Sono ad un punto morto e non riesco ad avere una visione positiva della vita

Inviata da Random_Wesker · 25 mag 2020 Autorealizzazione e orientamento personale

É la prima volta che scrivo su questo sito. Cercherò di essere sintetico per quanto possibile.

Fin da molto giovane (12 anni) ho frequentato come utente i servizi psicologici del mio territorio in quanto ho avuto difficoltà a relazionarmi coi miei coetanei, cosa che non di rado sfociava in atti di vero e proprio bullismo da parte dei suddetti (da scherzi a mio danno fino ad atti di violenza fisica vera e propria). Dopo essermi allontanato dal servizio perché non sembravano esserci stati miglioramenti (al contrario alle superiori finì anche peggio), ho richiesto aiuto presso il CPS locale intorno ai 22-23 anni e questi mi ha introdotto ad un breve percorso di colloqui di gruppo. Concluso il ciclo mi sono rivolto ad un altro professionista che ha ritenuto di aver concluso il suo percorso di terapia dopo circa 6 mesi.

In seguito per motivi personali mi sono trasferito a Mestre, convivendo con una persona disabile fisicamente. Questo cambio di residenza e lo stress che venivano dal lavoro e, talvolta, dall’ambito domestico. Mi hanno spinto a chiedere aiuto presso uno dei consultori di Venezia. Dopo un secondo colloquio molto pesante con la persona deputata ad ascoltarmi ho tentato di tagliarmi le vene. Questo ha comportato la conclusione della mia relazione ed il mio ritorno a Mantova.

Una volta a Mantova ho richiesto al CPS un suggerimento di un professionista a chi rivolgermi. Dopo circa un anno e mezzo, a seguito di un richiesta di una mensilità che il suddetto professionista riteneva di non aver ricevuto ho concluso il mio percorso con lui, dopo aver pagato la presunta mensilità mancata e la mensilità del mese in corso al momento.

Mi sono nuovamente rivolto ad un professionista circa un anno dopo, da cui mi sono separato a causa della mia impossibilità economica di proseguire la terapia. Tutto questo circa un anno fa.

Adesso ho 34 anni, vivo a malapena in una casa indipendente e non sono sposato o accompagnato. Quando sono presente ad incontri sociali vivo un intenso dolore emotivo e mentale quando noto una differenza di attitudine nei miei confronti da parte di miei conoscenti (non riesco ad usare la parola amico) rispetto ad altre persone presenti. Da una parte non capisco questa cosa, non riesco a comprendere cosa io stia sbagliando o cosa facciano gli altri di diverso da me. Dall’altra provo a gran rabbia ed una grande frustrazione sia verso i miei interlocutori sia verso me stesso. Inoltre tendo ad avere momenti in cui mi “perdo nei miei pensieri/ricordi”, spesso abbastanza spiacevoli. Sono anche prono all’uso di alcolici e tabacco. Da un punto professionale ho cambiato molto spesso lavoro, rimanendo nello stesso ambito ma senza ottenere conferme alla conclusione dei contratti (cosa che, dopo 14 anni come educatore, mi ha messo molti dubbi sulle mie capacità e la mia professionalità). Sia i miei rapporti interpersonali che professionali mi risultano difficili da comprendere e frustranti, portandomi spesso a colpevolizzarmi, isolarmi e ad avere una scarsa fiducia verso le altre persone (motivo o se c cui ho è vissuto decentemente il lockdown). Ciò vale anche, paradossalmente, con i professionisti come psicologi o psicoterapeuti. Con essi non sono mai riuscito a sentire alcuna connessione emotiva, cosa che molto spesso non mi permettevano nemmeno di sentirmi in relazione con loro.

Perdonate il lungo testo, quando ho iniziato a scrivere stavo piangendo e adesso credo di avere defuso il mio pensiero quel tanto che basta. Spero in una vostra cordiale risposta.

Risposta inviata

A breve convalideremo la tua risposta e la pubblicheremo

C’è stato un errore

Per favore, provaci di nuovo più tardi.

Miglior risposta 30 MAG 2020

Buongiorno Wesker (il suo alias è ispirato dal personaggio di Resident Evil?).
Ci sono tante cose che un messaggio in un portale di orientamento psicologico non può veicolare per sua natura e per ragioni di spazio. Ad esempio non so come fossero e siano i rapporti con i suoi genitori e così via. E non so naturalmente cosa sia accaduto nei precedenti percorsi psicologici. Ma sembrerebbe che non abbia sentito questi professionisti davvero interessati o, ancor peggio, li abbia sentiti rifiutanti (ad esempio nel concludere la terapia quasi malgrado lei). La sua mail mi pare faccia trasparire in filigrana frustrazione, forse rabbia, per averli sentiti come incuranti, nel senso di non aver avuto cura di lei. Quasi che il diverso atteggiamento che percepisce nelle persone intorno a lei avesse varcato la soglia della stanza di terapia, ovvero il luogo che era invece preposto a farla sentire al riparo. Persino casa sua non sembra che lei la viva come una casa, come un riparo in cui sentirsi contenuto, ma piuttosto la declinazione di un senso di isolamento. Tutto questo dev’essere stato doloroso e deve aver alimentato quella che mi pare sia la sua sensazione che lei e gli altri siate fatti di “materie” diverse.
Gli altri, del resto, sin dai tempi della scuola non le hanno dato molte ragioni perché li sentisse ben disposti nei suoi confronti. Sentirsi al sicuro con gli altri o aver fiducia che possano essere accoglienti con simili presupposti sarebbe quasi un atto di fede non potendo essere la logica conseguenza di ciò che si è appreso dalla propria esperienza. In una tale situazione è possibile che lei sia molto sintonizzato sui possibili segnali precursori di altri che possono offenderla nel senso di ferirla in vario modo. E gli altri potrebbero confondere la sua sensibilità e il suo senso di allerta a questi segnali, finalizzato a proteggerla, come una scostanza che faticano ad inquadrare. La cosa paradossale di questa situazione è che tutti hanno buone ragioni per le proprie percezioni, lei e gli altri, venendo però questo ad alimentare un circolo vizioso. Le sue infelici esperienze terapeutiche hanno infine creato un rispecchiamento perverso che devono averla fatta sentire come in un labirinto di specchi che le rimandano un’immagine incomprensibile degli altri e perfino di se stesso.
E’ nelle relazioni che capiamo gli altri ma anche noi stessi. Quello che le servirebbe è imparare in una relazione con uno psicoterapeuta che è possibile costruire in un luogo sicuro una relazione soddisfacente,e partendo da questa base sicura avventurarsi a costruire relazioni anche fuori dalla stanza terapeutica con la consapevolezze che quando le cose si faranno difficili si potrà tornare alla propria base protetta prima di ripartire più consapevoli di prima.
Lo so che è un consiglio paradossale quello di non perdere la fiducia di poter trovare un terapeuta con cui lei possa instaurare una relazione costruttiva. Le sto però chiedendo di coltivare quella speranza che è già sua o altrimenti non avrebbe scritto su questo portale.

Dott. Antonino Puglisi Psicologo a Torino

56 Risposte

29 voti positivi

Contatta

Ti è stata utile?

Grazie per la tua valutazione!

Psicologi specializzati in Autorealizzazione e orientamento personale

Vedere più psicologi specializzati in Autorealizzazione e orientamento personale

Altre domande su Autorealizzazione e orientamento personale

Spiega il tuo caso ai nostri psicologi

Invia la tua richiesta in forma anonima e riceverai orientamento psicologico in 48h.

50 È necessario scrivere 27750 caratteri in più

La tua domanda e le relative risposte verranno pubblicate sul portale. Questo servizio è gratuito e non sostituisce una seduta psicologica.

Manderemo la tua domanda ai nostri esperti nel tema che si offriranno di occuparsi del tuo caso.

Il prezzo delle sedute non è gratuito e sarà soggetto alle tariffe dei professionisti.

Il prezzo delle sedute non è gratuito e sarà soggetto alle tariffe dei professionisti.

Introduci un nickname per mantenere l'anonimato

La tua domanda è in fase di revisione

Ti avvisaremo per e-mail non appena verrà pubblicata

Questa domanda esiste già

Per favore, cerca tra le domande esistenti per conoscere la risposta

psicologi 18000

psicologi

domande 27750

domande

Risposte 95650

Risposte