Sentirsi falliti a 24 anni

Inviata da Gili · 17 dic 2025 Autorealizzazione e orientamento personale

Ho 24 anni, ho iniziato a lavorare all’età di 21 anni. Mi è sempre piaciuto lavorare ma nel frattempo sono passati gli anni e continuo a fare lo stesso lavoro che amo! ( bar) Ma per molti è visto come un lavoro secondario e vengo vista come un fallimento e questo mi fa male! Perché vedo altri della mia età che hanno già realizzato i loro sogni, io non ho sogni ne progetti

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Miglior risposta 23 DIC 2025

Gentilissima Gili.
Ti rispondo con delle domande che spero possano aprirti a orizzonti più ampi.
Quante persone hanno il coraggio di scegliere di fare cosa gli piace?
Tu dici che ciò che fai ti è sempre piaciuto..e ora?
Perchè è così importante per te ciò che pensano gli altri? Chi sono questi altri? Dove sono quando ti alzi al mattino motivata per andare al lavoro?
Ognuno di noi è unico e i panni degli altri non possono calzarci bene..è così anche per i tempi con cui affrontiamo, sognamo e progettiamo.

Non ho più risposto per diverso tempo a questa rubrica perchè i consigli possono essere fuorvianti, quello che viene riportato qui è cosi poco che è difficile comprendere fino in fondo cosa una persona come te viva nella sua profondità e unicità.
Se hai desiderio di approfondire con qualcuno quello che stai vivendo sono a disposizione anche on line.

Cordialmente.

Elisa Mina, cum.movere Psicologo a Pesaro

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8 GEN 2026

Salve Gili,
trovare la propria strada nel mondo, soprattutto quella lavorativa, non è mai semplice e sembra proprio che lei sia stata capace di farlo! Forse dovrebbe apprezzare l'aver trovato una direzione che per lei funziona, senza preoccuparsi troppo di quanto dicono gli altri: ognuno è diverso e anche l'idea di successo e soddisfazione personale può essere molto soggettiva. Capisco che possa essere difficile non lasciarsi influenzare dal pensiero altrui, ma provi a pensare a cosa piace a lei, a cosa la fa stare bene e vedrà che, anche senza sogni e progetti, troverà il suo modo di essere felice.
Un caro saluto,
dr.ssa Alessia Foronchi

Dott.ssa Alessia Foronchi Psicologo a Pesaro

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6 GEN 2026

Salve Gili,
Inizierei col dire che avere un lavoro che piace e' una fortuna piu' rara di quanto pensi, La inviterei quindi a non sottovalutarla. Se ci pensa, ha piu' senso considerare un lavoro sulla base della soddisfazione che procura a chi lo fa, piuttosto che col metro dell'opinione altrui. Proprio qui, io credo, sta il vero problema nel suo messaggio. Perche' l'opinione altrui ha un peso tale per Lei da derubarla della soddisfazione di un lavoro che Le piace? Mi chiedo chi sono questi "molti" cui si riferisce, come sappiamo cosa pensano, e soprattutto perche' e' cosi importante saperlo.
Un caro saluto,
Francesca Calvano

Dott.ssa Francesca Calvano Psicologo a Roma

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6 GEN 2026

Quello che racconti è molto più comune di quanto sembri, ma capisco benissimo perché faccia male: non è il bar in sé. È lo sguardo degli altri che si insinua dentro e ti fa sentire “in difetto”, come se la tua strada valesse meno.

Qui c’è una cosa importante da separare:

Il lavoro che ami (che è reale, concreto, ti dà competenze e identità)

La narrazione sociale (“è un lavoro secondario”, “se non hai la carriera X allora stai fallendo”)

Il punto è che spesso noi soffriamo non perché stiamo sbagliando vita, ma perché stiamo cercando di vivere dentro un metro di giudizio che non ci appartiene.

E poi dici una frase molto onesta: “Io non ho sogni né progetti.”
Potrebbe non essere “mancanza di sogni”. Potrebbe essere che in questo momento sei in una fase in cui:

sei stanca di dover dimostrare

ti sei adattata tanto agli altri

e una parte di te sta dicendo: “ok, ma io che cosa voglio davvero?”

In ottica di consapevolezza, questo è un segnale prezioso: non è vuoto, è transizione. È come se la tua identità stesse chiedendo un aggiornamento. E non serve inventarsi per forza un “sogno gigante” da post su Instagram. A volte serve prima fare ordine: capire cosa ti nutre, cosa ti spegne, che tipo di vita vuoi costruire, quali possibilità hai davvero (anche piccole, ma tue).

Se ti va, puoi partire da tre domande semplici (ma potenti):

Cosa ti piace del bar, davvero? (contatto umano? ritmo? energia? autonomia?)

Cosa ti pesa o ti manca? (orari? prospettiva? riconoscimento? stabilità?)

Se togliessimo il giudizio degli altri, cosa ti verrebbe naturale desiderare? Anche solo come direzione, non come piano definitivo.

Da qui si può lavorare in modo molto concreto: non per “cambiare lavoro per forza”, ma per ridarti visiblezza interna e scegliere con più libertà. Magari scopri che vuoi crescere dentro quel mondo (e farlo diventare “tuo” davvero). Oppure che vuoi affiancare un percorso diverso. Oppure che vuoi capire chi sei oltre il ruolo.

Se senti che questa cosa ti sta togliendo autostima e respiro, e vuoi trasformarla in chiarezza (senza giudizio e senza pressioni), puoi scrivermi: lavoro online e possiamo fare un primo confronto per mettere a fuoco identità, direzione e scelte passo dopo passo.

Se vuoi, dimmi anche solo: in una scala 0–10 quanto ti pesa oggi il giudizio degli altri?
E in che momenti lo senti di più (famiglia, amici, social, lavoro)?

Fabrizio Carbonara Psicologo a Bari

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5 GEN 2026

Buonasera Gili,
Mi sembra di capire che il suo lavoro le piaccia ma che teme molto il giudizio degli altri ed ha anche il timore di non essere abbastanza. Le consiglio di intraprendere un percorso psicologico per lavorare sulla sua autostima ed elaborare meglio le sue paure ritrovando un maggiore benessere e una maggiore serenità.
A disposizione.
Dott.ssa Erika Giachino

Dott.ssa Erika Giachino Psicologo a Alba

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1 GEN 2026

Ciao Gili,

amare un lavoro non equivale automaticamente a sentirsi legittimati a farlo. Sembra che tu sia in una condizione in cui la soddisfazione reale (il piacere di lavorare, la continuità, la capacità acquisita) venga continuamente disautorizzata da un’idea esterna di successo che non coincide con la tua esperienza. Questo conflitto può produrre un effetto paradossale, per cui più tu stai bene nel lavoro, più ti senti colpevole di star bene in qualcosa che gli altri considerano poco prestigioso. Scrivi anche: “non ho sogni né progetti”. A volte, l’assenza di sogni non è vuoto, ma una forma di tutela. Se per anni hai respirato un clima in cui ciò che fai viene letto come “fallimento”, è plausibile che una parte di te abbia smesso di desiderare in modo visibile per non esporsi al giudizio o alla delusione. Quando il desiderio viene associato al rischio di essere derisi o svalutati, la psiche può scegliere la via del “non voglio niente”, che è dolorosa ma apparentemente sicura. Oltre a ciò, mi sento di dire che a 24 anni non sei in ritardo. Sei in una fase in cui molte persone stanno ancora costruendo la propria identità adulta, e ciò che appare come “sogni già realizzati” negli altri è spesso una narrazione semplificata, esibita, talvolta fragile. Confrontarti con quella vetrina produce un impoverimento immediato; la tua vita concreta, fatta di turni, relazioni, fatica e competenze, viene svalutata perché non raccontabile nello stesso modo.

Un bar può essere tre cose molto diverse: un lavoro transitorio che fai bene ma che non vuoi per sempre; un mestiere che può diventare una carriera (responsabilità, gestione, formazione, specializzazione, apertura di un’attività, eventi, mixology, ospitalità di qualità); un contesto che ti piace oggi, ma che può coesistere con un altro asse identitario (studio, progetto parallelo, formazione, cura di una competenza che non è “universitaria” ma è reale). La differenza non la fa il giudizio degli altri, ma piuttosto la direzione che scegli di dare. Partirei da una domanda: senti di soffrire di più perché pensi di valere poco, o perché senti di non avere un orizzonte? Sono due dolori diversi. Se prevale il primo, il lavoro da fare è sull’autostima e sul confine con lo sguardo altrui. Se prevale il secondo, allora ha senso interrogarti su quali esperienze, oltre al bar, potrebbero farti sentire espansione, crescita, apprendimento, appartenenza. Inoltre, il fatto che tu dica “mi è sempre piaciuto lavorare” è già un indizio prezioso. Non tutti hanno questa disposizione. È una risorsa, e può diventare una base per progettare. A volte il progetto non nasce dall’ispirazione improvvisa, ma dall’incontro tra una risorsa stabile (nel tuo caso: energia operativa, gusto per il lavoro, probabilmente competenza relazionale) e un piccolo esperimento di realtà (un corso, un affiancamento, un ruolo nuovo, una responsabilità in più).

Se senti che questo giudizio esterno ti ferisce al punto da spegnere il desiderio e farti sentire “un fallimento”, alcuni colloqui psicologici potrebbero aiutarti.

Un caro saluto,

Dottoressa Giulia Foddai

Giulia Foddai Psicologo a Torino

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29 DIC 2025

Buongiorno Gili,
Le consiglio di intraprendere un percorso psicologico con un professionista di modo da indagare meglio quello che scrive e provare a trovare delle spiegazioni.
Le auguro il meglio.

LM

Dott. Luca Mazzoleni Psicologo a Bergamo

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22 DIC 2025

Da un punto di vista psicologico, il tuo disagio sembra legato più al confronto sociale che al lavoro in sé, che infatti riconosci come fonte di piacere e competenza. L’idea di essere “un fallimento” nasce dall’interiorizzazione dei giudizi esterni e di modelli di successo rigidi, non da una reale mancanza di valore. L’assenza di sogni o progetti può essere una risposta difensiva alla pressione e alla svalutazione percepita, più che un vuoto autentico. In questa fase potresti essere in una sospensione evolutiva, in cui il bisogno principale è legittimare le tue scelte e riconoscere il tuo percorso, prima ancora di costruirne uno nuovo.

Dott.ssa Ada Palma Psicologo a Giugliano in Campania

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22 DIC 2025

Capisco bene quello che dici. A 24 anni il confronto con gli altri pesa, soprattutto quando sembra che tutti abbiano già “realizzato qualcosa” e tu no. Ma qui c’è un equivoco di fondo: non è vero che un lavoro vale solo se porta prestigio o se corrisponde a un’idea di successo condivisa dagli altri.

Il lavoro non è un riempitivo in attesa di qualcosa di meglio. È una parte centrale dell’esperienza quotidiana e può diventare un luogo di crescita reale, se ci stai dentro con presenza e attenzione. Non conta tanto che lavoro fai, ma come lo fai. Il senso di realizzazione non nasce dallo status, ma dal fare bene ciò che c’è da fare.

Anche lavorare in un bar significa imparare a stare con le persone, con i ritmi, con la fatica, con la responsabilità. Non è poco. È formazione concreta, anche se non sempre viene riconosciuta come tale.

Non tutti devono avere sogni chiari o grandi progetti a 24 anni. Non averli non significa essere un fallimento. Significa essere in una fase in cui si sta ancora imparando a conoscersi attraverso ciò che si fa.

Non è un fallimento non sapere ancora dove andare: il vero fallimento è disprezzare il posto in cui oggi stai imparando a vivere.

Dott. Francesco Coppola Psicologo a Napoli

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22 DIC 2025

Capisco bene quello che dici. A 24 anni il confronto con gli altri pesa, soprattutto quando sembra che tutti abbiano già “realizzato qualcosa” e tu no. Ma qui c’è un equivoco di fondo: non è vero che un lavoro vale solo se porta prestigio o se corrisponde a un’idea di successo condivisa dagli altri.
Il lavoro non è un riempitivo in attesa di qualcosa di meglio. È una parte centrale dell’esperienza quotidiana e può diventare un luogo di crescita reale, se ci stai dentro con presenza e attenzione. Non conta tanto che lavoro fai, ma come lo fai. Il senso di realizzazione non nasce dallo status, ma dal fare bene ciò che c’è da fare.
Anche lavorare in un bar significa imparare a stare con le persone, con i ritmi, con la fatica, con la responsabilità. Non è poco. È formazione concreta, anche se non sempre viene riconosciuta come tale.
Non tutti devono avere sogni chiari o grandi progetti a 24 anni. Non averli non significa essere un fallimento. Significa essere in una fase in cui si sta ancora imparando a conoscersi attraverso ciò che si fa.
Non è un fallimento non sapere ancora dove andare: il vero fallimento è disprezzare il posto in cui oggi stai imparando a vivere.

Dott. Francesco Coppola Psicologo a Napoli

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22 DIC 2025

Buongiorno Gili,
non capisco: dice di fare da quando ha 21 anni il lavora che ama, ma si sente un fallito per il giudizio degli altri che realizzano sogni lavorativi?non ha fatto anche lei la stessa cosa?
intraprenda una terapia per lavorare sulla paura del giudizio degli altri

Dott.ssa Alice Noseda Psicologo a Lecco

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22 DIC 2025

Buongiorno Gili,

Comprendo che possa essere difficile riconoscere se la strada intrapresa sia quella che fa più per noi. Tuttavia dalle sue parole mi sembra che pesi il giudizio degli altri. Inoltre ha parlato di vedersi come un fallimento e sarebbe interessante capire da dove nasce questo pensiero e quale significato ha per lei. Potrebbe infatti valere la pena indagare questi aspetti e qualora ne abbia voglia iniziare un percorso psicologico.

Mi rendo disponibile ad iniziare una terapia,
ricevo a Milano e online.

Le auguro in ogni caso possa comprendere cosa sia migliore per lei.

Dott.ssa Ilaria De Mola Psicologo a Milano

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19 DIC 2025

Buongiorno Gili, quello che racconti tocca un punto molto delicato, perché non parla solo di lavoro, ma di identità e di valore personale. Tu lavori da quando hai 21 anni, ti sei costruita una routine, una competenza, e fai un lavoro che ti piace. Questa è già una cosa tutt’altro che scontata. Eppure, il dolore che senti non nasce da ciò che fai, ma da come ti senti guardata dagli altri.
Quando dici che il tuo lavoro viene visto come “secondario” e che tu ti senti vista come un fallimento, stai parlando di uno sguardo esterno che pian piano rischia di diventare uno sguardo interno. È come se, a forza di sentirti giudicata, una parte di te avesse iniziato a chiedersi: “Forse hanno ragione?” E questo fa male, perché va a intaccare l’autostima, non le capacità.
Il confronto con gli altri alla tua età è quasi inevitabile. Sui social e nella vita reale sembra che tutti abbiano una direzione chiara, sogni definiti, traguardi già raggiunti. Ma quello che spesso non si vede è quanta insoddisfazione, quanta incertezza e quanta pressione ci siano anche dietro quei percorsi “giusti”. Molte persone sembrano realizzate, ma stanno semplicemente seguendo una strada che si aspettavano da loro, non necessariamente quella che le rende serene.
Il fatto che tu dica di non avere sogni o progetti non significa che tu sia vuota o senza ambizioni. A volte significa solo che sei stanca di sentirti dire chi dovresti essere, e hai perso il contatto con quello che potresti desiderare davvero. I sogni non sempre arrivano come idee chiare e luminose: spesso nascono da un senso di mancanza, da una domanda, da un’inquietudine come quella che stai vivendo ora.
Vorrei dirti una cosa importante: il valore di una persona non si misura dal titolo del lavoro che fa, né dalla velocità con cui “arriva” da qualche parte. A 24 anni non sei in ritardo su nulla. Sei in una fase in cui molte persone stanno ancora cercando di capire chi sono, anche se non lo ammettono.
Forse oggi non hai bisogno di un grande progetto o di un sogno da realizzare. Forse hai bisogno di darti il permesso di fermarti e chiederti, senza giudicarti: “Questa vita, così com’è, mi basta? E se no, cosa mi manca davvero?” Le risposte non arrivano tutte insieme, arrivano a piccoli passi.
E se posso lasciarti con un pensiero: non sei un fallimento perché lavori in un bar. Sei una persona che lavora, che si mantiene, che fa qualcosa che le piace, e che ora sta iniziando a interrogarsi su di sé.
Non sei ferma, anche se ora ti sembra così. Sei in un momento in cui stai iniziando a farti delle domande importanti, e spesso è proprio da lì che le cose cominciano a muoversi, anche se all’inizio non si capisce ancora in che direzione.
Un caro saluto

Fabiano Foschini Psicologo a Opera

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19 DIC 2025

Salve Gili,
sono Sabrina e come prima cosa mi sento di dirti che le tue parole seppur brevi mi hanno colpita....perché tra le righe leggo al contempo orgoglio per quello che fai ma anche la paura del giudizio altrui.
E capisco benissimo quanto pesino a 24 anni le parole degli altri.
Mi sento però di dirti che hai "solo" 24 anni, e anche se ci sono momenti in cui ti sembra di averne molti di più e la paura che il tempo ti sfugga si fa pressante...non è così! Hai la possibilità di fare quello che ti piace, finché ti piace, ti soddisfa e ti da gratificazione.
Non è semplice in una cultura in cui i giovani vengono spronati ad investire nello studio, a cercare lavori lavori ben retribuiti e spesso poco faticosi; tu svolgi un lavoro che richiede la capacità di stare a contatto con le persone, capacità organizzativa e flessibilità. Queste non sono capacità che appartengono a tutti...ma sono le tue, e se adesso ti senti bene in quello che fai...continua! Svegliarsi ogni mattina e sapere che affronterai la giornata facendo qualcosa che ti piace, ha un valore enorme.
Capirai da sola, se e quando è il momento di cambiare e usare le tue capacità per fare altro. E con il tempo capirai anche quanto poco conta il giudizio degli altri....coltiva piuttosto le tue passioni, piccoli hobby e le cose che fai nel tempo libero; quelle ti aiuteranno a scoprire quei sogni nascosti da qualche parte che potranno diventare progetti per il tuo futuro.
Un caro saluto
Dr.sa Sabrina Damiano

Sabrina Damiano Psicologo a Montecatini-Terme

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18 DIC 2025

Buongiorno Gili,
lei sta facendo un lavoro che ama e che e la appaga, senza porsi questioni di obiettivi sociali veicolati da persone che non tengono in conto la sensazione di serenità che il suo lavoro le produce , ma lo status che esso rappresenta.
Se questo lavoro le permette di vivere secondo le sue necessità, lo svolge con entusiasmo e competenza, non sentendo il bisogno di intraprendere altre strade e nel quale riceve riconoscimenti costruttivi, lei é una persona lavorativamente realizzata.
Questo é tutt'altro che comune.
Non badi a ciò che dicono persone condizionate dai traguardi sociali da dover raggiungere in base alle età e allo status che simboleggiano, lei ha chiaro cosa vuol fare e può avere una carriera lavorativa brillante, acquisendo nuove abilità nel campo, attraverso corsi di formazione e specializzazione (es. Latte art, caffetteria, cocktail e altro) e acquisire certificati di competenza molto apprezzati da locali di una certa fascia. Se ne sente il bisogno, caratterizzarsi in alcune specialità, tipo caffè ( qualità, preparazione, caratteristiche che variano il gusto da una pianta all'altra ) che può contribuire a modificare l'umore di una persona in particolari momenti o stati d'animo, o il the con le sue varie specificità, o altri settori di tipo igienico (HACCP) o tecnico (tipo macchinari per il caffè e la miscelazione).Lei può acquisire molte altre abilità spendibili nel suo ambito lavorativo.
In buona sostanza se sentirà che ciò che fa può anche essere un'opportunità per approfondire il campo che le piace e nel quale lavora, allora davanti a sé ha molte offerte e prospettive, anche perchè il campo della ristorazione é tutt'altro che secondario, specie oggigiorno ove si sta orientando molto verso il turismo sia interno che esterno. Lei ha già realizzato il suo progetto (che magari era anche un sogno lavorativo-sociale) e se le occorre altro vada avanti in questa strada, visto che ne é evidentemente portata.
Se é il bar l'ambiente che le piace il bartender é una qualifica che può portare anche alla gestione del bar stesso. Questo insieme alle altre skills proposte non rappresentano certo una qualifica secondaria Gili.
Con molta stima
dott. Giancarlo Mellano

Dott. Giancarlo Mellano Psicologo a Padova

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18 DIC 2025

Quello che racconti fa male perché tocca il valore che senti di avere come persona, non perché il tuo lavoro sia “sbagliato”.
Hai 24 anni, lavori da quando ne avevi 21, fai un lavoro che ti piace e che richiede competenze vere: relazione, gestione dello stress, presenza, ascolto, responsabilità. Il problema non è il bar. Il problema è lo sguardo degli altri che misura il valore solo in base a titoli, carriera lineare e “risultati visibili”.
Quando ti senti un fallimento non è una tua voce: è una voce interiorizzata. È come se avessi preso dentro di te il giudizio sociale e ora ti parlasse dall’interno. E fa male perché sei leale a te stessa: tu non stai fingendo, stai vivendo onestamente quello che sei oggi.

Il confronto con gli altri è particolarmente crudele a questa età, perché vedi solo le vetrine: lauree, lavori “giusti”, sogni dichiarati. Non vedi la confusione, l’ansia, i compromessi, le scelte fatte per paura. Molte persone “realizzate” a 24 anni a 30 si sentiranno vuote, bloccate o stanche di una strada che non hanno scelto davvero.

Il fatto che tu dica “non ho sogni né progetti” non significa che sei vuota. Spesso significa che sei stanca di dover dimostrare qualcosa o che non ti è mai stato chiesto cosa desideri davvero, ma solo cosa “dovresti diventare”. A volte i sogni non mancano: sono solo silenziosi perché nessuno li ha mai ascoltati senza giudicarli.

Una cosa importante: amare il proprio lavoro non è una colpa. E non tutti hanno una vocazione “da curriculum”. Alcune persone costruiscono senso attraverso la relazione, il quotidiano, la presenza. Questo non vale meno. Vale diverso.
Forse oggi non è il momento di chiederti “che progetto devo avere”, ma una domanda più gentile: "se smettessi di guardarmi con gli occhi degli altri, cosa resterebbe di me?"

Dott. Mirko Manzella Psicologo a Trieste

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18 DIC 2025

Il concetto di fallimento è un concetto puramente astratto per quanto riguarda la persona

È un pensiero disfunzionale che porta a convincerci in modo negativo sulle nostre qualità e sulla realtà che ci circonda

Per realizzare i propri sogni o ognuno ai suoi tempi e i suoi modi

Se lei le piace lavorare, dove lavora, l’importante a quello che lei stia bene non si preoccupi di quello che penso agli altri di lei. L’importante è che lei stia bene.

Se lei ha altri progetti per il suo futuro, può sempre realizzarli.

Si prende il tempo e valuti che cosa lei vuole in concreto per la sua vita per il suo futuro quali sono i suoi desideri quali sono i suoi ispirazioni

Stabilisca degli obiettivi concreti da poter raggiungere

Ed ogni giorno faccio un piccolo passo concreto per poterla raggiungere

Non si lascia battere nei pensieri si ricordi che i pensieri sono soltanto pensieri non sono veritieri per il semplice fatto che li pensiamo


Il cervello umano biologicamente ha una sua autonomia nel pensare i pensieri tuttavia tali pensieri tali credenze non sono veritiere per il semplice fatto che noi li pensiamo


Non possiamo impedire la mente di pensare, ma possiamo scegliere se farci condizionare da tali pensieri oppure no


Si prende il tempo per valutare quali siano i suoi obiettivi concreti da raggiungere e faccio ogni giorno un pasto concreto verso quegli obiettivi

Un percorso psicologico può essere d’aiuto per comprendere meglio ed affrontare la situazione

Dott. Luca Ferretti Psicologo a Pontedera

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18 DIC 2025

Buongiorno,
da quello che scrivi si percepisce quanto tu tenga al tuo lavoro e allo stesso tempo quanto ti faccia soffrire il modo in cui viene visto dagli altri. È una ferita comprensibile: quando ciò che per noi ha valore non viene riconosciuto, può far nascere un forte senso di svalutazione e di fallimento, anche se dentro sappiamo di non esserlo.
Il fatto che tu lavori da quando hai 21 anni, e che continui a farlo con piacere, racconta molto di te: parla di responsabilità, costanza, capacità di stare in relazione con le persone e di reggere ritmi e impegni. Il lavoro nel bar non è un “ripiego” di per sé; spesso diventa secondario solo nello sguardo degli altri, non nella realtà di chi lo vive ogni giorno.

Il confronto con i coetanei è un altro punto delicato. A 24 anni può sembrare che tutti abbiano già un percorso chiaro, sogni definiti e traguardi raggiunti, ma molto spesso ciò che vediamo è solo una parte della storia. Ognuno ha tempi diversi per capire cosa vuole, e non avere ancora sogni o progetti non significa essere “in ritardo” o aver sbagliato strada: a volte significa semplicemente che sei in una fase di ricerca, che è altrettanto legittima.
Forse oggi la domanda non è “cosa dovrei essere per gli altri”, ma “cosa mi fa stare bene davvero” e “che tipo di vita sento più vicina a me, anche partendo da ciò che già so fare”. Concederti il diritto di non avere tutto chiaro adesso può alleggerire molto il peso che senti.

Se questa sensazione di vuoto o di fallimento ti accompagna spesso, parlarne con qualcuno può aiutarti a rimettere a fuoco il tuo valore e a distinguere la tua voce da quella delle aspettative esterne. Il tuo percorso non è meno valido perché è diverso, ed è ancora tutto aperto.

Un caro saluto,
Dott.ssa Grazia Melchiorre - Psicologa clinica

Dott.ssa Grazia Melchiorre Psicologo a Pescara

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18 DIC 2025

Gentile Gili, spesso il giudizio degli altri ci cade addosso come un macigno affondando la sua lama nel nostro petto.
Le persone spesso insoddisfatte della propria vita finiscono con il giudicare la nostra come se questo potesse rendere più sopportabile la loro infelicità.
La domanda che devi farti è: ti piace il tuo lavoro? Sei felice quando lo fai? Dal tuo testo mi pare di sì. Non conta nient'altro. Spesso lasciamo la felicità per ricercare una chimera, per inseguire desideri che non sono nostri ma che ci hanno messo in testa gli altri.
Chi può dire chi ha fallito e chi no? Chi si sente di avere questo diritto? Perché credi che qualcuno che faccia un lavoro diverso e magari che ne abbia cambiati mille sia più felice e realizzato di te?
Spesso la felicità si trova nei piccoli gesti, nella routine, nella quotidianità pura e semplice.
Se il tuo desiderio intimo è di cambiare lavoro perché non ti piace allora fallo, ma se lo ami e ti rende felice allora tienilo stretto, coltivalo, amplialo, perfezionalo. Hai forse avuto una fortuna che pochissimi hanno: di trovare subito ciò che piace ed il parere degli altri non conta nulla.
Per i sogni posso dirti che molto spesso anche questi cambiano. Magari ora non ne hai ma potrebbero nascere. In ogni caso fai in modo che siano veramente solo tuoi e non di altri prima di inseguirli.
Resto a disposizione anche online e ti mando un caro saluto.

Dott.ssa Mazzilli Marilena

Dott.ssa Mazzilli Marilena Psicologo a Canelli

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18 DIC 2025

Salve Gili,
grazie per aver condiviso questo sfogo, che tocca un tema molto sentito alla tua età: il peso delle aspettative sociali.
Vorrei invitarti a fermarti un attimo su una frase preziosa che hai scritto: "continuo a fare lo stesso lavoro che amo".
Avere 24 anni e svegliarsi la mattina per andare a fare un lavoro che piace e gratifica è una conquista rara, che moltissime persone (anche quelle che sembrano aver "realizzato sogni") inseguono per tutta la vita senza trovarla. Il fatto che per altri sia un "lavoro secondario" è un giudizio che appartiene alla loro scala di valori, non alla tua.
Il senso di fallimento che provi non nasce dalla tua realtà (che descrivi come appagante), ma dal confronto con un modello di vita standardizzato che ci impone di avere sempre "progetti grandiosi" o carriere in costante ascesa per sentirci validi.
Dici di non avere sogni o progetti, ma forse in questo momento il tuo progetto è semplicemente vivere il presente e goderti la stabilità che hai costruito. E questo ha un valore immenso.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe esserti utile non per "trovare grandi sogni", ma per:
1. Rafforzare i confini: imparare a proteggere la tua soddisfazione dai commenti e dai giudizi esterni.
2. Riconoscere il tuo valore: capire che la tua realizzazione personale non dipende dal titolo lavorativo, ma da come ti senti tu nella tua vita.
Non permettere allo sguardo degli altri di spegnere l'entusiasmo per ciò che hai costruito.
Resto a tua disposizione.
Un caro saluto,
Dott.ssa Veronica Cenci
Psicologa Clinica
Ricevo anche online

Veronica Cenci Psicologo a Guidonia Montecelio

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18 DIC 2025

A 24 anni sentirsi “indietro” è spesso più il risultato dello sguardo degli altri che di una reale mancanza personale. Lei lavora, si sostiene, fa qualcosa che le piace: questo parla di competenza e continuità, non di fallimento. Mi colpisce che dica di non avere sogni o progetti: si è chiesta se questa idea nasce davvero da lei o dal confronto con modelli esterni che le fanno sentire che “dovrebbe” desiderare altro? Forse oggi il punto non è cambiare lavoro o inseguire un obiettivo, ma capire cosa le dà senso, riconoscimento e identità al di là del giudizio altrui. Che spazio ha, nella sua vita, per desideri che non siano quelli degli altri?
Resto a disposizione,
Dr. Elisabetta Carbone

Dott.ssa Elisabetta Carbone Psicologo a Melzo

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18 DIC 2025

Ciao! Grazie per aver condiviso questo tuo vissuto così onesto e comune

Dott.ssa Letizia Manzoli Psicologo a Parma

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Dott.ssa Letizia Manzoli Psicologo a Parma

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18 DIC 2025

Ognuno vive la propria vita e non sempre è rapportabile a quella degli altri. C è chi ama collezionare francobolli e chi scalare montagne.
Non si smette mai di camminare e di cambiare. Se invece di focalizzarti su quello che vivono gli altri ti focalizzi sulla tua semplice avventura personale scoprirai tutti i passi utili per la tua realizzazione.

Dott. Andrea Caso Psicologo a Napoli

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18 DIC 2025

Gentile Gili,
quello che esprime è un vissuto molto diffuso alla sua età e merita di essere preso sul serio, senza sminuirlo.

A 24 anni molte persone iniziano a fare i conti con il confronto: con i coetanei, con le aspettative familiari e sociali, con l’idea di “come dovrei essere a quest’età”. Questo confronto, però, spesso è ingannevole e doloroso, perché mette in primo piano ciò che sembra riuscito negli altri e oscura completamente il valore del proprio percorso.

Lei lavora da quando aveva 21 anni, svolge un lavoro che le piace e che ha scelto. Questo, di per sé, non è affatto un fallimento. Il dolore che sente non nasce tanto dal lavoro in sé, quanto dallo sguardo svalutante degli altri, che finisce per diventare uno sguardo interno, critico e severo verso se stessa. Quando una professione viene etichettata come “secondaria”, chi la svolge rischia di sentirsi automaticamente “meno”, anche se non lo è.

Il fatto che oggi senta di non avere sogni o progetti non significa che sia ferma o vuota. Spesso è il segnale di una fase di stanchezza, di confusione, o di un momento in cui ci si è adattati alla realtà senza più chiedersi cosa si desidera davvero. Non tutti hanno obiettivi chiari a 24 anni, e soprattutto non tutti li hanno nello stesso momento o nello stesso modo. I percorsi di vita non sono lineari, né comparabili tra loro.

Molte delle “realizzazioni” che vede negli altri sono solo una parte visibile della loro storia. Dietro, spesso, ci sono insicurezze, rinunce, compromessi che non emergono. Confrontarsi solo su ciò che appare rischia di alimentare un senso di fallimento che non corrisponde alla realtà.

Forse, più che chiedersi “cosa dovrei aver già realizzato”, potrebbe essere utile iniziare a domandarsi cosa oggi le dà un senso, cosa la fa sentire viva, cosa desidera per sé, al di là delle aspettative esterne. Questo tipo di riflessione richiede tempo e non è una corsa.
Un caro saluto, disponibile anche online.
Dott. Gabriele Allegra

Dott. Gabriele Allegra Psicologo a Messina

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