1 GEN 2026
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Ciao Gili,
amare un lavoro non equivale automaticamente a sentirsi legittimati a farlo. Sembra che tu sia in una condizione in cui la soddisfazione reale (il piacere di lavorare, la continuità, la capacità acquisita) venga continuamente disautorizzata da un’idea esterna di successo che non coincide con la tua esperienza. Questo conflitto può produrre un effetto paradossale, per cui più tu stai bene nel lavoro, più ti senti colpevole di star bene in qualcosa che gli altri considerano poco prestigioso. Scrivi anche: “non ho sogni né progetti”. A volte, l’assenza di sogni non è vuoto, ma una forma di tutela. Se per anni hai respirato un clima in cui ciò che fai viene letto come “fallimento”, è plausibile che una parte di te abbia smesso di desiderare in modo visibile per non esporsi al giudizio o alla delusione. Quando il desiderio viene associato al rischio di essere derisi o svalutati, la psiche può scegliere la via del “non voglio niente”, che è dolorosa ma apparentemente sicura. Oltre a ciò, mi sento di dire che a 24 anni non sei in ritardo. Sei in una fase in cui molte persone stanno ancora costruendo la propria identità adulta, e ciò che appare come “sogni già realizzati” negli altri è spesso una narrazione semplificata, esibita, talvolta fragile. Confrontarti con quella vetrina produce un impoverimento immediato; la tua vita concreta, fatta di turni, relazioni, fatica e competenze, viene svalutata perché non raccontabile nello stesso modo.
Un bar può essere tre cose molto diverse: un lavoro transitorio che fai bene ma che non vuoi per sempre; un mestiere che può diventare una carriera (responsabilità, gestione, formazione, specializzazione, apertura di un’attività, eventi, mixology, ospitalità di qualità); un contesto che ti piace oggi, ma che può coesistere con un altro asse identitario (studio, progetto parallelo, formazione, cura di una competenza che non è “universitaria” ma è reale). La differenza non la fa il giudizio degli altri, ma piuttosto la direzione che scegli di dare. Partirei da una domanda: senti di soffrire di più perché pensi di valere poco, o perché senti di non avere un orizzonte? Sono due dolori diversi. Se prevale il primo, il lavoro da fare è sull’autostima e sul confine con lo sguardo altrui. Se prevale il secondo, allora ha senso interrogarti su quali esperienze, oltre al bar, potrebbero farti sentire espansione, crescita, apprendimento, appartenenza. Inoltre, il fatto che tu dica “mi è sempre piaciuto lavorare” è già un indizio prezioso. Non tutti hanno questa disposizione. È una risorsa, e può diventare una base per progettare. A volte il progetto non nasce dall’ispirazione improvvisa, ma dall’incontro tra una risorsa stabile (nel tuo caso: energia operativa, gusto per il lavoro, probabilmente competenza relazionale) e un piccolo esperimento di realtà (un corso, un affiancamento, un ruolo nuovo, una responsabilità in più).
Se senti che questo giudizio esterno ti ferisce al punto da spegnere il desiderio e farti sentire “un fallimento”, alcuni colloqui psicologici potrebbero aiutarti.
Un caro saluto,
Dottoressa Giulia Foddai