi darmi un figlio, non vai più bene”. In questa logica lei non è più un soggetto, una persona intera, ma quasi una funzione biologica valutata in termini di “riuscita/non riuscita”. È comprensibile che si senta arrabbiata, pressata, incapace: le viene chiesto di garantire qualcosa che, almeno in parte, non dipende dalla sua volontà. La sua domanda è legittima, ma forse il primo passo non è “uscirne”, bensì riconoscere che questo sconforto ha un senso. Lei ha diritto di essere in lutto: per la gravidanza perduta, per l’immagine del futuro che si è incrinata, ma anche (almeno in parte) per la delusione rispetto al modo in cui il suo compagno si sta ponendo. Prima ancora di “fare qualcosa per stare meglio”, è importante che ci sia uno spazio in cui lei possa dire: “Questo mi fa male”, senza che qualcuno le risponda subito “reagisci”, “non pensarci”, “devi riuscirci”. Lo sconforto è anche una forma di protesta, è la sua psiche che rifiuta di ridursi al verdetto “sei difettosa”.
C’è poi una questione relazionale non secondaria: un partner che pone un ultimatum non sta semplicemente esprimendo un desiderio di paternità, ma sta condizionando il legame a una prestazione del suo corpo. È una posizione che, al di là del dolore che le provoca, merita di essere interrogata: posso sentirmi amata qui, come persona, oppure solo se “funziono”? Posso permettermi fragilità, tempi di cura, percorsi medici, dubbi, oppure il messaggio è che valgono solo i risultati? Domande di questo tipo non servono a demonizzare il suo compagno, ma a restituirle dignità: lei non è l’ingranaggio che deve mettersi in moto per salvare la coppia. In un percorso psicologico ci si potrebbe occupare proprio di questo. Distinguere tra ciò che è accaduto al suo corpo e le narrazioni di colpa che ci sono costruite sopra; esplorare il lutto per la maternità come evento concreto e come immagine mentale; dare un nome alla rabbia, non solo quella verso di sé, ma anche quella che forse non si sente autorizzata a provare verso chi la mette sotto pressione. E, parallelamente, interrogare l’idea che l’unica forma di “buona vita” possibile passi attraverso un figlio, come se non esistessero altre forme di generatività, affettiva, creativa, relazionale, che non sono un ripiego ma un modo diverso di esistere. Uscire dallo sconforto, allora, non significa smettere di soffrire in fretta, ma trasformare il modo in cui guarda a sé: dal “io sono il problema” al “io sto vivendo un problema enorme, e ho diritto ad avere cura, tempo e rispetto”. Da sola è molto difficile sostenere questo passaggio; cercare un aiuto psicologico sarebbe l'ideale.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai