Buongiorno. Credo di aver bisogno dell’aiuto di un professionista perché ho l’impressione di trovarmi in una situazione di stallo che perdura ormai da molto tempo.
Ho 35 anni e da otto lavoro come addetto alle vendite in un supermercato vicino al paese in cui abito. Il lavoro che svolgo non mi ha mai soddisfatto, ma l’ho tenuto principalmente per necessità e parzialmente per comodità. Sin dall’inizio mi sono trovato piuttosto male sia con la tipologia di lavoro, sia con l’ambiente lavorativo. Per cercare di ovviare a questi problemi senza lasciare il lavoro, ho deciso sin dall’inizio di lavorare part-time, poiché sapevo che non sarei riuscito a sopportare un orario a tempo pieno con quel tipo di lavoro. Mi son detto che lavorando soltanto mezza giornata, avrei poi avuto abbastanza tempo libero da dedicare a me stesso e ai miei interessi.
Per un po’ di anni questo ragionamento ha funzionato, ma ultimamente mi sono reso conto che non è più così. Da alcuni mesi a questa parte vado al lavoro provando come un senso di nausea/repulsione, che va al di là del semplice “non ho voglia”. Inoltre, ho notato che periodicamente mi vengono come delle fasi depressive, in cui mi sento estremamente triste e spesso piango, soprattutto se penso al lavoro e al fatto che dovrò subirlo ancora per molto tempo. Ho come l’impressione che i lati negativi legati al mio lavoro si ingigantiscano e diventino insostenibili, anche se in realtà la situazione è sempre la stessa.
Ho provato diverse volte a contraddire queste mie sensazioni negative, dicendomi che comunque ho un posto fisso vicino a casa, dove lo stipendio arriva senza ritardi e dove i dipendenti sono trattati bene in confronto ad altre realtà lavorative del medesimo settore.
Ho provato a cercare altri tipi di lavoro, ma le uniche offerte che ricevevo erano per lavori simili a quello che faccio ora.
Inoltre, ho preso in considerazione l’idea di intraprendere un percorso di formazione che mi possa eventualmente aprire prospettive più ampie, considerando anche la mia età, ormai non più giovanissima per il mercato del lavoro. Il problema è che non ho idea di quale settore convenga considerare.
Al fine di chiarirmi le idee, ho scritto un post simile a questo su una piattaforma per consulenti professionali (career coach). Ho ricevuto alcune risposte, ma avevo l’impressione che il loro aiuto si basasse più sul fatto di potenziare la mia attuale situazione, piuttosto che aiutarmi a cercare un nuovo percorso professionale.
Mi trovo quindi in una situazione di stallo, perché non so che passi fare per poterne uscire. Secondo voi che tipo di percorso dovrei intraprendere e con che tipo di professionista? Grazie a chi mi risponderà.
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10 MAR 2026
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Gentile utente, la ringrazio per la cura e l'onestà con cui ha descritto la sua condizione. È evidente che ci ha pensato a lungo, che ha tentato molte strade, e che scrivere qui rappresenta un ulteriore tentativo di trovare un varco in qualcosa che si presenta come un muro.
Lei adopera la parola "stallo" e questa parola merita di essere presa sul serio, perché non descrive semplicemente un'indecisione pratica. Lo stallo è la condizione di chi non può più restare dove si trova ma non riesce a muoversi in nessuna direzione. È una paralisi che ha qualcosa di peculiare: non deriva dalla mancanza di forza, ma dall'impossibilità di orientarla. La forza c'è, lei stesso la testimonia nei suoi tentativi ripetuti di ragionare, cercare alternative, scrivere a consulenti, formulare ipotesi. Ma nessuna di queste mosse apre davvero il gioco, e lei torna sempre al punto di partenza, come in un sogno in cui si cammina senza avanzare. Vorrei che osservasse alcune immagini che il suo racconto contiene e che mi paiono assai più eloquenti di qualsiasi analisi strategica del mercato del lavoro.
La prima è quella del compromesso originario. Otto anni fa lei ha compiuto un gesto che si presentava come ragionevole: accettare un lavoro insoddisfacente, ma dimezzarlo, concedendosi l'altra metà del tempo come risarcimento. È un patto molto preciso, se lo si guarda in profondità: lei ha diviso la propria vita in due metà, una consegnata alla necessità e l'altra riservata a sé. Per anni questo equilibrio ha tenuto, e il fatto che abbia tenuto non era un'illusione. Ma ogni compromesso ha una durata, e la sua si è esaurita. Non perché le circostanze esterne siano peggiorate - lei stesso osserva che la situazione è "sempre la stessa" -, ma perché lei non è più la stessa persona che otto anni fa poteva accettare quella spartizione. Qualcosa in lei è cresciuto, ha preso peso, reclama un'interezza che la formula del mezzo tempo non può più contenere.
La seconda immagine è quella della nausea. Lei non dice "sono stanco del lavoro", non dice "mi annoio". Dice nausea, repulsione. Sono parole del corpo, parole viscerali, che appartengono all'organismo prima ancora che alla mente. La nausea è il gesto con cui il corpo rifiuta qualcosa che non può più digerire, qualcosa che è diventato tossico per il sistema che lo assume. Quando la psiche parla attraverso il disgusto fisico, sta dicendo qualcosa di radicale: non si tratta più di aggiustamenti, di strategie, di ottimizzazioni. Si tratta di un rigetto. E il rigetto va ascoltato nella sua radicalità, non ammansito con argomenti razionali sulla comodità del posto fisso e sulla puntualità dello stipendio. Lei stesso ha sperimentato l'inefficacia di quegli argomenti: ha provato a contraddire le proprie sensazioni con il ragionamento, e il ragionamento ha perso. Questo accade sempre quando la ragione tenta di governare qualcosa che non le appartiene. La nausea non si cura con i sillogismi. Le fasi di pianto non si risolvono ricordandosi che altri stanno peggio.
La terza immagine, forse la più importante, è quella del non sapere. Lei non sa verso quale settore dirigersi, non sa quale formazione intraprendere, non sa che passi compiere. E i professionisti a cui si è rivolto le hanno proposto di "potenziare" l'esistente, il che equivale a lucidare una gabbia senza aprirla. Il suo disagio davanti a quelle risposte era fondato: lei non ha bisogno di funzionare meglio dentro una condizione che la respinge. Ha bisogno di comprendere cosa la sua anima effettivamente domanda, e questo è un lavoro di natura completamente diversa da una consulenza di carriera.
Ecco perché il professionista di cui lei ha bisogno non è, a mio avviso, un career coach. È uno psicoterapeuta, perché ciò che si è bloccato non appartiene al piano delle competenze professionali o delle opportunità di mercato. Appartiene al piano del senso, dell'immagine che lei ha di sé e della propria vita, di ciò che la sua esistenza le chiede di diventare e che lei ancora non riesce a scorgere con chiarezza. Il non sapere dove andare non è un difetto di informazione: è il segno che la destinazione va ancora scoperta, e che quella scoperta richiede un'esplorazione interiore prima ancora che una ricerca esterna.
Ha trentacinque anni. Lei li vive come un limite e capisco la pressione di un'epoca che tratta la giovinezza come una risorsa in esaurimento. Ma trentacinque anni sono anche l'età in cui molte vite compiono la loro svolta più autentica, proprio perché ciò che si era costruito per adattamento comincia a non reggere più il peso di ciò che si è davvero. Quella crisi non è un fallimento, è una convocazione.
10 APR 2026
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Gentile Simone,
leggendo il suo messaggio si percepisce chiaramente quanto questa situazione sia diventata pesante e quanto stia cercando, con onestà e lucidità, di capire come uscirne.
Quello che descrive-la nausea, le fasi di tristezza, la sensazione che i lati negativi del lavoro si ingigantiscano- sono segnali che vale la pena attenzionare.
A volte, quando ci troviamo in una situazione di stallo prolungato, il primo passo non è capire "cosa fare", ma capire "cosa si sente".
Un percorso psicologico può essere sicuramente uno spazio utile proprio per questo: non per dare risposte già pronte, ma per aiutare (insieme) a fare chiarezza dall'interno.
5 APR 2026
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Quello che descrivi è molto riconoscibile: otto anni in un lavoro che non senti tuo, con il tentativo di "gestire la dose" lavorando part-time per preservare qualcosa di te. Non è una strategia sbagliata in sé, ma il fatto che lo stallo persista suggerisce che non basta più.
Lo stallo lavorativo che dura nel tempo di solito non è solo un problema pratico — quale lavoro fare, come cambiare — ma anche una tensione psicologica più sottile: la distanza tra quello che senti di essere e quello che fai ogni giorno. Quando questa distanza diventa troppo grande, l'energia per immaginare alternative si esaurisce. Non si resta fermi per mancanza di volontà, ma perché il sistema interno è in qualche modo "in pausa".
Un elemento che emerge spesso in situazioni simili è la difficoltà a tradurre interessi e valori in una direzione concreta. Non perché non ci siano risorse, ma perché non si è mai avuto uno spazio in cui esplorarle davvero — a volte da soli non basta.
Un percorso di orientamento o psicoterapia può aiutarti a uscire dal circolo dello stallo: non solo a capire "cosa fare", ma a ritrovare la spinta per muoverti.
23 MAR 2026
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Buon pomeriggio, Simone, e grazie per esserti esposto: non è per nulla facile. Si sente dalle tue parole la frustrazione per una situazione in cui ti senti incastrato. Da un lato, effettivamente, come dici tu, c'è un lavoro che ti dà tutta una serie di sicurezze, ma dall'altro c'è qualcosa di informe, vitale e autentico che preme affinché ci sia qualcosa di diverso nella tua vita. Quando si è confusi e frustrati, è normale che si cerchi un appiglio e una direzione per uscire fuori da questo vortice dove tutto si ripete sempre uguale e ci si ritrova in qualcosa che non sentiamo più nostro. Però, e qui forse sta uno dei punti più delicati, agire, muoversi in maniera spasmodica non fa che produrre l'effetto contrario. Qui è importante riuscire a fermarsi e ascoltare questa spinta, ascoltarsi di più e mettere dei punti fermi che siano tuoi in modo autentico. Ascoltare il proprio vissuto, le proprie emozioni e il proprio caos non è per niente facile, soprattutto quando il caos ci travolge e ci troviamo, appunto, in un vortice. Riuscire ad avere uno spazio dove un'altra persona possa possa accogliere quello che porti aiuta proprio a vedere ciò che noi non riusciamo perché ne siamo sommersi. In questi casi - e so che può sembrare paradossale - non è più utile muoversi, ma sostare, fermarsi un po'. Anche perché, riflettiamoci, per muoverci ci serve uno spazio e, se tu ti senti incastrato, in un vicolo cieco, in quale direzione potresti muoverti? Serve costruire spazi di possibilità.
17 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 0 persone
Gentile Simone,
grazie per aver esposto la sua situazione così chiaramente.
Comprendo bene quanto possa essere frustrante una situazione lavorativa non soddisfacente, contando anche che il lavoro è un' attività che si deve per forza protrarre per molti anni.
L'idea del part time è molto buona ed infatti come riporta lei ha funzionato.
Una delle tecniche potrebbe essere quella di cercare di migliorare la situazione attuale senza compromettere la stabilità raggiunta.
L'idea id fare formazione è dunque molto positiva perché offrirebbe anche attività alternative da cui ricavare soddisfazione e permetterebbe un passaggio graduale.
E' difficile consigliare un percorso senza conoscere alcuni aspetti: dipende dalle disponibilità economiche, dalla predisposizione, dalla zona geografica in cui si trova.
Un incontro anche online potrebbe aiutare a valutare delle alternative in base ad interessi e predisposizioni.
12 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buonasera Simone,
Intanto grazie per la sua condivisione, riuscire a parlarne è già un primo passo.
E' stato piuttosto chiaro nell'esprimere il suo malessere, del tutto comprensibile dato ciò che si trova ad affrontare.
Da quello che scrive emerge un forte contrasto tra ciò che deve e ciò che vorrebbe fare. Si trova invischiato in questa ambivalenza, probabilmente sorretta da un costante "lavoro cognitivo" molto stressante.
Da una parte forse la paura (del tutto comprensibile) di lasciare ciò che, pur non soddisfacente, è certo; dall'altra la necessità di cambiare questa situazione, senza sapere bene in che modo.
Le sensazioni negative di cui parla stanno forse cercando di comunicarle qualcosa che, anziché essere represso, potrebbe aver bisogno del suo spazio.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe raprresentare uno spazio di ascolto, nel quale potrebbe trovare anche gli strumenti per lei più adatti che la aiutino ad orientare al meglio le proprie decisioni lavorative e la propria vita, in funzione dei propri bisogni e non solo.
Se ne sente il bisogno, sono disponibile anche con colloqui online.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Gentilissimo,
grazie per la sua condivisione.
Leggendo le sue parole emerge l'enorme peso che questa situazione di stallo ha su di lei.
Una sensazione che sembra quasi di immobilità e di logoramento che la porta a convivere con un malessere sia fisico che psicologico, che tutti i giorni si rinnova (visto che a lavoro passiamo gran parte della nostra giornata lavorativa).
La nausea ed il pianto che lei riporta però, non vanno considerati come segni di debolezza, ma piuttosto come dei segnali di allarme ed un modo anche prezioso con cui il suo corpo cerca di dirle che il compromesso che aveva trovato, forse adesso non è più sufficiente.
Lei, però, ha dimostrato di essere una persona con risorse ed iniziativa!
Fin da subito ha cercato una soluzione a questa situazione che non la rendeva tranquillo ed ha prontamente pensato al part-time, e forse fino ad oggi è stata un'intelligente strategia di sopravvivenza e di cura verso se stesso.
Rispetto al futuro, è importante che non veda la sua età come un limite o come se fosse troppo tardi; a 35 anni si ha davanti una vita intera e tutta una vita per stare bene.
Per uscire da questo momento di stallo, potrebbe essere utile considerare un percorso psicologico che integri anche un lavoro di orientamento, che la possa aiutare a capire cosa può e soprattuto di cosa ha bisogno per trovare una meritata serenità.
11 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Gentile utente,
la ringrazio per aver condiviso un momento di vita sicuramente delicato e che necessita di attenzione, poiché le procura una sensazione di malessere, che rischia di diventare un bagaglio pesante nella vita di tutti i giorni.
Credo che sia importante capire meglio da quando queste sensazioni sono iniziate e cosa stava succedendo attorno a lei, ma anche approfondire quali sono state le scelte e le dinamiche che hanno contribuito a portarla dove si trova ad esserlo. Alle volte il malessere sul luogo di lavoro può essere uno specchio di ciò che avviene in altri ambiti della propria vita, altre volte si fanno delle scelte che rispondono a delle circostanze di vita più che ai propri bisogni e che, nel tempo, generano sofferenza. Capire che cosa è successo e sta succedendo, può aiutarla a mettere a fuoco quelli che sono i suoi bisogni attuali e, con il sostegno di un professionista, a trovare delle strade che siano un compromesso più adeguato tra le esigenze di questo momento e ciò che desidera per il suo futuro.
Resto a disposizione per eventuali colloqui (anche online) in cui provare a comprendere meglio il suo periodo di vita.
Augurandole il meglio,
dott.ssa Margherita Clemente
10 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno,
Ho letto con attenzione la tua situazione professionale, che purtroppo accomuna anche altri lavoratori. Nel tuo caso potrebbe essere utile un percorso di riorientamento professionale, cioè che ti aiuti a capire cosa ti fa stare male nell'attuale contesto lavorativo e ti faccia ragionare sulle tue competenze e risorse. Questo potrebbe farti intravedere una soluzione possibile e farti stare meno male.
Saluti
Raffaella Cecchini
10 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Buongiorno Sunset90,
la ringrazio per aver descritto la sua situazione con tanta chiarezza. Da quello che racconta emergono diversi elementi importanti che meritano di essere presi sul serio, e non semplicemente “razionalizzati” o ridotti a un problema di motivazione.
Proverò a risponderle come farei in un primo colloquio orientativo, integrando alcune conoscenze provenienti dalla ricerca clinica contemporanea in ambito psicoanalitico.
Lei descrive qualcosa di molto specifico:
non solo fatica o noia, ma una vera e propria reazione di nausea/repulsione verso il lavoro. In psicodinamica questo tipo di reazione viene spesso interpretato come un segnale somatico di conflitto psichico prolungato. Quando una situazione viene tollerata per molto tempo ma entra profondamente in contrasto con parti importanti della propria identità, il corpo e l’emotività iniziano a reagire.
Negli ultimi anni molte ricerche in psicodinamica del lavoro (ad esempio negli studi di Christophe Dejours sulla psicodinamica del lavoro) hanno mostrato che quando una persona mantiene a lungo un lavoro percepito come alienante o estraneo al proprio senso di sé, possono comparire:
-sintomi depressivi intermittenti,
-senso di intrappolamento,
-reazioni fisiche di rifiuto (nausea, ansia anticipatoria),
-pensieri ricorrenti sul tempo “sprecato”.
Questi fenomeni non indicano debolezza personale, ma un conflitto non risolto tra adattamento e autenticità.
La scelta che lei ha fatto all’inizio è stata in realtà psicologicamente molto intelligente. Ha creato un compromesso:
metà giornata per la sicurezza economica e metà giornata per sé stesso. In psicoanalisi questo viene spesso chiamato compromesso adattivo. Il problema è che questi compromessi funzionano solo per un certo periodo. Con il passare degli anni possono succedere due cose:
- la tolleranza diminuisce,
- la percezione del tempo che passa aumenta.
Molte persone intorno ai 30–40 anni attraversano una fase di rivalutazione della propria traiettoria lavorativa. Non è un caso: è una fase evolutiva ben descritta nella letteratura psicologica sullo sviluppo adulto.
Il pensiero implicito diventa:
“Se continuo così, sarà questa tutta la mia vita?”
Ed è proprio questo pensiero che spesso intensifica i momenti depressivi.
Dal suo racconto emergono invece diverse capacità:
- ha riflettuto molto sulla sua situazione
- ha cercato alternative
- ha valutato percorsi di formazione
- ha cercato consulenza esterna.
Questo indica funzioni riflessive molto buone. Lo stallo quindi probabilmente non deriva da pigrizia o mancanza di risorse, ma da mancanza di una direzione psichicamente significativa. Oltre a ciò, quello che lei ha percepito è molto comune nell'attività di coaching. Molti career coach lavorano su:
- ottimizzazione della carriera,
- marketing personale,
- strategia lavorativa.
Ma il suo problema sembra essere più profondo della strategia professionale. Prima della domanda: “Che lavoro dovrei fare?”, spesso bisogna esplorare un’altra domanda: “Che tipo di vita sento come realmente mia?” Se questa domanda non è chiara, ogni scelta lavorativa rischia di sembrare arbitraria.
Nella ricerca psicoanalitica contemporanea il lavoro non viene visto solo come fonte di reddito, ma come uno dei principali luoghi di costruzione dell’identità adulta. Quando il lavoro è troppo distante da ciò che una persona sente come proprio, può emergere quella che alcuni autori chiamano depressione da vita non vissuta. Non significa necessariamente che il lavoro debba essere “la passione della vita” ma deve avere un minimo di risonanza interna. Nel suo racconto sembra esserci una distanza tra: ciò che fa e ciò che sente di essere
Dal mio punto di vista, sarebbe utile un percorso con uno di questi professionisti:
- psicologo o psicoterapeuta
- psicologo del lavoro con formazione clinica
L’obiettivo non sarebbe quello di lavorare su: identità professionale, desideri non esplorati, paure legate al cambiamento, significato personale del lavoro. Spesso dopo alcuni mesi di lavoro su questi aspetti le direzioni professionali diventano molto più chiare.
Restando a disposizione
dott. Mattia Carolo
10 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Ciao Sunset90
Da quello che descrivi non sembri in una semplice situazione di “insoddisfazione lavorativa”, ma in una condizione di logoramento progressivo: da anni tolleri un lavoro che non senti tuo e ora il corpo e l’umore stanno iniziando a segnalarlo con nausea, tristezza e momenti depressivi. Questo è un segnale da prendere sul serio.
Il punto però non è solo il lavoro. Dopo otto anni in un contesto che vivi come estraneo, è facile entrare in una zona di stallo: resti perché il posto è stabile e vicino a casa, ma allo stesso tempo non riesci a immaginare un’alternativa concreta. In questa condizione la mente tende a ingigantire il peso della situazione e a bloccare l’iniziativa.
Per questo come percorso più utile, in questo momento, sarebbe indicato un supporto psicologico, almeno per un periodo, per lavorare su due aspetti: la gestione del malessere che stai vivendo e la chiarificazione di ciò che realmente ti motiva, al di là della paura di cambiare o della sicurezza del posto fisso.
A 35 anni non sei affatto “fuori tempo” per ridefinire il tuo percorso, ma è difficile farlo quando si è dentro una spirale di frustrazione e stanchezza. Prima serve rimettere ordine interno, poi progettare il passo successivo. Il fatto che tu stia chiedendo aiuto è già il primo movimento per uscire da quello stallo.
Per qualsiasi altro dubbio o curiosità non esitare a contattarmi
Lisa Muto -Inside You
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno,
da quello che racconta emerge una grande stanchezza emotiva che va avanti da tempo. Non sembra trattarsi solo di “non avere voglia di lavorare”, ma di un disagio più profondo legato al significato che quel lavoro ha assunto per lei negli anni.
All’inizio aveva trovato una strategia intelligente per reggere la situazione: il part-time le permetteva di mantenere una stabilità economica e allo stesso tempo avere spazio per sé. Per un periodo questo equilibrio ha funzionato. Oggi però sembra che qualcosa sia cambiato: il lavoro non è più solo poco soddisfacente, ma suscita una vera e propria repulsione, fino a provocare tristezza intensa e momenti di pianto. Quando succede questo, spesso significa che la persona sente di essere rimasta troppo a lungo in una situazione che non la rappresenta più. Allo stesso tempo si vede che lei ha cercato di essere razionale: si ricorda che ha un lavoro stabile, vicino a casa, con uno stipendio sicuro. Tutte cose importanti. Ma la mente e le emozioni non sempre funzionano come una bilancia logica: anche una situazione “buona sulla carta” può diventare molto pesante se non sentiamo più che ci appartiene.
La sensazione di stallo che descrive è abbastanza comune quando si incrociano tre fattori insoddisfazione lavorativa, paura di lasciare una sicurezza, incertezza su cosa fare al posto di ciò che si lascia. Quando queste tre cose restano insieme per molto tempo, la persona può sentirsi bloccata e senza direzione. In questi casi un percorso psicologico può essere molto utile, non tanto per dirle “che lavoro fare”, ma per aiutarla a fare chiarezza su alcuni aspetti fondamentali: cosa la fa stare così male nel lavoro attuale (il tipo di attività, il contatto con il pubblico, l’ambiente, il senso di ripetitività, ecc.); quali sono i suoi interessi, valori e bisogni oggi, a 35 anni; quali paure o pensieri la tengono fermo nella situazione attuale.
Spesso quando la mente è molto stanca e scoraggiata diventa difficile anche immaginare alternative. Non perché non esistano, ma perché l’energia mentale è tutta assorbita dal malessere. Per questo motivo potrebbe essere utile un primo lavoro con uno psicologo, per affrontare il senso di tristezza e blocco che descrive. Una volta recuperata un po’ di chiarezza e fiducia nelle proprie possibilità, si può eventualmente affiancare anche un percorso di orientamento professionale (career counseling), che è più specifico per esplorare competenze, interessi e possibili percorsi formativi.
Un’altra cosa importante: 35 anni non è affatto un’età “tardi” per ripensare la propria strada. Molte persone iniziano cambiamenti professionali anche più avanti. Spesso il vero ostacolo non è l’età, ma la paura di fare il primo passo o di non sapere da dove iniziare.
Intanto potrebbe provare a farsi alcune domande semplici: Cosa mi pesa di più del mio lavoro attuale? Quali attività, anche fuori dal lavoro, mi fanno sentire più coinvolto o interessato? Se non avessi paura di sbagliare, che tipo di lavoro mi piacerebbe almeno esplorare?
Non è necessario avere subito una risposta definitiva. A volte il primo obiettivo non è trovare la soluzione, ma uscire dalla sensazione di immobilità. Il fatto che lei stia cercando aiuto e riflettendo su tutto questo è già un passo importante. Significa che una parte di lei non vuole più limitarsi a “resistere”, ma desidera capire come stare meglio nella propria vita. E questo è spesso il punto da cui i cambiamenti iniziano.
Un caro saluto
Dott.ssa Alessia Settesoldi
Ricevo anche online
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza la sua situazione che sta vivendo.
Da ciò che descrive sembra esserci una condizione di forte stanchezza emotiva e di blocco, che può emergere quando per molto tempo si rimane in un contesto lavorativo che non rispecchia i propri bisogni o valori. In questi casi non è raro che compaiano tristezza, demotivazione o una sensazione di “stallo”, anche se razionalmente si riconoscono gli aspetti positivi del lavoro.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a comprendere meglio cosa sta vivendo, dare spazio alle sue emozioni e capire quali direzioni possano essere più in linea con lei, prima ancora di prendere decisioni pratiche sul piano lavorativo.
Se lo desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione. Ricevo anche online con tariffe contenute e solitamente propongo una prima chiamata conoscitiva.
Un caro saluto, a presto
Dott.ssa Alice Foderaro - Psicologa Clinica e della salute - specializzanda in Psicoterapia CBT
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno,da ciò che racconti emerge molta lucidità rispetto alla tua situazione, e questo è già un punto molto importante. Hai osservato con attenzione sia ciò che ti pesa del lavoro sia il modo in cui, per anni, hai cercato di gestire la situazione (ad esempio scegliendo il part-time per proteggere il tuo benessere). Questo dimostra che hai già messo in campo strategie di adattamento e che stai cercando attivamente una strada per stare meglio.
Quello che descrivi, il senso di repulsione verso il lavoro, le fasi di tristezza intensa e il pianto quando pensi al futuro lavorativo, non sembra essere solo una questione di “non avere voglia di lavorare”, ma piuttosto il segnale di una fatica emotiva che nel tempo si è accumulata. Quando una situazione percepita come insoddisfacente si prolunga per anni, è abbastanza comune che, a un certo punto, diventi più difficile tollerarla anche se oggettivamente non è peggiorata.
In questi casi può essere utile distinguere due livelli che spesso si intrecciano:
Il piano del benessere psicologico, cioè capire come stai vivendo questa situazione, quali significati ha per te il lavoro, quali bisogni personali senti non soddisfatti e come gestire le fasi depressive che descrivi.
Il piano dell’orientamento professionale, cioè esplorare concretamente quali direzioni lavorative potrebbero essere più coerenti con i tuoi interessi, valori e competenze.
Potresti valutare un percorso con uno psicologo, possibilmente con esperienza anche in orientamento professionale o counseling di carriera. Questo tipo di lavoro permette prima di tutto di comprendere meglio ciò che sta succedendo a livello emotivo e motivazionale, e solo successivamente di ragionare con maggiore chiarezza sulle possibili scelte professionali.
Un percorso di questo tipo potrebbe aiutarti a:
dare spazio e senso alle emozioni che stai vivendo, senza doverle continuamente “contraddire” con ragionamenti razionali;
capire quali aspetti del lavoro attuale ti pesano davvero (mansioni, contesto, valori, prospettive, ecc.);
individuare interessi, competenze e risorse personali che magari non stai considerando;
valutare con maggiore realismo eventuali percorsi formativi o cambi di direzione.
Infine, una riflessione importante: 35 anni non è affatto un’età “tardiva” per ripensare il proprio percorso professionale. Molte persone iniziano a interrogarsi proprio intorno a questa fase della vita, quando emerge più chiaramente il bisogno di dare al lavoro un significato che vada oltre la sola stabilità economica.
Il fatto che tu stia cercando un confronto e ponendo queste domande è già un primo passo per uscire dalla sensazione di stallo. Con il supporto giusto, questo momento può diventare uno spazio di esplorazione e non solo di blocco.
Io potrei aiutarla, se vuole può contattarmi.
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 4 persone
Buongiorno, nella sua lettera lei descrive ampiamente l' insoddisfazione che il lavoro le provoca.
Adesso è arrivato ad un punto in cui vorrebbe cambiare ma non è chiaro per fare cosa: non sembra abbia un progetto , non ci dice qual è stato il suo percorso di studio, se ha un diploma, una laurea o qualche specializzazione.
Leggendo la sua lettera mi sono chiesta come impiega il tempo al di fuori del lavoro: ha degli interessi o una passione che possono trasformarsi in occupazione ?
Per chiarirsi le idee potrebbe prvare a scrivere una bozza di Curriculum Vitae dove riportare le sue esperienze : studio, lavoro, formazione professionale, attitudini, le sue qualità socio relazionali, i suoi punti di forza e, perchè no, i suoi desideri, ciò che le piacerebbe fare.
Accanto ai suoi desideri (obiettivi) provi a scrivere quali sono le azioni che farebbe per attuarli.
Veda un po' se questo esercizio di auto analisi l'aiuta a capire meglio quale percorso intraprendere o anche da chi farsi aiutare per un possibile cambiamento.
Da Psicologa mi sono infine chiesta se è la prima volta che si trova in una situazione di "stallo" o se invece è già passato da una esperienza analoga e quali strategie ha messo in atto per risolverla? Se ha bisogno di ulteriore risposte alle sue domande mi può chiamare.
La saluto.
Dott.ssa Noemi Sembranti
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 6 persone
Gentile Utente,
dalle sue parole emerge una situazione di forte logoramento emotivo legata al lavoro che svolge. Per molti anni è riuscito a gestire il disagio attraverso un compromesso — il part-time e il tempo da dedicare a sé — ma sembra che oggi quell’equilibrio non sia più sufficiente. Quando il pensiero del lavoro arriva a provocare repulsione, tristezza intensa o momenti di sconforto, è spesso il segnale che la situazione sta incidendo più profondamente sul benessere personale.
È importante notare che lei ha già fatto diversi tentativi per affrontare la situazione: ha cercato alternative lavorative, ha riflettuto su percorsi di formazione e ha provato a ridimensionare razionalmente il disagio ricordandosi gli aspetti oggettivamente positivi del suo impiego. Il fatto che nonostante questi tentativi la sensazione di blocco persista indica che probabilmente non si tratta solo di scegliere “un altro lavoro”, ma di comprendere meglio cosa per lei ha davvero valore, quali aspetti lavorativi risultano incompatibili con il suo modo di essere e quali direzioni potrebbero restituirle un senso di motivazione.
In questi casi può essere utile un percorso di supporto psicologico orientato anche all’ambito professionale. Uno psicologo può aiutarla a lavorare su due livelli: da un lato comprendere e gestire il peso emotivo che questa situazione sta generando (la sensazione di stallo, le fasi depressive, la frustrazione), dall’altro chiarire interessi, competenze e aspettative per orientarsi in modo più consapevole verso possibili cambiamenti. In alcuni casi questo lavoro può integrarsi anche con un orientamento professionale più specifico.
Spesso, quando ci si sente bloccati da tempo, il primo passo utile non è avere subito la risposta su “cosa fare”, ma creare uno spazio di riflessione che permetta di uscire dalla sensazione di paralisi e ricostruire una direzione più coerente con se stessi.
Se sente il bisogno di approfondire questa situazione in uno spazio dedicato, resto a disposizione anche per eventuali colloqui online.
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buonasera,
la ringrazio per aver condiviso con tanta lucidità la sua situazione. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto questo senso di stallo stia diventando pesante da sostenere, soprattutto perché si protrae da tempo e sembra togliere energia anche ad altri aspetti della sua vita.
Quando un lavoro non è mai stato realmente soddisfacente, spesso si riesce a tollerarlo per un certo periodo grazie a strategie di adattamento - nel suo caso, ad esempio, la scelta del part-time e lo spazio dedicato agli interessi personali. Tuttavia può accadere che, con il passare degli anni, questo equilibrio smetta di funzionare e che la frustrazione o il senso di incongruenza diventino più intensi. Le sensazioni che descrive (repulsione verso il lavoro, tristezza ricorrente, pianto quando pensa al futuro lavorativo) sono segnali importanti che meritano attenzione.
Un aspetto centrale del suo racconto è proprio la sensazione di non sapere quale direzione prendere. In queste situazioni può essere utile distinguere due livelli: da un lato il benessere emotivo, dall’altro l’orientamento professionale. Talvolta, infatti, quando il malessere si accumula per molto tempo, diventa più difficile anche immaginare alternative o riconoscere le proprie risorse e interessi.
Per questo motivo potrebbe esserle utile iniziare con un percorso psicologico, che le permetta di esplorare più a fondo il significato che il lavoro ha assunto nella sua vita, le emozioni che sta vivendo e i fattori che alimentano questo senso di blocco. L’obiettivo non sarebbe soltanto “sopportare meglio” la situazione attuale, ma anche recuperare maggiore chiarezza rispetto ai suoi bisogni, ai suoi valori e alle direzioni possibili.
In un secondo momento, o anche parallelamente, potrebbe avere senso affiancare a questo lavoro un percorso di orientamento professionale o di bilancio delle competenze. Questo tipo di consulenza è specificamente pensato per aiutare le persone a individuare interessi, abilità trasferibili e possibili percorsi formativi o lavorativi compatibili con la propria storia e con il mercato del lavoro.
È importante sottolineare che a 35 anni non è affatto tardi per ripensare il proprio percorso professionale. Molte persone intraprendono cambiamenti significativi anche in fasi successive della vita lavorativa, soprattutto quando riescono a farlo in modo graduale e consapevole.
Il fatto che lei stia riflettendo in modo così approfondito sulla sua situazione e che stia cercando attivamente delle strade per uscirne è già un passo molto significativo.
rimango a disposizione,
un cordiale saluto
Dott.ssa Psicologa Clelia Devoto
8 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno,
prima di tutto grazie per aver condiviso una riflessione così personale e articolata. Dalle sue parole emerge una notevole capacità di autoriflessione, e questa è già una grande risorsa: non tutti riescono a osservare con tanta lucidità ciò che provano e a interrogarsi sul proprio percorso. Questa consapevolezza può diventare una base molto importante per lavorare su se stesso e orientarsi verso un cambiamento.
Le sensazioni che descrive meritano di essere ascoltate e accolte, non giudicate. A volte cerchiamo di contrastare i pensieri negativi imponendoci di non provarli o di “razionalizzarli”, ma concedersi il tempo di fermarsi e ascoltarsi può essere molto più utile. Il fatto stesso che lei stia cercando confronto e stia ponendo queste domande è già un segnale forte del desiderio di fare un passo avanti.
Se la preoccupa l'aspetto depressivo, ci tenevo a dirle che di solito si costruisce nel tempo e coinvolge diversi aspetti della vita. I pensieri depressivi andrebbero ascoltati, contestualizzati e compresi: può essere utile valutare con un professionista se si tratta effettivamente di un quadro depressivo clinico oppure di una fase di forte disagio legata alla situazione attuale. In ogni caso, sono condizioni comprensibili e trattabili, e quando ci si trova dentro è comprensibile che la mente tenda a vedere soprattutto gli aspetti negativi e che i pensieri disfunzionali diventino più frequenti.
Comprendo molto bene anche la tensione tra due bisogni importanti: da un lato la sicurezza economica e la stabilità, dall’altro il desiderio di svolgere qualcosa che non faccia sentire quel peso ogni mattina prima di andare al lavoro. È una tensione molto comune e spesso paralizzante.
Forse, in questa fase, ha bisogno di qualcuno che la aiuti a leggere il suo malessere come un’informazione significativa su di sé, sui suoi bisogni e sui suoi valori, piuttosto che come un problema.
Spesso il primo passo non è trovare subito la strada giusta, ma creare uno spazio in cui capire davvero dove si vuole andare. E il fatto che lei stia iniziando a porsi queste domande è già un passo molto significativo.
7 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una situazione che molte persone sperimentano dopo anni trascorsi in un lavoro scelto più per necessità che per reale interesse. Per un periodo la strategia che aveva trovato, lavorare part-time e compensare con tempo per sé, ha funzionato. Il fatto che oggi non sia più sufficiente non significa che abbia sbagliato scelta in passato: più spesso indica che alcuni bisogni personali nel tempo cambiano e chiedono di essere riconsiderati.
La nausea e la forte repulsione che descrive verso il lavoro, insieme ai momenti di tristezza e di pianto, meritano attenzione perché sembrano segnalare un livello di logoramento emotivo che va oltre il semplice “non mi piace quello che faccio”. Quando una situazione viene vissuta a lungo come obbligata, può generare una sensazione di blocco e di impotenza che amplifica i pensieri negativi sul futuro.
Il tentativo che sta facendo di “convincersi razionalmente” che il suo lavoro abbia comunque dei vantaggi è comprensibile, ma spesso la parte emotiva non si lascia tranquillizzare solo con argomentazioni logiche. Per questo può essere utile fermarsi a esplorare più a fondo cosa sta succedendo dentro di lei in questo momento della vita.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla in due direzioni complementari:
- comprendere meglio il peso emotivo che questa situazione lavorativa sta avendo su di lei e le fasi depressive che descrive;
- chiarire valori, interessi e bisogni personali, per capire se il cambiamento che desidera riguarda principalmente il lavoro oppure un più ampio senso di direzione nella sua vita.
Spesso, quando si ha la sensazione di essere “in stallo”, il primo passo non è trovare subito il lavoro giusto, ma recuperare una maggiore chiarezza su di sé: cosa la motiva, quali contesti le permettono di stare bene, quali competenze o inclinazioni potrebbero essere sviluppate. Su queste basi diventa poi più utile anche un eventuale confronto con un orientatore professionale o un career coach.
A 35 anni non è affatto tardi per riconsiderare il proprio percorso. Molte transizioni professionali nascono proprio da momenti come quello che sta descrivendo, in cui il disagio segnala che qualcosa chiede di essere ripensato.
Un confronto con uno psicologo potrebbe aiutarla a uscire dalla sensazione di blocco e a trasformare questo momento in un processo più consapevole di scelta.
Resto a disposizione se desidera approfondire.
Ricevo anche on line
Un caro saluto
Dott.ssa Giulia Bertinetti
7 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
Salve, il quesito che lei porta sembrerebbe riguardare una sua fatica a sentirsi realizzato come persona, che passa anche attraverso il piano lavorativo. Quello che lei sente è espressione di un malessere che probabilmente quando ha iniziato a fare questo lavoro non era così esplicito, lo è diventato dal momento che quel "non ho voglia" ha cominciato a farsi sentire in modo più forte, come è normale che sia. Quelle che lei chiama sensazioni negative sono molto importanti, le stanno dicendo qualcosa di sé, e il fatto che abbia chiesto un aiuto esplicito riflette quanto sia importante per lei stare meglio.
Il primo passo che può fare per cominciare a uscire dallo stallo è parlarne con un professionista portando la sua richiesta di aiuto, sarà poi il/la curante a definire insieme a lei che tipo di lavoro potete fare insieme.
In bocca al lupo!
Se vuole, sono disponibile a parlarne.
Resto a disposizione
Cordialmente,
Dott.ssa Martina Pallottini
Psicologa Psicoterapeuta
7 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno, mi arriva la fatica di aver svolto per anni un lavoro che non ti valorizza e non ti gratifica; non sembra essere in linea con i tuoi interessi e i tuoi obiettivi. Tutto ciò può causare una perdita di motivazione e la percezione di non avere una via d'uscita. Quando il lavoro rappresenta una fonte di sofferenza, è sano pensare ad altre possibilità per il tuo futuro.
Potrebbe essere buono avere il supporto di qualcuno che ti aiuti a comprendere le tue emozioni e a non guardarle in modo negativo. Un percorso psicologico può darti uno spazio in cui conoscerti meglio, condividere la tua storia, le tue scelte, le tue capacità e i tuoi limiti. Non sei in ritardo per ricominciare ed intraprendere nuove strade, che ti possano appassionare e ti facciano sentire vivo.
Uno spazio di ascolto può aiutarti a trovare una direzione più autentica.
Un caro saluto
Dott.ssa Mariavittoria Chimirri
Ricevo anche online
7 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 2 persone
Buongiorno,
dal suo messaggio emerge una situazione che molte persone sperimentano quando rimangono a lungo in un lavoro percepito come poco adatto a sé: una condizione oggettivamente stabile, ma soggettivamente sempre più difficile da tollerare. Quello che descrive, però, sembra andare oltre la semplice mancanza di motivazione. Il senso di repulsione verso il lavoro, la tristezza intensa e gli episodi di pianto indicano che questa situazione sta iniziando a incidere in modo significativo sul suo benessere emotivo.
È interessante notare che in passato aveva trovato una strategia che funzionava: scegliere il part-time per preservare tempo ed energie per sé. Questo mostra una buona capacità di ascolto dei propri limiti e di adattamento. Il fatto che oggi questa soluzione non sia più sufficiente non significa che fosse sbagliata, ma probabilmente che nel tempo si è accumulato un livello di frustrazione o di logoramento che ora è diventato più difficile da compensare.
Nel suo racconto emerge anche il tentativo di “razionalizzare” il disagio, ricordandosi che si tratta comunque di un lavoro stabile, vicino a casa e con condizioni migliori rispetto ad altri contesti simili. Questo è comprensibile, ma spesso il disagio lavorativo non dipende solo da fattori pratici: entrano in gioco anche aspetti come il senso di realizzazione personale, il significato attribuito al proprio lavoro o la percezione di essere bloccati senza prospettive.
Per questo motivo, più che partire subito dalla scelta di un nuovo settore formativo, potrebbe essere utile iniziare da uno spazio di riflessione con uno psicologo o psicoterapeuta. Un percorso di questo tipo può aiutarla a comprendere meglio cosa rende oggi il lavoro così difficile da tollerare, quali bisogni personali non trovano spazio e quali direzioni di cambiamento potrebbero essere più coerenti con i suoi interessi e valori. Solo dopo questa fase di chiarimento diventa spesso più semplice valutare eventuali percorsi di formazione o cambiamento professionale.
In altre parole, prima di chiedersi “in quale settore dovrei formarmi”, potrebbe essere più utile esplorare “che tipo di lavoro avrebbe senso per me oggi”. Spesso è proprio questo passaggio che permette di uscire dalla sensazione di stallo che descrive.
Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica
6 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 3 persone
Buongiorno Sunset,
grazie per aver condiviso la tua esperienza con tanta chiarezza e sincerità. Dalle tue parole emerge una sensazione di stallo che dura da tempo e che oggi sembra diventata più pesante da sostenere. Il fatto che negli ultimi mesi tu provi nausea o repulsione all’idea di andare al lavoro, insieme a momenti di forte tristezza e scoraggiamento, è qualcosa che merita attenzione e ascolto. Non è semplicemente “non avere voglia di lavorare”: quando il disagio diventa così intenso spesso indica che una parte di noi sta segnalando che qualcosa, nel modo in cui stiamo vivendo la nostra vita o il nostro lavoro, non è più sostenibile come prima.
Situazioni come quella che descrivi sono in realtà piuttosto comuni nei percorsi di burnout o di logoramento lavorativo. Quando per molto tempo si rimane in un contesto che non risuona con i propri interessi, valori o bisogni personali, può succedere che inizialmente si riesca a compensare — come hai fatto tu scegliendo il part-time e cercando di preservare spazio per te stesso — ma con il passare del tempo le energie emotive possono diminuire e la sensazione di frustrazione può diventare più intensa.
Allo stesso tempo è comprensibile anche il conflitto che senti dentro: da una parte il lavoro ti pesa, dall’altra riconosci che possiede aspetti di stabilità e sicurezza che oggi non sono scontati. Questo tipo di ambivalenza è molto frequente quando ci si trova davanti a un possibile cambiamento di vita.
Una cosa importante che mi sento di dirti è che a 35 anni non sei affatto “vecchio” per ripensare al tuo percorso professionale. Moltissime persone proprio tra i 30 e i 40 anni attraversano una fase di revisione delle proprie scelte, in cui iniziano a chiedersi se la direzione intrapresa è davvero quella che desiderano per il futuro. Questa fase, per quanto faticosa, può anche diventare un momento di crescita e di ampliamento delle proprie risorse e competenze.
Accanto a un eventuale supporto di orientamento professionale, potrebbe essere utile anche uno spazio psicologico che ti aiuti prima di tutto a fare chiarezza dentro di te. In momenti di stallo, infatti, la mente tende a riempirsi di pensieri contrastanti, paure e scenari futuri che possono aumentare il senso di blocco. In questo senso, pratiche come la mindfulness possono essere strumenti molto utili: aiutano a creare uno spazio interiore in cui osservare con maggiore consapevolezza i propri pensieri, le emozioni e le sensazioni corporee, senza esserne immediatamente travolti. Questa maggiore chiarezza interiore spesso diventa un supporto prezioso anche nei processi decisionali, soprattutto quando ci si trova in un momento di svolta della propria vita.
Anche approcci corporei come la bioenergetica possono essere di aiuto, perché lavorano sul radicamento e sulla connessione con il corpo. Quando ci sentiamo bloccati o disorientati, tornare a percepire stabilità, solidità e presenza nel corpo può favorire una sensazione di maggiore centratura e sicurezza da cui partire per fare scelte più consapevoli.
Forse il primo passo non è trovare subito “la soluzione perfetta”, ma concederti uno spazio di ascolto e di esplorazione che ti permetta di comprendere meglio i tuoi bisogni, i tuoi valori e le direzioni che potrebbero farti sentire più vivo e coinvolto. Da lì, gradualmente, sarà più facile iniziare a costruire un percorso concreto di cambiamento.
Un caro saluto.
Dott.ssa Chiara Girolamo
Psicologa Clinica e della Salute – Facilitatrice Mindfulness
Ricevo anche online
6 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 1 persone
La ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza ciò che sta vivendo.
Da ciò che descrive sembra emergere una condizione di logoramento psicologico lento, che a volte compare quando una persona rimane a lungo in un contesto lavorativo percepito come poco allineato con i propri bisogni profondi. Non è solo il lavoro in sé, ma la sensazione di essere fermi, come in una specie di corridoio senza uscita. Col tempo questo può generare tristezza ricorrente, demotivazione e anche reazioni corporee come quella nausea che lei racconta. Non è raro, e non significa che lei sia debole o poco riconoscente verso la stabilità che comunque riconosce.
Spesso in queste situazioni la mente resta bloccata tra sicurezza e desiderio di cambiamento, e questo conflitto interno consuma molte energie mentali. Capire bene cosa succede dentro di lei richiede però uno spazio di riflessione guidato, perché quando si è immersi nel problema diventa difficile orientarsi da soli.
Per questo motivo potrebbe esserle utile confrontarsi con uno psicologo o uno psicoterapeuta, talvolta anche integrando con un orientamento professionale più serio. Un percorso di questo tipo non serve solo a scegliere un lavoro, ma a comprendere meglio la direzione personale che sente più autentica per la sua vita.
Le auguro sinceramente di riuscire a ritrovare un po di chiarezza e respiro nei prossimi passi del suo percorso.
6 MAR 2026
· Questa risposta è stata utile per 5 persone
Salve,
Sembra che lei stia attraversando un momento molto difficile, quasi di crisi esistenziale, unita, in modo del tutto sano, a un desiderio di cambiamento e voglia di miglioramento.
Si percepisce una certa tensione tra l'insoddisfazione nei confronti del suo lavoro, la comodità della posizione attuale, e un pressante interrogativo nella sua mente: rimanere o meno? E, se lascio, qual è la mia strada?
Non mi sorprende che questo la getti in stati di tristezza e confusione. Mi creda, alla sua età questo è più comune di quanto sembri. Dopo i trent’anni, autenticità e realizzazione personale diventano sempre più centrali nelle scelte di vita.
Credo, con molta umiltà, che lei possa trarre giovamento da qualcuno che la aiuti a navigare attraverso questa transizione. Purtoppo, nessuno può davvero sapere cosa sia giusto per lei e, per professionalità, ci asteniamo dal dare consigli diretti, magari sbagliati, che potrebbero nuocerle più che far del bene. Tuttavia, un professionista, come uno psicologo clinico o psicologo del lavoro, potrebbe darle supporto nel mettere insieme i pezzi, spronarla e aiutarla ad identificare alternative valide a livello professionale.
Ad esempio, trovo interessante che lei menzioni di avere altri interessi oltre il lavoro . Questo mi fa pensare che lei abbia delle risorse su cui è possibile lavorare, magari cercando di capire meglio quali sono le sue potenzialità e attitudini.
Se vuole, io resto disponibile per un colloquio. Ricevo online.
Spero lei riesca a sciogliere questa confusione.